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Coronavirus: in Lombardia la percentuale di morti più alta nel mondo? Un’analisi

In Lombardia l'età media della popolazione non è sufficiente a spiegare la letalità; i casi di infezione da Sars-CoV2 potrebbero essere 10 volte di più dei casi accertati

La Madonnina di Milano nella illustrazione di Antonella Martino

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Non esiste ancora la possibilità di spiegare del tutto la discrepanza, tra le cifre relative alla Lombardia, la regione più colpita in Italia, con oltre la metà dei casi positivi al coronavirus e con una crescita della letalità apparentemente molto alta e le altre regioni d’Italia e i Paesi Europei.

E’ importante precisare che, per il momento, non possiamo parlare di letalità effettiva perché bisognerebbe avere contezza dell’esatto numero complessivo di persone contagiate. L’alta percentuale di vittime e di pazienti ricoverati fa pensare che il numero delle persone che hanno contratto il virus, magari del tutto inconsapevolmente o con sintomi che non hanno richiesto l’assistenza medica, dovrebbe essere molto di più alto rispetto a quello ufficialmente registrato.

Se guardiamo retrospettivamente ai casi di polmonite in Italia si scopre che nell’ultima settimana del 2019, l’ospedale di Piacenza e di Casalpusterlengo hanno registrato circa 40 casi di polmonite, il che induce a pensare che l’epidemia cosiddetta del “coronavirus” sia iniziata in Italia mesi prima rispetto al 20 febbraio 2020.

La distribuzione dei casi ufficiali di coronavirus in Italia al 22 marzo, 2020

Al momento del rilevamento del primo caso di COVID-19, l’epidemia si era già diffusa nella maggior parte dei comuni della Lombardia meridionale. In ogni epidemia i casi ufficialmente accertati risultano essere una minoranza in quanto non tutti arrivano ad essere definiti; in Lombardia, i casi di infezione da Sars-CoV2 potrebbero essere 10 volte di più di quelli accertati. In questo caso, ovviamente, la letalità reale del virus coinciderebbe con quella degli altri Paesi. Questo ragionamento può essere plausibile ma non confermabile dal momento che la nuova politica dei tamponi ha probabilmente diminuito la capacità di identificazione a tappeto dei nuovi casi.

D’altra parte, il dato inerente all’età media della popolazione da solo non è sufficiente a spiegare la letalità, benché sicuramente incida dal momento che proprio tra gli anziani, soprattutto se affetti da diverse patologie, tendono a concentrarsi i casi mortali.

Tale ipotesi, tuttavia, potrebbe spiegare la differenza in termini di mortalità con Paesi ‘giovani’ ma, non con Paesi con composizione anagrafica simile all’Italia. Anche le diagnosi non tempestive possono aver aiutato il contagio: nella fase iniziale dell’emergenza gli ospedali hanno svolto il ruolo di incubatori: pazienti con scarsi sintomi si sono recati presso gli ospedali ove sono stati accolti inconsapevolmente dagli operatori senza le procedure necessarie. Ed oggi, la grande maggioranza degli ospedali lombardi sono luoghi ad altissima velocità di contagio. L’andamento lombardo di un numero molto alto di casi concentrato in un breve lasso di tempo ha portato alla saturazione ospedaliera, che si traduce in una carenza di personale, letti, apparecchiature e, quindi, in una impossibilità di curare, in modo appropriato, i pazienti, aumentando il tasso di letalità rispetto agli altri luoghi del mondo.

Sulla base dei dati attualmente disponibili il virus non sembrerebbe essere cambiato in alcun modo: sta mutando nel modo in cui lo fanno tutti i virus, ma delle oltre 100 mutazioni che sono state documentate, nessuna è particolarmente importante. La minaccia rappresentata da COVID-19 è senza precedenti e notevolmente complicata dalla conoscenza limitata sull’epidemiologia COVID-19. Ora dobbiamo solo pensare a proteggere gli ospedali ed evitare la saturazione dei posti letto in terapia intensiva.

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