Cerca

Scienza e SaluteScienza e Salute

Commenti: Vai ai commenti

Lotta al Covid-19 e l’intesa USA-Italia: tre scienziati italiani sulle strategie

L'ambasciata d'Italia a Washington con la NSF ha organizzato una video conferenza con gli esperti Cristina Cassetti, Guido Silvestri e Pier Paolo Pandolfi

Immagine ripresa da video youtube, Ambasciata d'Italia a Washington

L’Ambasciata d’Italia a Washington, D.C., in collaborazione con la National Science Foundation (NSF) ha organizzato venerdì 29 aprile, una video conferenza su zoom per affrontare una conversazione scientifica su come Italia e Stati Uniti si stanno impegnando nella lotta contro COVID-19.

L’ambasciatore Armando Varricchio (Illustrazione Antonella Martino)

La pandemia causata dal Covid-19 ha posto l’accento sulla necessità di una maggiore cooperazione internazionale tra ricercatori e scienziati per trovare una cura e sviluppare un vaccino. Scienziati e ricercatori americani e italiani lavorano insieme, all’avanguardia, per superare questa crisi con uno scambio e confronto continuo di informazioni e dati sul virus. I risultati sono incoraggianti.

Kelvin Droegemeir

L’evento è stato aperto dall’Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti Armando Varricchio, e dal Direttore dell’Office of Science and Technology Policy della Casa Bianca e direttore facente funzione della NSF, Dr. Kelvin Droegemeier. A moderare la tavola rotonda on-line, la giornalista Stefania Spatti (Class CNBC US).

L’Ambasciatore Varricchio ha evidenziato questi incoraggianti risultati della ricerca sul Covid-19 condotta da italiani in America, notando che “la cooperazione italiana e americana in campo scientifico è eccezionale. Pochi Paesi al mondo hanno raggiunto risultati simili. Dalle scoperte di Fermi, alle onde gravitazionali fino all’ampia cooperazione sul Covid-19, insieme USA e Italia possono cambiare il mondo”.

Il Direttore Droegemeier ha affermato che la partnership Italia-USA sta dando importanti contributi alla scienza nella ricerca sul virus. Questi due paesi sono da sempre stati uniti e hanno cooperato facendo un grande lavoro.

All’evento sono intervenuti, scambiandosi esperienze ed opinioni, tre scienziati italiani che lavorano nelle principali istituzioni americane e collaborano con colleghi italiani nella lotta contro COVID-19.

Cristina Cassetti

Cristina Cassetti è vicedirettore della Divisione di Microbiologia e Malattie Infettive (DMID) da 17 anni, presso il National Institutes of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), un componente degli US National Institutes of Health (NIH).  NIAID ha subito iniziato a collaborare fin dalla dichiarazione della pandemia con altre importanti agenzie del governo. Normalmente il NIAID investe tra il 10 e il 12% ogni anno in attività di cooperazione  internazionale, che soprattutto in questo periodo di pandemia sono diventate centrali.

Cristina sottolinea che il lavoro non può essere svolto da soli, ma è necessario che tutti condividano le informazioni con trasparenza. Uno dei primi e più importanti contributi nello studio del virus viene dall’Istituto Spallanzani di Roma.

Il NIAID ha anche iniziato una recente collaborazione con gli scienziati americani nello studio della sindrome Kawasaki, una patologia infiammatoria che colpisce i bambini.

Guido Silvestri

Guido Silvestri è Presidente del Consiglio Scientifico dell’Agence Nationale pour la Recherche sur le SIDA, membro del Comitato Scientifico della Conferenza sul Retrovirus e infezioni opportunistiche (CROI), membro del gruppo di lavoro scientifico della Società internazionale per l’AIDS sulla cura dell’HIV.

Il Professor Silvestri, ha spiegato di essere coinvolto nel laboratorio di medicina per i test sierologici e virologici contro la pandemia di Covid-19.

E’ coinvolto anche nello studio dell’uso dell’intelligenza artificiale per combattere l’epidemia; secondo Silvestri è arrivato il momento di fare un salto.

Pier Paolo Pandolfi, leader mondiale nella genetica del cancro e nella biologia delle cellule tumorali, negli ultimi 3 mesi ha potuto concentrarsi sullo studio di Covid19. In effetti, il Dr. Pandolfi ha condotto studi rivoluzionari che hanno già innescato lo sviluppo di nuovi farmaci mirati a RNA non codificanti specifici per il trattamento delle malattie. L’intenzione di Pandolfi è quella di sviluppare un approccio multiplo con la collaborazione del governo italiano, americano, ma anche indiano e di altri.

È coinvolto nella sperimentazione degli anticorpi monoclonali contro il coronavirus.

Se tutto andrà bene, gli anticorpi monoclonali saranno un grande cambiamento nella cura di Covid-19, perché a differenza del vaccino non è una prevenzione, ma una terapia.

La selezione è stata effettuata partendo dalla Toronto Recombinant Antibody Center, la più grande biblioteca biologica al mondo di anticorpi clonati. L’obiettivo è trovare la terapia, arrivare al primo farmaco intelligente, perché finora sono stati usati medicinali scoperti e sviluppati per altre malattie, e poi adattati al Covid-19. Questo sarebbe il primo specifico.

Inoltre sarebbe un farmaco in attesa del vaccino. Per produrre il vaccino, il numero delle dosi è molto basso, circa seicento milioni di dosi, mentre ne servirebbero molti di più per far fronte a tutta la popolazione mondiale. Al contrario, una terapia avrebbe numerosi vantaggi perché non richiede così tante dosi come il vaccino.

Questo non significa che il vaccino non sia utile, anzi, deve essere prodotto, ma la comunità internazionale ha bisogno di qualcosa ora, per aiutare le persone, e far ripartire le economie del mondo. È importante permettere a tutti di camminare per le strade, senza la paura di morire.

Gli anticorpi monoclonali servono a curare persone dopo che sono state infettate dal coronavirus, mentre il vaccino ha funzione preventiva, assicurando una copertura e una risposta immunitaria prima di ammalarsi.

Se non si provvederà a questo subito, l’apertura e la richiusura saranno un serio problema.

Un esempio è dato dalla Corea del Sud, che nonostante abbia gestito bene la pandemia, ad oggi è caduta in un secondo lockdown perché il virus è riemerso.

L’amministrazione Trump ha dichiarato di voler un vaccino entro la fine dell’anno, ma è possibile che ciò avvenga? E se avverrà, come si potrà garantire che sia davvero di aiuto, considerando il poco tempo?

A questa domanda ha risposto Cristina Cassetti, dichiarando che tutto dipenderà da come il virus si comporterà.

La speranza è che il virus rimanga così com’è. Se non evolve e non ritornerà in autunno, ci sarà la possibilità di riuscirci entro la fine dell’anno. Centinaia di laboratori in tutto il mondo ci stanno lavorando, dunque ci saranno tanti tipi di vaccini, e bisognerà testarli tutti per trovare il più efficace.

Per vaccinare tutta la popolazione ci vorrà tempo, dunque si spera che quando il vaccino verrà distribuito, ogni casa farmaceutica riuscirà a produrne abbastanza.

Ma la dr.ssa Cassetti non dà nessuna certezza.

Secondo un recente sondaggio solo la metà degli americani hanno detto di volersi vaccinare, dunque come convincerli?

Sicuramente il vaccino, essendo una prevenzione, è la migliore opzione. Ma il punto su cui bisogna spostare l’attenzione è il fatto che il vaccino non sempre può proteggere completamente. Quindi sia per Covid-19, sia per tutti i futuri virus, inclusa l’influenza, è necessario un approccio combinato: offrire il vaccino, ma riuscire ad offrire anche delle alternative, altre combinazioni.

“L’Italia e gli Stati Uniti condividono l’impegno per la scoperta e l’innovazione, nonché i valori comuni di integrità e apertura. La nostra collaborazione è un esempio di quanto l’intersezione tra scienza, ingegneria e cooperazione internazionale possa essere cruciale nell’affrontare e sconfiggere il COVID-19” ha concluso il Dott. Droegmeier.

L’augurio è che la ricerca proceda a ritmi veloci e che il mondo possa imparare nuove lezioni attraverso la cooperazione di tutti.

Questi scienziati provano che nella pandemia, c’è comunque un aspetto positivo: la collaborazione Italia-USA è diventata più forte.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter