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La bellezza perduta di quel beautiful game

C'era una volta un calcio in cui la palla veniva sistematicamente portata avanti, senza movimenti fini a se stessi. Poi è arrivato il calcio dei "killer", delle entrate a gamba tesa, delle corse forsennate. E si è fatto un passo indietro, si è tornati al dribbling game, in cui gli animi sono alterati e sono tanti i comportamenti diseducativi

Così, il nostro direttore Stefano Vaccara ci fa sapere che alla Hofstra University ha preso in queste ore il via un convegno ad ampio respiro sul Calcio, "much more than ‘The Beautiful Game’". Un simposio cui partecipano oltre 100 studiosi della materia giunti da vari Paesi, e in testa ai quali si trova il professor Stan Pugliese, che nell’intervista rilasciata su La VOCE al nostro direttore, mi ha colpito per la notevole preparazione tecnica e culturale che ha saputo costruirsi. Personaggio davvero interessante, Stan Pugliese, anche perché non ci pare davvero un cattedratico, un padreterno; un “trombone”. Un po’ d’aria fresca, insomma: ce n’era bisogno.

Ma qui le nostre strade divergono… Eppure, il Calcio un tempo mi piaceva, m’appassionava. L’ho anche giocato e, secondo alcuni, come “libero” non ero affatto male. Ma quello era il Calcio dei ruoli specifici: c’erano il terzino sinistro, il terzino destro, la mezzala sinistra, lo ‘stopper’, il mediano destro; il “libero”, appunto. La palla veniva sistematicamente portata avanti, salvo eseguire il passaggio arretrato al compagno che arrivava di gran carriera dalle retrovie. Era “tassativamente” proibito indirizzare il pallone al compagno marcato; ugualmente proibito ridarlo “piatto” al compagno che ci aveva serviti uno o due istanti prima. Pochissimi i movimenti fini a se stessi. Oggi assistiamo invece a anche troppi movimenti fini a se stessi, quindi sterili. Irritano. Annoiano.

I terzini d’una volta: quello destro (vedasi Virginio Rosetta) era “il” creativo; quello sinistro (vedasi Umberto Caligaris) era “il” distruttore. Le ali: all’ala destra i ‘mister’ ci piazzavano l’attaccante ordinato, metodico (anche se metodici Julinho e Hamrin certo non erano, anzi!): all’ala sinistra veniva invece collocato l’elemento “estroso”, il “gran” palleggiatore, spavaldo, “impudente”. Quello che cercava con sistematicità la ridicolizzazione dell’avversario: veniva incitato a irridere l’antagonista…

A quell’epoca di “killer” ce n’erano pochi, tanto che li ricordiamo ancora: Malacarne della Salernitana, Ballacci del Bologna, Cervato della Fiorentina e Juventus, Tagnin dell’Inter, Carosi della Lazio, Nobby Stiles del Manchester United (and England), Tommy Smith e Alec Lindsay del Liverpool, Santamaria (uruguagio) del Real Madrid. Oggi, invece, almeno secondo noi, ogni compagine, italiana, inglese, spagnola che sia, di “killer” ne manda in campo parecchi… Non si contano i ‘tackles’ a tenaglia, le ‘entrate’ a gamba tesa sulla caviglia dell’antagonista. Si corre come “forsennati”. Si corre senza criterio, anche quando sarebbe saggio dar luogo a un ben calcolato rallentamento in attesa della repentina accelerazione che stende gli avversari. In dieci o dodici, ci si raduna in due o tre metri quadrati… Si è fatto un balzo all’indietro che solo fino a trent’anni fa non ci saremmo aspettati: oggi si gioca, appunto, come si è giocato fino al 1880 suppergiù, all’epoca del Dribbling Game poi spazzato via dal rivoluzionario Passing Game, più esattamente, lo “Scottish short-passing game” ideato, appunto, dagli scozzesi.

In tanto tourbillon gli animi sono alterati, drammaticamente alterati. Arbitri vengono assediati, affrontati a brutto muso. Offesi, oltraggiati. Ma in 60 anni non ho mai visto un arbitro, italiano o straniero, rivolgersi ai giocatori con cortesia, signorilità, usare coi giocatori l’arte della persuasione, della spiegazione: l’atteggiamento era (forse lo è ancora) sprezzante, provocatorio, “assolutista”. Era teatrale. Il celebre Lo Bello i giocatori più animosi non li guardava nemmeno negli occhi. Non li degnava d’uno sguardo: decretava espulsioni guardando, sì, altrove. Era brutto. Molto brutto. Diseducativo. Come diseducativa è la derisione, l’umiliazione dell’avversario fra le cui gambe si fa filtrare il pallone per poi raggiungerlo vento in poppa. Diseducativo voler dribblare una seconda volta l’avversario dribblato già un attimo o due prima…

Diseducativo in qualità di dirigenti piazzarsi dinanzi allo spogliatoio della formazione ospite e strillare: “Se tentate di vincere, di qua vivi non uscirete”! (Orbetello, maggio 1972). Triste, tristissimo il paffuto dirigente della Cuoiopelli, la società di Santa Croce sull’Arno, sbiancato, svenuto, avvitatosi intorno a se stesso nello spiazzo del suo stadio poiché la sconfitta di alcuni minuti prima col Pontedera (stagione 1971-72) aveva sancito appunto la retrocessione del Cuoiopelli dalla Serie D in Promozione… E diseducativi i goal segnati deliberatamente di pugno, quindi non di testa, da Silvio Piola nel 2 a 2 con l’Inghilterra nel 1939 a Milano, e da Diego Armando Maradona nel match Argentina-Inghilterra ai Mondiali messicani del 1986: l’inganno che all’Inghilterra costò la sconfitta (2 a 1).

E i suicidi… I suicidi avvenuti in Brasile per via della “catastrofica” sconfitta subita dai ‘cariocas’ a opera dell’Uruguay nella Finale della Coppa Rimet del 1950 al Maracanà??

Il Calcio ha provocato bagni di sangue, basti ricordare la tragedia dell’Heysel, la tragedia di Hillsborough. Ha dato luogo al fenomeno degli hooligans (poi neutralizzati da governi veri, in gamba) mentre in Italia la questione dell’ordine pubblico negli stadi e nei paraggi degli stadi non è stata ancora risolta e, forse, mai lo sarà. Cento o centocinquanta anni fa, gli inglesi il Football lo avevano concepito in modo assai diverso: “Play the game for the love of it”.

Il Caso incide nel Calcio. Troppo incide. Su un tiro a rete, un centimetro può far la differenza fra il trionfo e la disfatta. Spesso si segna proprio perché il tiro non è stato “bene” eseguito; lo fosse stato, forse il portiere lo avrebbe parato. Ecco, il portiere e i suoi compagni beffati, sì, da un ‘tiraccio’ che prende a pedate il Manuale…

Ci sono momenti “di stanca” in quasi ogni partita che si giochi a San Siro o al San Paolo, all’Old Trafford o al White Hart Lane. In genere il momento di ristagno avviene quando una delle due squadre, in vantaggio di tre o quattro goal a dieci minuti dalla fine, decide di “non infierire”… L’altra compagine ne è lieta, si sente sollevata, prova quasi un moto di letizia mentre aspetta a gloria il fischio finale. Ma questo vuol dire accettare l’elemosina! Vuol dire essere umiliati doppiamente. Il rispetto verso l’antagonista lo si dimostra caricando di goal l’antagonista, non ‘risparmiandolo’. Lo si dimostra con un furioso martellamento che ha fine solo al novantesimo.

Il Calcio. Attraverso le generazioni, il Calcio ha fatto la fortuna di migliaia di uomini i quali mai sarebbero usciti dalle ristrettezze, dalle rinunce nelle quali erano nati e cresciuti. Ma è stato anche la “fabbrica” di milioni di spostati risucchiati negli stenti e nell’anonimato dopo aver conosciuto brevi momenti di fama, di ricchezza. L’uruguagio Alcide Ghiggia (uno degli eroi del Maracanà 1950) che finisce i suoi giorni a Montevideo come benzinaio stipendiato; Nacka Skoglund, il ‘genio’ svedese dell’Inter che, a carriera finita, sprofonda nell’alcolismo e morirà con una bottiglia fra le mani; il celebre Giancarlo De Sisti, l’ordine calcistico in campo, vittima trent’anni fa di un male pauroso, dimenticato da tutti. Meglio non incrociarlo; se non lo si incrocia, è come se lui manco esistesse… Sollievo! Ne produce di cinismo, il Calcio! Nato, certo, con ben altri, nobili scopi: “leisure time for the workers, open spaces and fresh air for the workers”!

 

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