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Ma come si fa a gioire per quel Mondiale dei milionari?

Nulla giustifica le straordinarie cifre in dollari o euro consegnate con sistematicità ai calciatori di pallone mentre in Brasile e nel mondo milioni di persone devono confrontarsi ogni giorno con la sopravvivenza 

Questo Mondiale di Calcio in Brasile (con l’Italia che piega l’Inghilterra, con l’Olanda e il Cile che spazzano via la Spagna, col Messico che ferma i ‘cariocas’) noi non lo sentiamo. Non possiamo sentirlo nella morsa spietata di una crisi nazionale e internazionale della quale non s’intravede nemmeno la fine.  Detto in modo, sissignori, qualunquistico, non possiamo sentirci vicini a giovani personaggi i quali, baciati da estro, inventiva, tocco di palla, guadagnano milioni di euro all’anno, e parecchi di loro costringono acquiescenti presidenti di società a versare essi stessi ‘anche’ le tasse corrispettive…

Se oggigiorno c’è in circolazione un tipo di personaggio del tutto simile a certi politici spudorati, ingombranti; questo è proprio il calciatore di successo. Nella maggioranza dei casi questo calciatore di successo è italiano, ma “anche” balcanico, portoghese e via dicendo. Nulla tange questi “fenomeni”, nulla… Essi magari si prestano a rassegne di “beneficenza” e “solidarietà” verso gli “umili”, verso i ‘nuovi poveri’, gli emarginati; ma il più delle volte tutto questo rappresenta una facciata, una facciata ipocrita, “spettacolaristica”. Sconcertante.

Detto di nuovo in stile ‘smaccatamente’ qualunquistico, nulla giustifica i milioni di euro consegnati con sistematicità a centravanti formidabili, a ‘rifinitori’ egualmente eccelsi, a portieri-saracinesca. Basterebbe accreditar loro diecimila euro al mese, e già questo sarebbe tanto, tantissimo. Un gol in acrobazia non può valere “una fortuna”… Una parata che alla squadra del portiere in questione riconosce poco dopo il titolo di Campione del Mondo, non può, no, valere una fortuna…

Che cos’ha meno del “campionissimo” il precario che sgobba con contratto a tempo determinato per otto o novecento euro al mese? Che cosa ha in meno il sapiente, comprensivo, appassionato docente liceale che a fine mese raccatta, sì e no, milleduecento euro, con quel che costano gli affitti, le spese condominiali, l’energia elettrica, il riscaldamento nei mesi invernali? Che cosa?!

I campioni del Calcio fraseggiano con morbide movenze; sbarrano, implacabilmente, la strada al ‘guerresco’ centrattacco avversario; vanno a rete con precisione, con imperiosità, quasi a deridere l’antagonista. Sono acclamati, vengono idolatrati, come del resto è sempre successo. Vanno per loro “in delirio” folle di uomini e donne alle quali, ai quali, ben poco è rimasto… Ma le schiere dei tifosi “a oltranza” comunque s’assottigliano.

Almeno in Italia, i calciatori sono sempre stati “profumamente” remunerati. Basti l’esempio di Raimundo, “Mumo”, Orsi, oriundo italiano proveniente dall’Argentina, ala di notevole valore, colonna della Juventus e della Nazionale azzurra campione del mondo nel 1934: alla Juve “Mumo” percepiva cinquemila lire al mese (anni Trenta!), più i premi-partita, più l’automobile e l’appartamento a spese della società… L’Orsi che mai indossava due volte la stessa camicia… Comprava diecine di camicie al mese… Lo scandalo, l’insulto alla povertà.

Il professionismo calcistico, almeno in Italia, è nato con un ‘vizio d’origine’ che da almeno quarant’anni fa sentire tutto il proprio peso. Ma ora è così quasi ovunque e non sembra esserci riparo dalla “valanga” che stravolge ogni principio, che nello sfarzo offensivo si fa appunto beffe degli “have nots”; anzi, gli “have nots” manco li vuole vedere… Altro non vuole che folle sterminate di “laudatores”. Gli stessi del Vomero di Napoli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta; gli stessi di San Siro ai tempi di Nordahl, Gren, Liedholm; gli stessi dell’”Appiani” di Padova, del “Comunale” di Firenze, del “Della Vittoria” di Bari e del “Cibali” di Catania. Ma allora una speranza, una grossa speranza, poi suffragata dai fatti, c’era: oggi non c’è rimasta nemmeno quella.

Il Mondiale 2014 si gioca nel Deserto dell’Occidente. Anticamera, forse, di tempi ancora più bui. Ancor più nefasti.

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