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E continuavano a chiamarli Azzurri

di Generoso D’Agnese
La squadra azzurra scesa in campo il 22 maggio 1949, all'indomani della tragedia granata

La squadra azzurra scesa in campo il 22 maggio 1949, all'indomani della tragedia granata

Prima i trionfi con i giocatori del Torino, poi, dopo l'incidente di Superga, il declino. Privo di validi attaccanti, il campionato di calcio torna alla mai sopita passione per gli stranieri e abbandona l’attenzione verso i propri vivai

 

11 novembre 1945. L’Italia, appena uscita dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale e dall’agonia della Guerra di liberazione, ha voglia di cambiare pagina e di tornare a sorridere alle cose semplici. Tra queste vi è anche il calcio, e la nazionale di calcio. Agli uomini in maglia azzurra gli italiani guardano con un misto di rispetto e di malinconia; in un paese sconfitto, l’undici in calzoncini corti è infatti ancora campione del mondo in carica, e rappresenta l’unica consolazione nazionalistica.

In quella serata d’autunno, l’Italia si ritrova quindi finalmente sul campo di calcio, per una battaglia fatta di assist e gol, e di sano gioco. A Zurigo, ad attenderla, c’è la Svizzera che, per non smentire la propria neutralità, concederà un largo pareggio (4 a 4) ai propri avversari. Alla guida degli azzurri c’è ancora Pozzo ma sono diversi i nomi degli atleti che scendono in campo a mantenere alto l’onore dei campioni del mondo. Sentimenti, Ballarin, Maroso, Castigliano, Parola, Grezar, Biavati, Loik, Mazzola, Ferraris II, rappresentavano il meglio di un campionato che stava risorgendo dalle ceneri e che vedeva nel grandissimo (e sfortunato) Torino il protagonista assoluto. Il direttore tecnico, pur sommerso dalle polemiche (a lui si imputavano scarse attenzioni alle nuove tattiche di gioco), farà affidamento totale sui giocatori del Torino e i risultati tutto sommato non dispiaceranno.

Dopo il pareggio con la Svizzera, arriva infatti la vittoria con l’Austria per 3 a 2, una nuova sfida con la Svizzera vinta in casa per 5 a 2, una vittoria sull’Ungheria per 3 a 2 e una nuova vittoria sull’Austria per 5 a 1. Quest’ultima partita segnerà l’esordio in maglia azzurra di un grande della storia calcistica italiana: Boniperti. Tutto andrà bene per il vecchio commissario Pozzo, fino alla partita di Torino. Nell’occasione del cinquantenario della Federazione Italiana Gioco Calcio (FIGC) l’Italia affronta infatti l’Inghilterra, rimediando un sonoro 4 a 0. È l’inizio del declino che si compirà definitivamente durante le Olimpiadi di Londra, con l’eliminazione da parte della modesta Danimarca. La direzione passerà a Ferruccio Novo, che in poche partite riesce a rinsaldare il morale degli italiani.

Ma le vittorie sul Portogallo e sulla Spagna saranno davvero le ultime grandi prestazioni dell’ex squadra campione del mondo. Il 27 maggio del 1949 uno schianto sulla collina di Superga toglierà all’Italia i suoi migliori giocatori (e una squadra davvero formidabile) e l’oscuramento definitivo del proprio astro calcistico. Privo di validi attaccanti, il campionato di calcio torna alla mai sopita passione per gli stranieri e abbandona l’attenzione verso i propri vivai. Sarà una scelta pagata a caro prezzo. Ai mondiali del 1950 gli italiani arrivano infatti con un lungo viaggio via mare e non hanno neanche il tempo di smaltire le onde dell’Oceano. Eliminati al primo turno dalla Svezia, gli azzurri non possono far altro che riprendere il viaggio di ritorno e lasciare al pubblico italiano la soddisfazione di veder dominare in campo i calciatori italici della nazionale uruguaiana. Saranno infatti proprio due attaccanti di origini italiane, Schiaffino e Ghiggia, a sconfiggere il Brasile al Maracanà, in una finale che vedrà l’intero paese cadere in stato di prostrazione (e numerosi suicidi nello stesso stadio), e gli stessi organizzatori locali dimenticare la consegna della Coppa del Mondo agli avversari della magnifica “celeste”.

La finale del 1950 porterà decisamente fortuna ai calciatori uruguaiani. In una formazione che annovera nomi italiani come Maspoli, Gambetta, Ghiggia e Schiaffino l’Italia affamata di stelle non potrà che gettarsi a capofitto, per rimpinguare i suoi club. E anche la nazionale si ricorderà ancora una volta dei suoi figli d’oltreoceano. Grazie soprattutto a un decreto restrittivo dell’allora sottosegretario agli Interni, Giulio Andreotti, nei confronti dei calciatori stranieri. Il paese in pantaloncini reagisce come nel 1925. Ricordandosi dei suoi “figli di italiani”: di fronte a una maglia che si stringe sempre di più, l’Italia riconquista la sua “memoria” storica e arruola giocatori sudamericani dal cognome decisamente peninsulare. Tra questi figureranno proprio Ghiggia e Schiaffino, e numerosi altri rimpatriati. La Roma, ad esempio, punterà su Dino Da Costa che in Italia si fermerà per 14 anni conquistando numerose classifiche di goleador. Il Napoli invece punterà su Luis Vinicius de Menezes, italobrasiliano destinato a passare alla storia con il nome di Vinicio.

Dall’Argentina arriveranno nella seconda metà degli anni 50 Ramon Lojacono

(Fiorentina e Roma), Ernesto Tito Cucchiaroni (Milan e Sampdoria) mentre dal

Paraguai sbarca Silvio Parodi (Fiorentina).

Sarà però ancora una volta la Juventus a pescare l’oriundo più prezioso. E sarà un vero artista del pallone, Omar Enrique Sivori, pronipote di un italiano partito da Cava dei Tirreni. Arrivato dal River Plate per 190 milioni, Sivori sarà oggetto di una vera caccia (senza esclusioni di colpi) tra Inter e Juve e formerà una coppia straordinaria con il gallese John Charles, conquistando tre scudetti. L’Inter, risponde ingaggiando Antonio Valentin Angelillo, che tra il ‘58 e il ‘59 conquisterà un record ancora imbattuto nel nostro campionato: 33 reti in altrettante partite.

Tra il ‘55 e il ‘65 l’Italia si veste così di grandi talenti . Il Milan infatti pesca prima Ernesto Grillo e poi Josè Altafini, un attaccante di qualità immense che fa dell’Italia la sua terra calcistica. Il giocatore chiuderà la lunghissima carriera nella stagione ‘75-‘76, dopo aver incantato il pubblico di San Siro, quello del San Paolo a Napoli, e infine quello della Juve, alla quale regalerà due scudetti. Pedro Manfredini vestirà la maglia della Roma nel ‘60, e nello stesso anno arriva Sergio Clerici, che sarà l’ultimo “italoamericano” del campionato fino alla riapertura dei cancelli, che avverrà nel ‘79. Gli anni d’oro del calcio “oriundo” non porteranno però grandi risultati in maglia azzurra. Superata infatti senza lode la prova del 1954 in Svizzera, l’Italia calcistica allo sbando ricorrerà ai suoi “italoamericani” per dare più spessore all’azzurro. Ma servirà a ben poco.

Nel 1958 gli italiani alle fasi finali del Mondiale di Svezia (ove peraltro brillerà di luce pura la stella nascente di Pelé) non ci arriveranno nemmeno, nonostante un attacco “stellare” formato da Ghiggia, Da Costa, Montuori e Schiaffino. L’Italia oriunda perderà infatti la partita decisiva di qualificazione a Belfast, contro l’Irlanda del Nord, per 2 a 1, toccando con amarezza il fondo del proprio cammino internazionale. Dopo quattro anni la situazione muterà poco ma soprattutto per colpa del clima infuocato (e non obiettivo) del Cile. L’Italia schiera nel torneo uomini di grande talento e tra essi ancora una volta brillano gli oriundi Maschio, Altafini e Sormani. Sarà però proprio il Cile a fermare la corsa dell’Italia, dopo una vera e propria caccia agli “stinchi azzurri” perpetuata dalla squadra di casa e accettata dall’arbitro inglese.

Sarà, quella di Santiago, l’ultima nazionale composta anche da italoamericani. Gli eventi del 1966 sono a tutti noti e il nome del coreano Pak Do Ik (da tutti considerato dentista ma in realtà istruttore di ginnastica) ancora oggi fa rima con disastro. Chiuse definitivamente le frontiere, l’Italia coltiverà per quasi 15 anni i propri talenti in casa e dalle amarezze dell’Inghilterra rinascerà con la bellissima squadra del 1970. Ma questa è un’altra storia.

 

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