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Mondiali. Immagini da un’ecatombe calcistica (e non solo)

Per noi i Mondiali sono arrivati al capolinea. Siamo partiti con proclami propagandistici, ospitati da resort a cinque stelle superior. Torniamo a casa con la consapevolezza di avere avuto una squadra con limiti manifesti,  ma forse con la piccola speranza di ciascun italiano di saper ritrovare in futuro la strada dell’umiltà

Il vento caldo arriva dal Sud, scende dalle praterie africane verso i nostri litorali increspando le coste adriatiche e modellando le onde di spuma bianchissima, in netto contrasto con il mare notturno. Lontano, lo scintillio della luna diffonde i suoi raggi in una striscia di mare all’orizzonte formando un cono ideale per un ipotetico incontro ravvicinato con le stelle. Il passaggio del treno lungo la ferrovia alle mie spalle agita i canneti ed il rumore sulle traversine richiama alla memoria un caratteristico passo di danza. Non riesco a vedere altro che questo dalla mia postazione privilegiata: una sdraio sotto una palma lungo la spiaggia notturna del lungomare. Nient’altro che questo, vento, primi gorgheggi delle cicale ed il mio personalissimo “samba” sui binari del treno.

Cerco di stordirmi così dalla delusione mondiale accompagnandomi ad una amica fidata e gentile, asservita ad ogni mio volere; una bottiglia di Cannonau di Sardegna, incomparabile e sublime nettare che mi infonde un inquieto ottimismo amplificato dalla bellezza struggente dei luoghi.

Controvento riesco a sentire le voci delle persone che ancora indugiano in piazza, suoni indistinti che formano un coro unanime di volgarità da codice penale, spropositi e scurrilità da vilipendio alla Costituzione.
 Pochi sono i condannati senza possibilità di difendersi perché totalmente indifendibili in questo processo popolare tenuto all’aperto: Il nostro Commissario tecnico per aver osato poco, troppo poco per il blasone della Nazionale, ed il nostro centravanti per aver tradito la fiducia in lui riposta e forse sovradimensionata per le sue reali capacità.
 Guardatevi da tutta questa bellezza; i luoghi incantevoli, l’arte e la cultura, piuttosto che la Nazionale di calcio nascondono agli occhi degli abitanti del mio Patrio suolo poche manifeste verità ma rende bugiardo tutto il resto.

Utilizzo il cono di luce della Luna per scrivere alcuni personalissimi appunti sul mio notes. Noi tutti eravamo convinti di avere una squadra all’altezza delle aspettative, capace di tirarci fuori almeno per un periodo più o meno breve dalla difficile situazione che attanaglia il Paese ormai da qualche anno, ma forse le nostre convinzioni erano dettate dalla disperata necessità di conquistare nel calcio quello che ci è negato in altri campi.

Il luogo dove si è consumata l’ecatombe sportiva assume le sembianze di un campo di battaglia in cui i gladiatori si immolano per la gloria o per l’atroce sconfitta; crampi, colpi proibiti, addirittura morsi sul collo degni di rappresentazioni transilvaniche ecco i nostri eroi cadere uno ad uno arrendendosi alla “celeste”. Un nemico fiero vigoroso ed inattaccabile.

La Nazionale di calcio che è stata eliminata in questo Mondiale purtroppo riflette in maniera inequivocabile il Paese che in qualche modo rappresenta. Affronta gli avversari perdendo tempo prezioso, attende le mosse altrui senza proporre nulla, alza barriere difensive eccessive evitando slanci in attacco. Si preoccupa di non prendere colpi troppo eccessivi rinunciando al gioco. Teme oltre misura le compagini più modeste non avendo il giusto coraggio per sovvertire il risultato avverso. E’ una squadra divorata dalla paura di sbagliare, di mettersi in gioco, di osare e finalmente di entrare in competizione.

Le recenti sconfitte subite dalla nostra squadra hanno mostrato queste lacune ma ci hanno indirizzato verso altre riflessioni. Il discernimento della vita pubblica da quella calcistica. Abbiamo saputo che la Costa Rica, che nessun italico individuo sapeva dove mai fosse ubicata, scoperta da uno dei nostri discendenti più illustri: Cristoforo Colombo, è la nazione che si è classificata al primo posto per la felicità media della popolazione. Loro il Mondiale lo hanno già vinto. Appena prima della partita contro l’Uruguay scopriamo che il Presidente di quella nazione ha fatto la coda come qualunque altro cittadino per verificare la disponibilità di posti letto in una struttura ospedaliera della capitale. Nobile esempio di concretezza non esportabile in alcun modo ai politici qui in Italia, esempi di primati ben diversi da quelli sopra citati.

Il Mondiale di calcio è anche una vetrina di virtù, di nobili gesti, di scoperte, di nuovi arenili e di mete turistiche. Per noi i Mondiali sono arrivati al capolinea. Siamo partiti con proclami propagandistici, febbrili partecipazioni di massa, congrui premi partita ai giocatori in caso di vittoria ed ospitati da resort a cinque stelle superior. Torniamo a casa con la consapevolezza di avere avuto una squadra con limiti manifesti, non adatta a competere con le altre Nazioni di questo mondiale ma forse con la piccola, personale speranza di ciascun italiano di saper ritrovare in futuro la strada dell’umiltà, la gioia della partecipazione oltre la vittoria, del misurarsi con l’avversario in una sorta di duello epico cavalleresco rispettando le regole della tenzone, l’utopia di rendere tutto più pacatamente vicino agli umori degli italiani, augurandosi che tutto questo non sia un esclusivo privilegio riservato solo alla nostra squadra di calcio.

Il vento ha cambiato direzione, la corrente africana vira improvvisamente verso ovest smorzando il suo impeto e regalandomi folate di brezza fresca. Indugio ancora elucubrando sui titoli di coda di questo Mondiale. Il Cannonau vermiglio rende il fresco più piacevole ma le membra spingono verso la strada di casa. Le rotte degli aerei graffiano il cielo come in una tela d’arte moderna inconsapevoli delle loro trame invisibili a quelle quote, ma perfettamente visibili dalla Terra. Gli italiani domani si sveglieranno consapevoli delle rotte tortuose che li aspettano, aspettando pazientemente i prossimi quattro anni per celebrare, ancora una volta magicamente, le notti dei Mondiali.

 


lucaLuca Tontodonati  vive a Pescara.  Sulle rive dell'Adriatico trascorre gran parte della sua esistenza annotando tutto e scrivendo oltre il necessario. Viaggiatore oltre le mete del turismo, cerca per quanto possibile di vivere  a stretto contatto con "Gaia" la madre terra che lo ispira . Vegetariano non convinto, spesso si lascia coinvolgere e trasportare dall'elemento predominante causato dalla rotazione terrestre: il Vento. Geografo e cartografo si occupa di divulgazione storica. Fautore del "come eravamo", spesso tacciato di sentimentalismo eccessivo, chiude gli occhi ed immagina i luoghi come erano in passato. Rispetto al suo modo di vivere, asserisce  (a torto) che Verga fosse un visionario.  Frase preferita:  "Presa singolarmente,  l'umanità è davvero insopportabile".

 

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