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Mondiali: Quando fu l’Italia a sconfiggere il Brasile

Era il 5 luglio 1982, bevevamo batida in un soffocante pomeriggio estivo, quando in tutta Italia, come in un Miracolo di San Gennaro rovesciato, il sangue si congelò: punizione di Eder dalla sinistra, colpo di testa di Paulo Isidoro e il prodigio del capitano. E anni dopo su un taxi a Salvador da Bahia...

Una cortina di pioggia chiude la seconda semifinale dei Mondiali. La prima semifinale aveva di fatto tracciato una ferita eterna sul pericardio del popolo verdeouro, quella di oggi ha contribuito a renderla ancora più dolorosa . Gli odiati Argentini se la giocano con i tedeschi per la conquista della Coppa del Mondo. Tuona su Sao Paulo la sentenza definitiva lasciando irrisolto ancora per qualche giorno l'interrogativo più celebrato di questo sogno di una notte di mezza estate. Sulla veranda mi assale un ricordo, come spinto dal vento di Grecale che viene viene dal Mar Nero (il vento schiavo dei veneziani) rievocando l'ectoplasma di un uomo incontrato qualche tempo fa nelle mie scorribande itineranti. Un uomo del quale non so quasi nulla eccetto la sua professione: uutista di taxi. Il destino ha confuso storie e latitudini restituendo creatività ai suoi giochi. Il flashback che mi scaglia oltre oceano si materializza in un secondo, il tempo di un brivido e mi ritrovo nella patria di Neymar.

Le immagini dietro al finestrino scorrono come un film girato al contrario. Le stelle artificiali che illuminano l'avenida come fosse un enorme pista di atterraggio, sono talmente grandi che sembrano luci di un gigantesco airbus pronto a decollare da un momento all'altro. Fermo nel traffico leggo un cartello con inciso un nome che risuona familiare, scritto in italiano, che mi rassicura e mi solleva da ignoti timori. Le scritte in italiano all'estero sono un eterna madre che ti segue ovunque tu vada, quasi fossero un monito a comportarci bene anche così lontano dal suolo patrio; fanno rumore affinché possa ascoltarne il richiamo anche oltre oceano: l' avenida Anita Garibaldi taglia in due la penisola naturale che chiude la baia dove si è sviluppata una delle più belle città del mondo: Salvador da Bahia.

Oltre l'avenida la linea netta e distinta del golfo appare come un enorme anfiteatro; non sono più prigioniero delle lamiere del taxi, ma sono oltre, in piedi sul poggio collinare dove oggi sorge il parco botanico. La luce è abbagliante, gli alberi mi impediscono la visuale sull'oceano, allora mi sposto in avanti ed ecco che le vedo… in un attimo mi ritrovo catapultato cinque secoli indietro. In lontananza scorgo alcune navi che con il passare dei minuti diventano una flotta. Sono le navi portoghesi di Amerigo Vespucci che rapidamente si avvicinano alla spiaggia situata all'interno del golfo. Lo vedo dritto sulla prora che indica il punto dell'approdo spinto dal vento di Maestro che gonfia le sue vele ed il suo orgoglio. Era il suo terzo viaggio verso “la quarta parte della Terra”. Il fiorentino ha avuto il privilegio di narrare questi luoghi con straordinaria capacità descrittiva paragonando la natura del territorio ad una sorta di paradiso . Lasciò la baia alcuni mesi dopo con una punta di malinconia ,veleggiando verso sud dove il primo gennaio dell'anno successivo approdò in un altro luogo, magnifico ed incantevole che venne battezzato come si conviene ad un luogo favoloso: Rio de Janeiro.

La frenata e l'immancabile imprecazione del tassista mi riporta alla realtà. L'auto prosegue aggirando il promontorio ed infilandosi con decisione verso nord puntando verso la spiaggia di Itapuà. Raggiungiamo il Faro e mentre svoltiamo a sinistra il conducente, che nel frattempo non ha mai smesso di parlare, continua il suo monologo cercando di catturare la mia attenzione che invece è rivolta ad altro. Racconta di partite di calcio di alcuni anni prima, del Brasile eliminato dal Mondiale proprio dall'Italia e di Paolo Rossi che a suo dire è stato inviato sulla Terra per emendare le colpe del popolo brasiliano ed assolvere quelle del popolo italiano.

Mi sveglio di colpo dal torpore storico e metafisico che mi aveva rapito. Quelle parole hanno lacerato il mio sogno facendomi sobbalzare sul sedile e facendomi precipitare in una confusione che assomiglia ad un dolore fisico. Paolo Rossi, Italia, Brasile, Spagna, Mondiali… metto insieme le parole come in un puzzle ed ecco che la soluzione mi appare chiara: Mondiali di Calcio, Spagna 1982, l'Italia batte il Brasile 3 a 2 con tripletta di “Pablito” Rossi, spalancando le porte della finale e gettando nella disperazione milioni di brasiliani, tra cui il conducente del taxi. Con un sorriso cerco di sdrammatizzare ma lui lo recepisce come uno scherno. Avrei voglia di scendere immediatamente ed attendere la notte vicino al faro, ma sono prigioniero della sua carrozzeria, devo soccombere alla retorica stravagante del tizio e cedere alla mia unica colpa di essere italiano chiuso dentro un taxi brasiliano. Lascio l'Oceano alle mie spalle, entro nel cono di luce del tempo e mi ritrovo a casa, in Italia, in un pomeriggio d'estate , con gli amici di sempre . L'evento è uno di quelli che non può essere disatteso. L'Italia affronta il Brasile di Zico in una partita che i posteri consegneranno in seguito alla storia.

Era il 5 luglio 1982. Per entrare in clima decido di spegnere l'attesa e la sete con una Batida ghiacciata, nota bevanda sudamericana di origini Carioca, una sorta di amuleto dissacrante nei confronti dei nostri avversari, a sottintendere che noi i brasiliani, per il momento, ce li beviamo. Fuori la temperatura oscilla sui trentacinque gradi, tipica di un pomeriggio estivo italiano. In Spagna, al “Sarria” di Barcellona la temperatura è ben oltre i 40. Si gioca all'ora delle corride, le cinque del pomeriggio in un catino definito stadio. Una struttura priva delle più elementari tipologie di sicurezza; è impensabile che ai giorni nostri si possa giocare in un posto simile. Neppure il tempo di riempire il secondo bicchiere che dopo appena cinque minuti l'Italia segna. Un cross di Cabrini destinato al nulla e dove nessun brasiliano interviene. La palla sta per uscire ma Paolo Rossi, che nessuno aveva visto, esce da una zolla di terra direttamente dagli inferi dello stige calcistico e colpisce di testa mettendo in rete. Pensiamo tra noi: ora il Brasile stizzito ce ne fa quattro… Infatti pareggia quasi subito con Socrates. Un rimpallo del destino porge il pallone del secondo gol sempre a Pablito che approfitta del passaggio sciagurato di un difensore e gli consegna su un vassoio l'onore di gonfiare la rete per la seconda volta.

Prendo un'altra bottiglia di Batida dal freezer, l'ennesima di questo pomeriggio soffocante. Stiamo vincendo ma non ci crediamo ancora. La nave è ancora tra i flutti e la terraferma è ancora un miraggio. Al Brasile basterebbe un pareggio per passare al turno successivo. La partita riprende. Il Brasile danza sul campo mentre l'Italia gioca di rimessa, attende gli avversari, li rincalza e li irretisce andando in gol per la terza volta, ma l'arbitro decide che la Storia va scritta in modo differente ed annulla per fuorigioco. Mancano venti minuti , Falcao finge il passaggio e scarta di lato aprendo una voragine tra i difensori azzurri , prende la mira e segna. Il sole è oscurato da una cortina di fumo denso e impenetrabile, simile ad un colpo sulla nuca , il colpo di grazia definitivo. Venti minuti per cercare di sradicare la palla tra i piedi magici degli avversari sudamericani non è impresa facile. Una processione funebre accompagna l'ultima Batida verso l'atto finale. Fuori la calura è opprimente, le strade deserte richiamano immagini da terza guerra mondiale, i lampioni sono simili a capestri in attesa della sentenza conclusiva. Ma il mito per vivere esige la luce. Fu allora che gli Dei del calcio posarono la loro ala protettrice sul “Sarria” decidendo diversamente le sorti dell'incontro. Corner di Conti, tiro di Tardelli e gol di Pablito. La luce che alimenta il mito torna ad illuminare la penisola.

Non abbiamo più bottiglie di Batida da svuotare ed allora ci affidiamo ad un italico Rosso Montepulciano a temperatura ambiente, talmente caldo da bruciare lo stomaco oltre che intorpidire le membra. Mancano ora pochi secondi, la panchina dell'Italia ormai è in campo, i secondi hanno il ritmo delle ore e fu allora che in tutta Italia, come in un Miracolo di San Gennaro rivisitato e corretto nella sua accezione rovesciata , avvenne il miracolo del sangue congelato: Punizione di Eder dalla sinistra, colpo di testa di Paulo Isidoro a colpo sicuro. Ma il capitano con la maglia grigia numero uno compie il prodigio. Il guanto si posa sul pallone bloccandolo proprio sulla linea e bloccando i cuori di ciascun italiano dalle Alpi al Mediterraneo. La partita è finita. L'Italia ha battuto il Brasile e dopo pochi giorni vincerà il Mondiale.

Per riuscire a carpire fino in fondo quella magia avrei bisogno di un luogo silenzioso, cullato dai suoni della natura. Ma il mio incanto finisce e riesco solo a percepire le ultime parole in portoghese del tassista, ormai in preda ad una esaltazione patriottica, disquisendo sul calcio e su italiche fortune ed asserendo che se avessimo giocato cento volte quella partita il Brasile avrebbe sempre vinto. Il cono del tempo si è dissolto; sorrido alle parole del tassista e lo osservo con un'espressione ecumenica da benedizione papale. Sono troppo felice per serbare alcun sentimento diverso dalla gioia. Scendiamo dal Taxi, il tizio si avvicina per patteggiare il compenso e mentre giro i tacchi per allontanarmi gli poso la mano sulla spalla come in una investitura cavalleresca sussurrandogli in italiano: Non te la prendere, se anche avessimo giocato quella partita cento volte, avremmo sempre vinto noi…

Il brivido si accentua all'improvviso mentre rientro dal delirio onirico provocato dai ricordi; mi rasserena il fatto di poter tornare pacificamente in Brasile come meta delle mie peregrinazioni, intimamente felice di essere italiano e piacevolmente soddisfatto di non possedere il passaporto tedesco…

Continua…

 

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