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Rugby Sei Nazioni: l’Italia sconfitta dal Galles salva l’onore

Foto: Ansa

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Nell'incontro con il Galles, quattro volte vincitore nel Sei Nazioni, l'Italia si è confrontata con gente che il rugby, fiorito nelle miniere e nelle fabbriche del Sud del paese, ce l'ha nel sangue. Le due mete segnate dagli Azzurri sono sciabolate fendenti di cui andare fieri

 

Onore all’Italia. Onore agli Azzurri usciti battuti, in modo assai secco, perentorio, “brutale”, allo Stadio Olimpico di Roma dal confronto con il Galles nell’ultima giornata del torneo delle Sei Nazioni: 61 a 20 per i gallesi, dominio celtico nel secondo tempo, supremazia, strapotere celtici nei secondi quaranta minuti dopo che nella prima frazione di gioco l’Italia aveva giganteggiato con manovre d’indubbia efficacia sia nel gioco “chiuso” che nel gioco “aperto”: il gioco “chiuso” avviene nel confronto fra i due ‘pacchetti di mischia’, vale a dire fra i giocatori pesanti, massicci, quelli votati in gran parte alla lotta “oscura”, oscura, sì, ma preziosa, indispensabile. Il gioco “aperto” invece si registra quando il pallone viene liberato dalla mischia a beneficio dei tre-quarti, e cioè dei giocatori fulminei nella corsa, eleganti, estrosi nei movimenti.

Al 25° del primo tempo l’Italia si trovava in vantaggio! Conduceva grazie a una meta dell’ala Giambattista Venditti, abruzzese, classe 1990, pronto a scattare rasente il ‘pacchetto di mischia’ azzurro e a lasciare di sasso la bellezza di cinque gallesi: gli Azzurri, davanti a 50.000 tifosi estasiati, si portavano così sul 13 a 11. Tutto sembrava allora possibile. Ogni speranza, anche la più ardita, appariva legittima al sempre più folto popolo del rugby italiano avvicinatosi alla Pallaovale negli ultimi cinque o dieci anni. È un “popolo” del quale abbiamo già parlato su La VOCE di New York e torniamo oggi a parlarne per via dell’ennesima dimostrazione di amore verso gli Azzurri e verso l’Italia come Nazione, Nazione anche ideale, sognata, che anche oggi ha saputo dare uomini e donne trepidanti, sorridenti, provvisti d’un bel tasso di sana emotività; appartenenti a ogni ceto sociale, di varie provenienze geografiche, di ogni età. Quasi come il finale di un’opera lirica, il boato levatosi dai loro ranghi non appena, all’ultimo minuto, il tre-quarti ala Leonardo Sarto, veneto, classe 1992, ha realizzato la nostra seconda meta e fissato così il punteggio sul 61 a 20 per il Galles. Tutto a quel punto era stato deciso: un attimo prima che Sarto piazzasse il pallone in meta al culmine di una spettacolosa corsa di 30 o 35 metri in seguito al brillante passaggio, smarcante, da parte di Masi, i gallesi conducevano per 61 a 13, splendidi nell’arte di strappare nel secondo tempo l’iniziativa a un avversario che dimostrava di saper farsi valere, eccellente sia nella manovra ariosa, ricca d’immaginazione, sia nella lotta “in trincea” fra i due packs

Chi si trova a corto di fantasia o non dispone ancora d’una sufficiente preparazione sulla tecnica, sullo spirito, sulla tradizione del rugby football, non creda che nei minuti finali i gallesi abbiano “tirato i remi in barca” e fatto concessioni agli Azzurri. Nel rugby non ci sono squadre che tirino i remi in barca, non ci sono compagini che a un dato momento decidano di “non infierire” sull’antagonista già schiacciato. In questo sport il “non infierire” è considerato come una doppia umiliazione riservata appunto all’avversario bell’e condannato alla dura sconfitta. Quindi l’Italia con l’imperioso, elegante Sarto (sembra un quattrocentista!), ha compiuto una prodezza sul piano tecnico e tattico, ha realizzato un’impresa sul livello agonistico, sul livello morale, culturale; di costume. Ha salvato il proprio onore nella serrata “lotta” con un avversario che, appunto, manco ci pensava a scendere sul piano del “contentino” a beneficio d’una formazione travolta nei secondi quaranta minuti.

Ci vuole una gran bella tempra, un grosso carattere, un bel senso di dignità a rischiare di fracassarsi contro un “muro di granito” nei secondi finali della aspra “battaglia” e quando nulla e nessuno potrebbero ribaltare il punteggio. L’Italia anche oggi ha fatto sfoggio del proprio orgoglio, sfoggio del proprio amore verso se stessa e verso questa disciplina la quale deve molto alla nazione gallese. Le deve una Storia e una letteratura di prim’ordine. Il rugby è nato nelle scuole private (in Gran Bretagna dette, però, “public schools”), nei college frequentati da rampolli di “auguste” casate; vi è nato, all’incirca, fra il 1860 e il 1870 e doveva servire anche a forgiare il carattere delle generazioni future, dei soldati e dei civil servants dell’Impero britannico: uomini che dal proprio ruolo di “colonne” della Britishness, sarebbero stati condotti al Khyber Pass (!), a Hong Kong, a Calcutta, nella terra degli Zulu. 

Nel Galles il rugby è invece fiorito nelle miniere, nelle fabbriche, nei cantieri navali, nelle fattorie del South Wales, in città e cittadine come Cardiff, Neath, Llanelly, Newport, Aberavon, Abertillery. Fu subito il primo sport della classe lavoratrice welsh, amatissimo anche dalle massaie, dalle infermiere, dalle operaie, dalle sorelle e dalle mamme di quanti lo praticavano. In Galles il rugby era sport già adulto ai primi del Novecento: nel 1905, a Cardiff, la Nazionale gallese piegò gli All Blacks, grande potenza della Pallaovale già a quell’epoca.

Ecco con chi ci si batte sul terreno di gioco ogni volta che incontriamo i Red Dragons, quattro volte trionfatori nel Sei Nazioni, innumerevoli volte campioni dell’antico Cinque Nazioni (non c’era ancora l’Italia, ammessa nell’olimpo il 5 febbraio 2000). Ci scontriamo con uomini i quali il rugby ce l’hanno nel sangue. Ci misuriamo con gente fiera, fierissima, irriducibile; eccellente sia in termini tecnici che in termini di educazione morale, sociale, anche letteraria. Certo che si può battere ‘anche’ il Galles: i welsh, nella loro Storia, di sconfitte e rovesci ne hanno subiti; sono fatti di carne e ossa anche loro, anche loro accusano flessioni nel gioco, nel rendimento; anche loro subiscono crisi tenico-tattiche. Ma, come disse una trentina d’anni fa un giocatore neozelandese, un All Blac’, “è impossibile battere il Galles: tutt’al più si può fare più punti di loro”… Vero. Giusto. Un concetto, questo, molto rugbistico. Di vero spessore rugbistico.

E pensare che nella sua Storia l’Italia il Galles lo ha sconfitto in ben due occasioni, sempre a Roma, nel Sei Nazioni del 2003 e del 2007. Ma siamo onesti con noi stessi: i gallesi li possiamo superare in momenti per loro di transizione, d’assestamento, e sia ben chiaro che si tratta comunque di vittorie parecchio significative. Noi italiani quando ci avviciniamo al rugby e ci mettiamo a giocarlo, siamo soli con noi stessi… Soli col nostro carattere, con la nostra natura, col retaggio che il Fato ci assegna. Non abbiamo college… Non abbiamo miniere, fabbriche, cantieri navali… Non abbiamo una vera e propria letteratura a riguardo. Noi italiani partiamo sempre da zero e ci muoviamo in una disciplina agonistica ricca, ricchissima di dettagli, di sfumature. Gli italiani che giocano a rugby e che nel rugby si affermano, fanno strada, raggiungono alte vette, realizzano così qualcosa di assolutamente epico che il bravo osservatore coglie all’istante.

Le due mete segnate oggi dagli Azzurri contro un Galles in stato di grazia – segnate più con la forza dell’orgoglio che con la forza della tecnica – rappresentano altrettante, brillanti conquiste: rappresentano sciabolate, fendenti di cui andar fieri. Negli ultimi vent’anni il rugby italiano ha compiuto progressi inimmaginabili soltanto trenta o quarant’anni fa. Spesso ha dovuto scontrarsi contro l’indifferenza, il preconcetto, il pregiudizio, quando non contro l’ostilità di stampa, scuola, classe politica, classe intellettuale. Che nell’immediato dopoguerra lo bollarono come sport “fascista”. Ne misero in pericolo l’esistenza stessa.

 

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