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Roma e Lazio, la rivalità che non è mai “over”

La storia del derby Roma-Lazio inizia in una partita alla "Rondinella", con i biancocelesti che perdono per la prodezza di Rodolfo Volk... Ieri sera i romani hanno confermato quanto sia sentita la rivalità per questa partita e a sorridere ieri sera, come nel '29, sono stati i romanisti

La sfida stracittadina tra la Lazio e la Roma è cominciata molto prima del calcio d’inizio di questa sera, ha radici ancora più lontane, si perde nella notte dei tempi e della cultura calcistica dell’arte pedestre dello stivale. Talmente indietro nel tempo da riuscire improbabile trovare ancora qualcuno nel pieno della lucidità mentale capace di descrivere le emozioni dei primi scontri tra le due squadre.  Il primo derby porta la data del 1929, si giocava alla “Rondinella”  campo glorioso situato nell’area appena dietro la curva nord dell’attuale Stadio Olimpico. Costruito nel 1914 e demolito nel 1957 e di proprietà della società della Lazio. Quel primo derby si giocò nel giorno dedicato alla Madonna, l’8 Dicembre.   

Si narra che la rivalità, o meglio l’odio viscerale, nacque da una caparbia ed ostinata volontà della Lazio di non accettare la fusione delle tre società confluite poi nella Associazione Sportiva Roma. La Lazio quindi non nacque da una costola della Roma,  infuse vita propria alle proprie origini alimentando il disfacelo delle relazioni tra le due squadre e, cosa più importante, tra le due tifoserie.  La Roma, piccata nell’orgoglioso diritto ad essere snobbata e l’altra per aver rifiutato una siffatta elargizione di promiscuità eterna.  

Se oggi a Roma esistono due squadre è merito anche della scampata fusione. E prima di quel derby sugli spalti della Rondinella il deciso diniego era stabilito a chiare lettere dai tifosi biancocelesti  che alternavano la pubblicità del “Campari” con cartelli rudimentali con su scritto in modo inequivocabile: “No alla Fusione”. 

Quel primo derby fu vinto dalla Roma per uno a zero con rete al 73’ di Rodolfo Volk, centravanti di Fiume, in quel periodo città ancora italiana. Più in la con gli anni italianizzò il suo cognome in Folchi per adeguarsi allo standard dell’epoca in cui i nomi esteri non andavano tanto di moda. La prima rissa di cui si ha notizia  è andata in scena dopo il pareggio per due a due sul campo “Testaccio”. Le tifoserie , scontente per il risultato convogliato verso il pareggio per motivi politici, decisero di continuare la discussione dalle gradinate direttamente sulle zolle del Testaccio, subito  dopo l’inevitabile invasione. Giocatori e tifosi se le dettero di santa ragione tanto da “causare la squalifica di un turno dei rispettivi campi da gioco e dispensare ammende di rilevante aspetto economico ai  calciatori”  (La Gazzetta dello Sport , 25 maggio 1931). Poi la guerra, le sconfitte bruciano più sul suolo patrio che sui rettangoli polverosi in cui rotolava una sfera di cuoio marrone  anarchica ed ingestibile anche per i piedi superbi dell’epoca. I  bombardamenti e gli stadi trasformati in ospedali da campo non risparmiano i tre mitici impianti capitolini. La brusca interruzione per motivi bellici spezza l’incantesimo del derby di Roma per  quattro lunghi anni.  

Guerra e Pace

Bernardini, Amadei, Tontodonati, Da Costa, Sentimenti III, che siglò il gol più veloce della storia del Derby, sono solo alcuni degli attori della storia del calcio nella capitale a cavallo tra la guerra e la pace. Poi Janich, “Raggio di Luna” Selmonsson, eroi degli anni ’60 di molti derby vissuti tra scudetti mancati e retrocessioni ingloriose, ma con l’austera consapevolezza di non  aver perso nemmeno un solo grammo del fascino del passato. La storia della stracittadina si rinnova negli anni ’70 ed ’80. Una veste grafica moderna con alcuni risvolti tragici come la morte di un tifoso laziale colpito da un razzo sparato dalla curva opposta nel 1979. Gli anni di piombo  e le stragi di stato sono anni a tinte fosche in cui si innestano come una baionetta le frequenze regolare dei derby capitolini. Due gare ogni anno solare testimoniano con recrudescenze amarezza che la “pura arte del Pallone” accompagna la vita nel suo percorso  e senza soluzione di continuità. 

Gli anni ’90 ed il 2000 ed è già il futuro. Si gioca e si lotta per qualcosa di importante, uno scudetto oppure un posto in Europa. Ma fondamentalmente si gioca per il prestigio e per l’onore di essere i primi nella Capitale.  Fino a questo Anno Domini 2015, lontano anni luce dal quel primo derby ma così materialmente vicino da poterlo accarezzare di nuovo con la punta delle dita. Il campo della  “Rondinella” non esiste più,  ma lo spazio del rettangolo verde è ancora ben visibile appena dietro la Curva Nord dello Stadio Olimpico. Se ti affacci dalla balaustra e tendi  la mano quasi puoi toccarlo. 

Ore 20:30, il megafono dell’Olimpico scandisce i nomi degli eroi moderni; Totti, De Rossi, Candreva…ma tu sei immobile con lo sguardo fisso sulla Rondinella, buia e tristemente  desolata dallo scorrere impervio e tenace del tempo. L’Olimpico è stracolmo di 80.000 persone, ma se chiudi gli occhi riesci a sentire per un momento anche i quindicimila uniti nei cori in quel lontano 1929. Mentre Volk segna di testa al 73’ e corre verso la curva ti passa anche un brivido lungo la schiena.

 

Lazio – Roma 1-2

Ed alla fine la Roma ce l’ha fatta. Batte la Lazio nel derby cittadino e si piazza sola al secondo posto che significa accesso diretto in Champions League. Un secondo posto che all’inizio era solo un trampolino di lancio per raggiungere la Juventus, poi nel corso del campionato con i bianconeri in fuga per manifesta superiorità il piazzamento d’onore  è diventato sempre più  target illustre ambitissimo da tutti,  da difendere con il coltello tra i denti. Uno scalino scomodo in coabitazione con avversari scomodi , un traguardo perduto e poi ritrovato, un fortino in continuo assedio.  Stasera la Roma si insedia al secondo posto nella giornata più importante di tutto il campionato, già perché una sconfitta nel derby  avrebbe avuto per gli uomini di Garcia conseguenze a dir poco catastrofiche:  Sorpasso in campionato, sconfitta nel derby e mancato accesso diretto alla Champions. Chi alla vigilia parlava di “biscotto”, termine propriamente usato per definire un tacito accordo tra due fazioni, non aveva afferrato il senso di questo …  derby della capitale. Le certezze svaniscono quando di mezzo c’è il prestigio della superiorità dell’urbe, quando cento anni di cultura calcistica si incontrano e si scontrano non può reggere  nessun accordo che non sia quello di battersi fino all’ultimo respiro per conquistare la vittoria oppure evitare la sconfitta. Nessuno esce mai dall’erba dell’Olimpico senza la maglietta sudata , e chi ha provato a risparmiarsi è stato accolto dalle folle urlanti degli spalti con chiare allusioni a cambiare sport, cittadinanza e pianeta di residenza. La Lazio inseguiva il sogno diametralmente opposto alle preoccupazioni dei giallorossi. Sorpassare la rivale, insediarsi al secondo posto e difenderlo  poi al San Paolo contro il Napoli. Ora l’illusione coccolata ed accarezzata  per tutta la settimana è svanita nello spazio temporale  di un incontro di calcio.

La Cronaca

Alzata di scudi e di teloni sull’allenamento della Lazio a Formello per evitare accuratamente orecchie ed occhi indiscreti , Pioli manda in campo un modulo abbastanza atipico rispetto alle formazioni precedenti. Difesa a quattro, centrocampo arretrato presidiato da due mastini come Biglia e Parolo, tre metodisti in interdizione con licenza di offendere ed unica punta Miroslav Klose a fare il cosiddetto “mazzo” su e giù tra le linee difensive nemiche.  Dopo qualche affanno anche Garcia cambia leggermente modulo, sulla carta un puro 4-3-3 che può trasformarsi in due punte arretrando Totti di qualche metro per allargare la difesa avversaria e favorendo in questo modo  le incursioni del Pupone altrimenti incastrato tra la morsa dei due molossi biancocelesti. Dal primo minuto al 45’ non è successo praticamente nulla se si eccettua un colpo di testa di Klose fuori di un soffio. La ripresa inizia con lo stesso ritornello, squadre legate a centrocampo da una fune invisibile fatta di paure e di prudenza.  Un incursione di Basta grida al gol ma è solo un illusione ottica e la sfera finisce a lato.  Dopo un paio di ammoniti ed un paio di sostituzioni, al 70’ i più maligni tirano fuori la storia del “biscotto”  In effetti il pareggio andrebbe bene ad entrambe le squadre in ottica Champions. La Roma seconda e la Lazio dietro ad un solo punto significa accesso Champions tagliando i viveri al povero Napoli che in questo modo viene escluso di fatto dai giochi.  Ma il derby non è cosa per palati delicati, sul terreno dell’Olimpico e sugli spalti  i biscotti cedono  forzatamente  il posto  ad una bella amatriciana. Al 73’ la rete che che si gonfia è quella della Lazio:  Ibarbo appena entrato si invola sulla destra, pare perdersi il pallone ma poi lo recupera con un guizzo, disorienta l’avversario con una finta assolutamente fortuita,  mette in mezzo un pallone leggermente arretrato che taglia  la difesa biancoceleste come il tonno Riomare ed agevola il Tap-in vincente di Iturbe che da due passi insacca, si toglie la maglia e si mette in posa per le foto di rito.  

A Pioli scendono tristi pensieri direttamente dall’Ade, gli  pare di rivivere la serata di Coppa contro la Juventus. Ed ora che faccio? pensa il tecnico laziale alle prese con un dilemma di non poco conto. Sul piatto c’è la sconfitta del derby e mancano solo poco più di dieci minuti.  Alla fine partorisce una mossa che si rivelerà azzeccatissima. Fuori Mauri e dentro Djordjevic.  

Passano appena sette minuti. L’azione è quella da manuale del calcio alla pagina 43 . Felipe Anderson  sulla mediana lascia partire un lancio di 40 metri che scavalca difesa e centrocampo romanista in blocco, la sfera termina in piena area giallorossa sulla testa di Klose stavolta altruista , sponda per il neo entrato che di testa insacca a porta completamente spalancata. Uno ad uno, la festa è servita. I soliti complottisti confabulano a denti stretti citando la facilità con la quale la Lazio è pervenuta al pareggio. Ma ancora una volta dovranno ricredersi, e questa volta definitivamente:  All’ 84 Cavanda commette fallo sulla mediana. Punizione perfetta di Pjanijc in area , proprio sul dischetto è appostato Mbiwa  stranamente senza angeli custodi biancocelesti  che lo accompagnano, non si fa certo attendere all’appuntamento con il pallone, stacca di testa ed infila l’angolo destro di Marchetti che nonostante il tuffo disperato arriva solo a sfiorare il pallone che si deposita in rete per l’urlo liberatorio dei supporters giallorossi. 

La fine è vicina, l’arbitro spiega che ci saranno ancora cinque  minuti di sofferenza per le due tifoserie seppur unite nel pathos da  animi contrastanti.  Ma la gara si chiude senza altre emozioni, a noi sono bastate quelle che il derby ci ha riservato nell’ultimo quarto d’ora. Totti sembra non contenersi dalla gioia e sotto la casacca giallorossa spunta l’immancabile maglietta bianca con la scritta sempre diversa ad ogni derby che si rispetti:  Dopo gli accenni di carattere lassativo sfoggiato in passato, ora se la prende direttamente con Lotito. La scritta recita testualmente: “Stai sempre a parlà, e mo che te devi inventà?“ sul retro una frase in inglese ormai entrata nel lessico comune per intendere che i giochi , ormai , sono finiti. Game Over.

 

Altre di Serie A:

Milan – Torino 3-0

Cesena – Cagliari 0-1

Chievo – Atalanta 1-1

Palermo – Fiorentina 2-3

Parma – Verona 2-2

Udinese – Sassuolo 0-1

Empoli – Sampdoria 1-1

Genoa – Inter 3-2

Juventus – Napoli 3-1

 

Classifica Serie A penultima di campionato

 

Juventus punti  86 ( Campione d’Italia)

Roma 70

Lazio 66

Napoli 63

Fiorentina 61

Genoa 59

Sampdoria 55

Inter 52

Torino 51

Milan 49

Palermo 46

Sassuolo 46

Verona 45

Chievo 43

Empoli 42

Udinese 41

Atalanta 37

Cagliari 31 (retrocesso in serie B)

Cesena 24  (retrocesso in serie B)

Parma 18  (retrocesso in serie B)

 

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