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La rielezione di Blatter: se FIFA significa veramente paura, cosa racconto a mio figlio?

Che messaggio arriva a mio figlio che pratica il calcio, lo sport che tanto ho amato anch'io, dopo la rielezione di Sepp Blatter nonostante lo scandalo FIFA? Ho veramente paura che adesso si perderà la passione per il pallone, quel sogno di bambino che è in noi

Caro Direttore,

Io e te giocavamo insieme a pallone più di quarant'anni fa, e per qualche anno abbiamo condiviso la maglia, le vittorie, le sconfitte, la pioggia, il sole caldo e il prete che annullava il goal perché non l’aveva visto, o forse aveva visto meglio di noi.

Eravamo bambini e crescevamo come uomini, anche grazie al pallone, alle regole, agli amici e agli avversari.

Tu oggi stai dall’altra parte dell’oceano, io sto di qua, con la pioggia e con il sole ancora così caldo che se non ti bagni la fronte rischi di svenire prima di segnare.

Ma qui non si tratta di ricordi o di passato. Si tratta di presente, si tratta di pallone.

Ancora oggi è per me l’appuntamento fisso del lunedì sera. Il mio amico Gerri chiude il negozio, passa a prendermi e andiamo a fare la nostra solita partitella, sette contro sette. Lui corre esattamente come 35 anni fa, e anch’io corro come allora, cioè poco. A me piaceva fare il regista, come Rivera. Oggi mi accontento di molto meno, so che alzo la testa prima di decidere a chi dare la palla e questo mi basta. Poi c’è la doccia che vale l’intero prezzo della partita, e i commenti sotto l’acqua: "è colpa tua, marchi troppo, basta, non vengo più….”. Sotto il phone già si parla di altro, mentre raccogliamo i soldi: “domani devo alzarmi presto, tuo figlio come va?, cosa fai quest’estate?” E poi, a volte, c’è anche la birra, con le mogli a casa e la filosofia tutta maschile fai da te, mentre aspetti l’antipasto caldo che a Palermo è fritto con lo stesso olio di sempre, bollente e irresistibile, che scioglie anche le ultime resistenze. Adesso puoi davvero dire quello che ti va ed ascoltare i casini del tuo amico…

Questo è il nostro pallone, quello di migliaia e migliaia di persone che giocano ed entrano in campo pensando di essere migliori di quello che sono, o sognando di essere quello che avrebbero voluto essere, tanto più oggi che l’erba sintetica ha preso il posto del fango e del cemento. Ma poi (per fortuna) tutto finisce, tempo scaduto. Si scende a terra, torniamo tutti quello ch’eravamo un’ora prima, anzi un po’ meglio: più allenati, più stanchi, più disposti e riconoscenti alla vita.  E per questo paghiamo.

Paghiamo per essere felici, per tornare bambini, per vincere e per perdere. Sì, paghiamo anche perché sappiamo che non basta una vita per imparare a perdere.

Non trucchiamo le carte, non compriamo l’arbitro, non spacchiamo le gambe a nessuno. Litighiamo per un goal, certo, reclamiamo il fallo, ma dura poco, qualcuno ha già battuto e bisogna fermarlo altrimenti va a segnare.

E paghiamo volentieri anche le scuole calcio per i nostri figli. Li vediamo giocare ed allenarsi come avremmo voluto noi, già a partire dai 6 anni sono lì a correre dietro alla palla e a guardare il “mister”, più severo e spesso più autorevole del maestro o del docente della scuola.

Anch’io seguo mio figlio e le sue avventure e sto dalla sua parte quando “custodisce” in silenzio le storie dello spogliatoio. Lo vedo crescere e mi piace, apprezzo il suo senso del sacrificio e del rispetto. E se il primo anno di liceo è duro so che posso motivarlo usando i termini e i valori dello sport. Li capisce, li comprende, li pratica. E piano piano si migliora, anche a scuola. Ha chiaro che lo sport può servigli per la vita. E ci rimane veramente male quando sente dello scandalo Fifa, che non capisce fino in fondo. 

Per lui il calcio è la partita, gli allenamenti, gli schemi, il Milan, Messi e Ronaldo.

Certo Daniele sa cos’è la corruzione, sa cos’è la mafia e sa anche che per diventare calciatori non basta essere forti, a volte bisogna anche trovare la raccomandazione. 

Però Daniele sa che alla fine vince comunque il migliore, che lo sport premia il sacrificio, che se t’impegni ce la puoi fare e che nell’ultima finale che hanno perso lui e la sua squadra effettivamente non hanno dato il massimo. 

Ecco, caro direttore, sono molto contento che mio figlio abbia perso quella finale, e sono contento di vederlo prepararsi al prossimo torneo estivo.

E ti diro di più: mi rende ancora più felice sapere che da un po’ di tempo ha cambiato sogno, da grande vorrebbe fare l’allenatore, il “mister”.

Chissà cosa farà veramente, però penso a lui e ai sui compagni, a tutti i giovani amanti dello sport, a tutti gli allenatori e a tutti gli educatori. Penso all’Italia così profondamente corrotta e al bisogno di guardare altrove. Penso al diritto inviolabile dei giovani di credere in se stessi e nelle proprie passioni, e soprattutto nel sacrificio che queste ti impongono.

E penso che le passioni non hanno prezzo e che se smettessimo di pagare così tanto i calciatori, i procuratori, gli sponsor, i media, le curve e le gradinate, sarebbe tutto molto più “sportivo”. 

Sono certo che Maradona avrebbe fatto quello che ha fatto con il pallone anche gratis.

Ma questi sono discorsi da bar del lunedì sera, mentre la Fifa ha riconfermato Sepp Blatter. E adesso Fifa vuol dire davvero Paura.

Di perdere il pallone, il sogno, il bambino che è in noi.

E noi, come possiamo riprenderci il pallone?

E soprattutto, cosa racconto a mio figlio se da grande vuole fare l'allenatore?

Emilio Pursumal, Palermo 

 

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