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La Coppa del Mondo di Rugby: la palla ovale resta incorruttibile

Inizia il 18 settembre a Londra l'ottava edizione della Coppa del Mondo di Rugby. La fama raggiunta dell'evento e i tanti soldi che girano non hanno scalfito l'anima di questo sport: il rugbista insegue ben altro che la “bassa” ricchezza materiale, l'”abbraccio” del Capitale e l’avvento del professionismo non lo hanno ancora corrotto. Favorita resta la Nuova Zelanda, ma con la palla ovale tutto potrà sempre accadere

Avrà inizio venerdì 18 settembre 2015 a Londra, si concluderà sabato 31 ottobre, sempre a Londra. Sarà una rassegna imponente, più imponente che mai. Su di sé attirerà l’attenzione di moltitudini a varie latitudini, a varie longitudini; l’attenzione di ‘esperti’ e ‘profani’; di giovani e meno giovani, uomini e donne, ragazzi e ragazze di diverse provenienze sociali, culturali.

E’ la Coppa del Mondo. La Coppa del Mondo di Rugby giunta quest’anno alla sua ottava edizione. La Coppa vinta in due occasioni dalla Nuova Zelanda, dagli All Blacks (1987 e 2011); in altrettante dall’Australia (1991 e 1999) e dal Sudafrica (1995 e 2007): l’Inghilterra la sola nazione europea a essersela conquistata nel 2003, in Australia, con una vittoria nei tempi supplementari sui padroni di casa.

E’ la Coppa del Mondo di uno sport, di un mondo nel quale fino a poco più di trent’anni fa si aborrivano i “due punti”, si aborrivano classifiche, graduatorie… Una Coppa del Mondo di Rugby? Ma nemmeno per sogno! A Rugby si gioca per il puro amore del Rugby; che il denaro si tenga lontano dalla Pallaovale. Che siano “altri” a compilare ‘volgari’ classifiche e graduatorie… Che siano altri a commettere l’”assassinio” rappresentato dalle retrocessioni a fine campionato. Il rugbista non cerca ricompense, non cerca vantaggi: è ‘troppo nobile’ per inseguire la “bassa” ricchezza materiale…

Giornali inglesi nemmeno pubblicavano le formazioni scese il giorno prima in campo. Inglesi affermavano che “nel Rugby non ci sono giocatori: ci sono squadre”! 

Pochi esempi: il Bath telefonava, o telegrafava, al Northampton: “Sareste lieti di farci visita sabato 15 febbraio?” Il Bath rispondeva: “Certamente! Sarà un piacere”. Andava così: clubs si accordavano per disputare partite. 

Fu soltanto alla metà degli anni Ottanta che in Gran Bretagna e nella Repubblica d’Irlanda vennero istituiti campionati nazionali: i ben più “pratici” e “ambiziosi” latini (italiani, francesi, spagnoli) organizzarono invece “campionati” non appena, fra gli anni Dieci e Trenta, il Rugby fece registrare una certa presa a Roma, Livorno, Genova, Barcellona, Madrid, Tolosa, Biarritz, Agen, Pau, Mont-de-Marsan; Parigi.

Ma Oltremanica… “I due punti? Una bestemmia”!  Fosse stato per inglesi, scozzesi, gallesi, irlandesi, oggi giocheremmo ancora senza i “famigerati” due punti; oggi non si svolgerebbe nessuna Coppa del Mondo di pallaovale. Oggi come una volta, in squadre britanniche e irlandesi (come del resto accadeva, e accade ancora in Italia) troveremmo tuttora dentisti e avvocati, medici chirurghi e impiegati, camionisti e operai, contadini e falegnami, ufficiali delle Forze Armate e assicuratori, insegnanti, negozianti. Era un Rugby assai romantico. Era un Rugby dai ben marcati connotati sociali. Era lo Sport nelle cui “battaglie”, un avvocato prendeva ordini da un falegname; un ufficiale dell’Esercito da un operaio. Avvocato e ufficiale, questo lo accettavano come ordine naturale della Pallaovale. Era bellissimo. Era educativo. Nobile. Era un magnifico sistema interclassista.

Ma alla lunga fece breccia il “realismo” di australiani, neozelandesi, sudafricani; vale a dire la “concretezza” delle Grandi Potenze dell’Emisfero Sud, le quali nel Rugby già sul finire degli anni Settanta avevano individuato grosse possibilità di “sfondamento” economico-finanziario, specie in virtù della proliferazione di tv private e dei sempre più ampi spazi reclamati dalla pubblicità, dallo “advertising”. Fra il 1982 e il 1986, il Capitale riuscì quindi a stringere il Rugby in un “appassionato” abbraccio che oggi si rafforza più che mai. “Obtorto collo”, le federazioni britanniche lasciarono che loro compagini nazionali si recassero in Nuova Zelanda per giocarvi la prima edizione della Coppa del Mondo. La marcia della Storia stabiliva i suoi diritti. Indicava vie nuove, vie nuove che hanno reso il Rugby ancor più spettacolare, ancor più dinamico, anche se meno elegante, rispetto a quello d’un tempo ormai remoto.

Le entrate che si registrano grazie alla rassegna mondiale, sono pari, se non addirittura superiori, a quelle su cui poggia la Coppa del Mondo di Calcio. Fra incassi negli stadi e proventi pubblicitari, la messe è gigantesca; ciclopica. La “International Board” (per intenderci, la FIFA del Rugby) a riguardo ha elaborato un piano che servirebbe d’esempio a parecchi Stati, a parecchi Governi: buona parte delle entrate derivate dalla Coppa del Mondo e da tornei quali il “Sei Nazioni” (disputato da Italia, Inghilterra, Francia, Galles, Irlanda, Scozia), viene indirizzata a ogni club, sia esso inglese o francese, argentino o italiano, uruguagio o georgiano.

 

L’”abbraccio” del Capitale, l’avvento del professionismo, non hanno tuttavia nuociuto al gioco del Rugby. Non hanno corrotto il Rugby e crediamo che mai lo corromperanno, sebbene quest’estate i nazionali d’Italia abbiano fatto un po’ di bizze sul fronte dei premi-partita in vista, appunto, della Coppa del Mondo. Sono poi rientrati nei ranghi, e vi sono rientrati nell’avvertire un certo imbarazzo, un certo complesso di colpa; il che va di certo a loro onore: i ragazzi si sono pentiti della velleitaria ‘insubordinazione’.

Il Rugby è pratica “troppo” dura, “troppo” aspra”, ‘cruda’, perché un giocatore, o una squadra intera, scendano in campo per prendere un sacco di botte nel quadro d’una partita da loro venduta; o giochino “al risparmio” come magari vi gioca l’antagonista: gli uni e gli altri verrebbero immediatamente individuati, quindi dileggiati; ostracizzati. Il calcolo qui non c’entra. Non c’entra nessun tipo di calcolo: sabato 5 settembre, a Cardiff, nella partita di preparazione alla Coppa del Mondo fra Galles e Italia (23 a 19 per i gallesi), due fuoriclasse “welsh”, Halfpenny e Webb, hanno riportato gravi infortuni a causa dei quali dovranno rinunciare alla “World Cup”. I due (come del resto tutti gli altri) nemmeno ci pensavano a risparmiarsi, a “dosare” le energie, a procedere al “piccolo trotto”. Non è questo il Rugby. Il Rugby che ti pone dinanzi a te stesso. Che ti mette a nudo. Che parla in modo esplicito, efficace, alla tua coscienza. T’invita ad agire nel modo in cui, la mattina, mentre ti fai la barba, tu possa guardare te stesso senza nessuna vergogna davanti allo specchio. Senza neanche un briciolo d’imbarazzo.

Non si creda però che tutti i rugbisti siano rodomonti, belzebù… Tutt’altro: in massima parte siamo gente che scende in campo nella speranza, nella volontà di vincere la paura. Poiché soltanto i folli, gli incoscienti, non hanno paura. Nei minuti che precedono l’inizio della partita, hanno paura anche neozelandesi, sudafricani, inglesi, gallesi – veneti, abruzzesi, campani, lombardi, toscani! Il bello è proprio questo: sottrarsi per un poco allo spirito di conservazione…! Badate che non è uno scherzo andare a sbarrare la strada a uno sui novanta chili che col pallone stretto al petto fila a 34 chilometri orari e ti punta deciso, minaccioso…

Nel Frontisterion Firenze (anni fra il 1970 e il 1974), avevo un compagno di squadra, il Mordini, ossuto, esile, filiforme, 70 chili di peso, il quale nei minuti precedenti l’inizio dell’incontro, si raggomitolava in un cantuccio dello spogliatoio, e tremava, tremava come una foglia, parlava a se stesso; poi, in campo diventava però un leone, sissignori: andava ad affrontare gente di cento chili e spesso fermava, o addirittura abbatteva, avversari pesanti.

Ecco, insomma, com’è fatto il Rugby. Il Rugby che alla Coppa del Mondo 2015 manda in campo venti nazioni. Eccole, nei rispettivi gironi:

GIRONE A: Australia, Inghilterra, Galles, Figi, Uruguay

GIRONE B: Sudafrica, Samoa, Scozia, Giappone, Stati Uniti

GIRONE C: Nuova Zelanda, Argentina, Tonga, Georgia, Namibia

GIRONE D: Italia, Francia, Irlanda, Canada, Romania

Passano ai Quarti le prime due squadre di ogni girone.

Non ci sono quindi ripescaggi, non ci sono due “terze” migliori delle altre terze che accedono appunto alla fase successiva: qui la contesa è “brutale”… E’ definitiva.

Favoriti d’obbligo gli All Blacks, campioni del mondo uscenti; seguiti dal Sudafrica. Migliori ‘outsider’ Inghilterra e Australia.

Sarà un nuovo “conflitto mondiale”…

Vincerà la compagine dai nervi più saldi. La compagine che, sulla base di una tecnica sopraffina, meglio saprà ispirarsi all’eredità ricevuta da parte dei suoi antenati.

 

 

 

 

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