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Il Mondiale di rugby degli “underdogs”

Un'immagine di Italia-Canada

Un'immagine di Italia-Canada

La Coppa del Mondo di Rugby in svolgimento in Inghilterra e Galles, reca con sé proprio questa novità: le gesta della Namibia, dell’Uruguay, degli Stati Uniti, del Canada sono parecchio più significative, eloquenti di mille discorsi, di mille seminari. Nessuna di questa ha ancora vinto, ma non è questo quel che conta nel Rugby. Intanto l'Italia si risveglia

E’, sissignori, la Coppa del Mondo degli “underdogs”. E’ il trionfo della volontà; il trionfo della tenacia, della perseveranza, dell’orgoglio, della difesa dell’onore; e della mente che supera la pura forza fisica, “mind over matter”, come dicono gli inglesi con un’efficacia intellettuale e linguistica degna di Giulio Cesare, di Virgilio.

La Coppa del Mondo di Rugby in svolgimento in Inghilterra e Galles dal 18 settembre, reca con sé proprio questa novità, una novità che a ogni latitudine fa benissimo alla causa di questo sport: le gesta della Namibia, dell’Uruguay, degli Stati Uniti, del Canada sono parecchio più significative, eloquenti di mille discorsi, di mille seminari.

Nessuna di queste Nazionali ha finora vinto un incontro nell’ottava edizione della rassegna mondiale iniziata con la vittoria finale della Nuova Zelanda (gli All Blacks) nel 1987. Ma non è questo quel che conta nel Rugby, sebbene il Rugby si trovi da una ventina d’anni nelle braccia del professionismo. Quel che tuttora conta più di ogni altra cosa è l’impegno costante, la combattività costante, il miglioramento tecnico collettivo e individuale. Questa è – è ancora – la Pallaovale, definita venerdì scorso con mirabile sensibilità “sport misterioso” da Elio, il cantante di “Elio e le Storie Tese” che sul network Sky conduce una rubrica di commenti al Mondiale insieme a John Kirwan (neozelandese, campione del mondo nel 1987, ex-commissario tecnico dell’Italia, un tempo ala di valore eccelso) e a Diego Dominguez, l’italo-argentino, quello con la faccia da “ragazzo di buona famiglia”, mediano d’apertura d’alta classe, uno degli artefici dell’ingresso dell’Italia nel “Sei Nazioni” quindici anni fa.

La “piccola” Namibia* che dagli All Blacks incassa cinquantuno punti, ma riesce a metterne a segno 14 e realizza una spettacolosa meta non col gioco chiuso, a ‘testuggine’, bensì col gioco aperto, arioso, dove per eccellere devi essere fornito d’estro, immaginazione, rapidità mentale; l’Uruguay che nel suo secondo incontro del girone, stavolta con la “mostruosa” Australia, prende, sì, 65 punti, ma piazza fra i pali un calcio di punizione e, come contro il Galles, osa, gioca perfino con ricercatezza tecnica, si batte fino al fischio finale con una ‘vis’ agonistica che al pubblico in preminenza inglese strappa prolungati applausi; il Canada che contro gli “Azzurri” cede per 23 a 18, minimo lo scarto dei punti, e a tratti appare più elegante e fantasioso dell’Italia stessa; gli Stati Uniti… Grandiosi gli americani domenica scorsa: opposti alla Scozia si sono resi protagonisti di una prova di grosso spessore sia tecnico che agonistico. Alla fine hanno perso per 39 a 16, ma avevano chiuso il primo tempo in vantaggio per 13 a 6, un calcio di punizione e una meta realizzata attraverso un attacco portato con rapidità, presenza di spirito, cambiamenti di direzione: stupendo. Nei quaranta minuti del primo tempo erano stati gli americani a dominare il gioco; a imporre il proprio gioco con la giusta spavalderia, l’indispensabile concentrazione, efficaci in attacco, solidi in difesa. E badate che giocavano, appunto, con la Scozia, con una delle “madri” del Rugby. Non hanno potuto tuttavia reggere il ritorno degli scozzesi che nel secondo tempo hanno segnato cinque mete. Badate che in Scozia si giocava a Rugby già un secolo e mezzo fa!

Ma ora, almeno nel mondo della Pallaovale, nomi quali Wyles, McGinty, Scully, Palamo, sono “household names”, sissignori. Sono i cognomi di quattro nazionali americani che, insieme ad altri, hanno impressionato le folle, impressionato tecnici e avversari. Pensate comunque che la Nazionale americana si trovi sotto la molto augusta e sagace guida tecnica d’un neozelandese, d’un gallese, d’un inglese? Manco per idea: il “coach” delle “Eagles” è un americano, uno, a quanto ci risulta, nato cresciuto a New York, nel Lower East Side, un tipo di bell’aspetto, il “man-about-town”. Ha quarantotto anni, di professione insegnante di “high school”; il suo nome è Mike Tolkin. 

Molto bello, questo: bello affidare la guida della Nazionale statunitense a un americano; è prova di giusto, sano orgoglio nazionale, prova di coraggio, di fiducia in se stessi. “All in the Family” o, se preferite, “Family Ties”… Why not??

Festa quindi in Scozia (dopo, appunto, “The Great American Scare”…), festa ‘anche’ in Galles, nelle valli del Galles, a Cardiff come a Newport, Neath, Llanelly; festa d’un popolo intero erede di minatori, operai, sindacalisti, contadini; festa nella nazione forse più celtica ancora di Scozia e Irlanda. Tripudio assai giustificato, sissignori, là dove il Rugby è “religione”.

Ci spieghiamo subito: sabato scorso, nello stadio di Twickenham, a Londra, il Galles ha battuto “l’antico nemico”: l’Inghilterra! Davanti a ottantamila spettatori, i “Dragoni Rossi” in un finale degno d’un soggetto televisivo o cinematografico, hanno superato, eccome, i padroni di casa, i favoriti alla conquista del titolo mondiale. Ancora una volta, si riproponeva la “”guerra”” fra celti e anglosassoni, “il conflitto” senza fine, la contesa delle contese!

In svantaggio di 10 punti in ben tre fasi di gioco diverse, i gallesi hanno superato se stessi nel netto, indiscutibile rifiuto di soccombere al fortissimo avversario anche quando padrona del campo era l’Inghilterra. C’è sempre da fare i conti col Galles, sempre:  Come disse tanti anni fa un All Black, “non puoi battere il Galles, tutt’alpiù puoi segnare qualche punto più del Galles”. Così, a meno di dieci minuti dalla fine i “Welshmen” sono andati in meta con una “rasoiata” eseguita tanto con criterio quanto con esuberanza agonistica; hanno poi segnato su punizione, risultato finale: 28 a 25 per i “Dragoni”. Pensate che per questa partita gli organizzatori del Mondiale fra aprile e settembre hanno ricevuto la bellezza di seicentomila richieste di biglietti. Fascino della Coppa del Mondo di Pallaovale, fascino di inglesi e gallesi, così stanno le cose.

Ma un fascino ce l’ha anche l’Italia. Il fascino dell’”eterna incompiuta”. Il fascino della ‘dama’ ora passionale, ora freddina e distaccata; ora incerta, ora convinta delle proprie grosse possibilità. Una ‘dama’ che vive di stati d’animo, in cerca d’ispirazione. Se l’ispirazione la trova, sono guai sia per i francesi che per gli scozzesi e i gallesi. Ma se non la trova, se si riduce al solo “mestiere”, allora la delusione è enorme.

La prestigiosissima “Gazzetta dello Sport” domenica scorsa in merito a Italia-Canada ha titolato così la corrispondenza dall’Inghilterra: “Vince un’Italia senz’anima”. Non ci siamo. Ne siamo rimasti sbigottiti. Ne sono rimasti sbigottiti soprattutto Kirwan e Dominguez, i quali una o due cose sul Rugby le sapranno, sì o no…?? La vittoria azzurra sul Canada è stata vittoria ineccepibile, il risultato, ripetiamo, di 23 a 18, non fa una grinza. Due belle mete hanno realizzato i canadesi, due pregevoli mete hanno segnato gli Azzurri, con Rizzo e Garcia, segnature favorite da spunti ficcanti, brillanti; propiziate dal mediano di mischia Gori, svelto, creativo, lucido. I calci piazzati hanno poi fatto il resto.

La “Gazzetta” non s’è accorta d’una cosa. Non s’è accorta che, dopo la batosta patita contro la Francia, sabato 26 è andata in campo, sissignori, un’Italia “operaia”. Dedita quindi allo sforzo massiccio, eppur scarno; legata a certa semplicità del Rugby; lontana, purtroppo, dalla compagine che nel “Sei Nazioni” del 2013 battè Francia e Irlanda e che nel “Sei Nazioni” di quest’anno superò la Scozia. L’Italia ‘operaia’ ha vinto. Ha sudato, ha sputato sangue, ha sofferto contro un Canada di notevole valore – ma ha vinto. Ha vinto bene. Hanno brillato Gori, appunto, mediano di mischia in ragguardevole miglioramento sia tecnico che ‘nervoso’; l’ala Venditti, il tre-quarti Benvenuti, il solito Zanni, terza-linea di caratura mondiale; e quindi Mauro Bergamasco e Martin Castrogiovanni, i “vecchi”, le leggende viventi mandate in campo con successo negli ultimi venti minuti. In sede di commento televisivo, Kirwan e Dominguez in contemporanea hanno esclamato: “Ma una partita come questa non la vinci se non hai un’anima”!

Un sacco di cose possono succedere in una squadra di Rugby nell’arco di pochi giorni, quando c’è da interrogare se stessi, quando c’è da capire in che modo venir via dalle pastoie nelle quali siamo finiti. Niente ci si nasconde. Non si registrano reticenze. Si sputa il rospo! Magari fra due o più giocatori il confronto dialettico può risultare anche aspro, perfino brutale. Ma è quel che in certi momenti serve. Altrimenti, è la fine.

L’introspezione seguita al disastro con la Francia ha quindi sortito l’effetto desiderato. Meglio così. Domenica prossima, sempre in sede di qualificazioni per i quarti di finale, l’Italia affronterà l’Irlanda, e vale a dire una nazione che nella nostra Storia abbiamo saputo battere in ben quattro occasioni. Ispiriamoci allora alla Storia, sissignori. Come altre volte, mettiamoci in testa che possiamo battere “anche” quest’Irlanda vincitrice delle ultime due edizioni del “Sei Nazioni”.

Non siamo meno intelligenti, meno robusti, meno creativi degli irlandesi. Se vinciamo la contesa con noi stessi, possiamo piegare anche l’Irlanda.

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