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Champions League: l’incredibile beffa di Bayern-Juve

La Juve cede all'assalto tedesco a soli sessanta secondi dalla fine della partita

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Nella foto Ansa, il giocatori del Bayern festeggiano il gol finale

Avanti di due gol durante i primi settantacinque minuti di gran gioco, la Juventus si è fatta avvicinare, raggiungere e infine schiacciare dal Bayern Monaco dopo un match incredibile ricco di clamorose occasioni mancate e che vale l'uscita dalla Champions League

Oggi, dopo una settimana di divagazioni linguistiche, di scorrazzate oltre le Alpi caustiche e timorose, dopo aver raggiunto la fulgida terra di Baviera e dopo il confronto con il nemico terribile  che li attendeva al varco della Storia, oggi le armate bianconere fanno triste ritorno in Patria da eroi sconfitti. La protervia trasformata in mestizia attendeva silenziosa il passaggio degli uomini verso un triste finale. La partita giocata ieri ha deciso le sorti di  entrambe le squadre, un gioco al massacro durato 90 minuti e un’alternativa diabolica in un’estensione temporale di soli 30 minuti supplementari sono bastati ai tedeschi per mettere a segno una delle imprese  più difficili del loro recente passato, una rimonta fulminea e drammatica che ha reso ancora più cocente la delusione degli uomini di Allegri. Una formula matematica imponeva la vittoria ad ogni costo, senza astrusità numeriche. La vittoria o la morte. E la Juventus nell’arco di 120 minuti ha provato l’ebbrezza dell’illusione, la gioia della vittoria ed infine, come teutonico principio,  l’amarezza del trapasso. L’inganno della mente come un abbaglio al tramonto con il Sole all’orizzonte ha trasformato i due gol di vantaggio della Vecchia Signora in una chimera perduta sotto il peso di due reti rapide e dolorose dei tedeschi. Il pareggio, giunto a tempo ormai scaduto ha centellinato il dolore del brusco risveglio come una goccia di veleno di un endovena letale. I minuti supplementari hanno infuso linfa agli uomini di Guardiola che parevano Galli Transalpini alti e tremendi al cospetto dell’ombra di giocatori bianconeri avvizziti e diafani alle luci dei riflettori dell’Allianz Arena. I due gol rimediati durante l’Extra Time hanno rappresentato un dettaglio atteso e prevedibile. Dopo i pareggio al novantunesimo la sconfitta ormai veleggiava nell’aria tersa e fredda del catino bavarese. Divagazioni, appunto.

Bayern Monaco – Juventus 2-2 ( 4-2 dts)

Dts è un abbreviazione televisiva che sta ad indicare il risultato ottenuto dopo i tempi supplementari. Già, perché alla Juve stava per riuscire l’impresa di espugnare l’Allianz, forte di due reti all’attivo nel cosiddetto “tempo regolamentare”.
Ranghi serrati per la Juventus con un 4-4-1-1 disposto a copertura sfruttando la velocità ed il guizzo di Morata e Cuadrado. Modulo tattico travolgente per Guardiola, che dispone le sue armate in un 4-1-4-1 che alla bisogna si trasforma in un irrefrenabile macchina da guerra con 5 attaccanti di ruolo, spietati e devastanti. Ma la Juve sfrutta bene i varchi, capisce che deve colpire a freddo per domare la belva. E lo fa subito. Al 5’ di gioco Pogbà realizza il gol del vantaggio bianconero, accolto con un tripudio dai 500 sostenitori, alcuni accorsi da ogni centimetro di suolo italiano, altri chiamati a raccolta a Monaco dalle immense e sperdute lande  della Germania. Mentre le bandiere biancorosse sventolavano tra gli spalti, è la Juve a far male. Lancio perfetto di Khedira in area tedesca, il rimpallo tra Lichsteiner e Neuer  favorisce Pogbà che a porta sguarnita infila. Si gelano i tifosi tedeschi, si accalcano tra loro quelli italiani. Dopo venti minuti una giocata offensiva del Bayern si trasforma in un delizioso contropiede per la Juventus: Slalom gigante di Alvaro Morata che parte dalla sua area di rigore, si incunea tra i paletti rossi come in una  pista da sci, ne dribbla un paio, si accentra poi lascia la sfera a Cuadrado già in piena area, il colombiano  mette a sedere con una finta superba un difensore, si porta la sfera sul destro e chirurgicamente centra la rete per la seconda volta lasciando alle telecamere l’infausto mestiere di interpretare il labiale del portierone tedesco, che  disserta in tedesco sulla cattività avignonese dei Papi.
Zero a due e la gara si delinea tra binari di conformità, la Juventus preme quanto basta per arginare la rabbia tedesca che stenta a trovare il bandolo del gioco. Passano i minuti ed i marziani del Bayern sembrano sempre più degli umani travestiti, le loro giocate sono lucide ma mancano di finalità, la Juve prova a chiudere il match, ma il destino e l’arbitro impediscono a Morata di esultare per un gol apparso regolarissimo.  Il tempo è tiranno per i tedeschi e dolcissimo per gli italiani. Due gol di vantaggio rappresentano il bottino di una vittoria, una preda da mostrare alle folle come un trofeo di caccia. La vittoria stordisce ed offusca la ragione. La rabbia agonistica si ritrae lasciando spazio alla deriva difensiva. Troppo controllo rende vulnerabili i giocatori juventini che lasciano sempre più spazio alle manovre decise del Bayern. Che ad un quarto d’ora dalla fine trova il gol che riaccende gli animi dell’Allianz Arena. Cross dalla destra perfetto per Levandoski , sempre presente agli appuntamenti che contano e che di testa trafigge Buffon.

Quindici minuti

La Juventus pare accusare il colpo, resta sulle ginocchia per un po, fatica ad alzarsi mentre gli avversari capiscono che questo è il momento giusto per colpire. Quindici minuti all’appuntamento con la storia, il Bayern attacca ma non trova spazi, la Juventus sembra solida. Mancano dieci minuti, i tedeschi affondano, i bianconeri si difendono senza palesare drammi fisici. Cinque minuti alla fine: in panchina ormai sono tutti in piedi, il quarto uomo fatica non poco per contenere Mister Allegri all’interno dell’area tecnica. Centoventi secondi: Forze fresche in campo, uno sfinito Cuadrado lascia il posto allo scalpitante Pereyra. Sessanta secondi: ormai è quasi fatta, Allegri da’ alcune indicazioni che non capisce nemmeno lui, urla tanto per esorcizzare il tempo. Un minuto di recupero oltre il novantesimo: il dramma.

Il pareggio

Arturo Vidal, ex dell’incontro ruba un pallone destinato ad una flebile ripartenza. Sfera sulla destra a far viaggiare l’altro ex Coman, cross perfetto per la testa di Muller che trafigge Buffon e demolisce le speranze bianconere. Tutto in sessanta secondi, tutto per un errore in fase di ripartenza. Il fischio dell’arbitro che sancisce la fine della gara ormai non lo sente nessuno. Buffon da buon capitano invoca ai suoi la calma, tenta invano di serrare i ranghi. Ali di folla in subbuglio sugli spalti , animi spezzati in campo dalla parte bianconera, urla di vittoria sulla sponda biancorossa. Altri 30 minuti da giocare. Altro fiele da versare e centellinare fino all’ultima goccia. Altra fatica immane sulle gambe dei giocatori della Juventus i garretti pesano come macigni, i polpacci  sembrano di gesso. I tedeschi invece paiono dei cavalleggeri spagnoli durante i loro volteggi sul campo di battaglia, leggiadri e spietati.
Al 108’ del secondo tempo supplementare va in scena la tragedia: manovra il Bayern, prima dalla destra poi improvvisamente sulla  sinistra. I difensori juventini seguono gli spostamenti dei rossi solo con lo sguardo, il fisico resta  immobile. Pallone ficcante nel mezzo, uno-due in piena area, Muller, sempre lui serve un pallone di platino ad Alcantara,  colpo vincente e gol del vantaggio.  La parola fine viene pietosamente annunciata dal quarto gol, inutile ed evitabile. Una fine sconcia per una morte annunciata. Il Bayern passa alla fase successiva della Champions League, i bianconeri fissano attoniti il rettangolo della notte che filtra attraverso l’apertura dell’Arena, nello stesso modo in cui i gladiatori sconfitti attendevano la morte a cospetto dell’eternità. Non vince sempre il più forte, non perde sempre il più debole. Il destino ha dato una mano all’imponderabile. Ci sarà tempo per analizzare questa sconfitta, e scoprire a freddo gli elementi  che l’hanno causata. Il tempo a Monaco è stato un tiranno insormontabile. Una dilatazione esagerata alle leggi della fisica. Un’eternità senza fine. Eppure mancavano solo sessanta secondi alla gloria alla vittoria che invece non è arrivata.

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