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Libertà e bellezza del piccolo grande Baggio tra le macerie italiane

Classe e cuore di Roberto Baggio tra i terremotati come quando entrava in campo

Roberto Baggio

Roberto Baggio con la maglia azzurra della Nazionale durante i Mondiali di Italia 90

Roberto Baggio ha voluto celebrare il traguardo dei suoi 50 anni proprio tra le macerie di Amatrice e Norcia. Il "Divin Codino" lo ha fatto in punta di piedi, come nel suo stile. E nel vederlo accanto ai terremotati, ritornano i ricordi del grande campione che ha saputo vincere oltre il calcio

Sono passati quattro mesi, centoventi giorni freddi, lunghi ed interminabili. Il terremoto violento , ingiusto e spavaldo ha gettato a terra la dignità umana oltre alle  centinaia di povere case sparse nell’Appennino centrale, la spina dorsale dell’Italia.  La terra non è stata lieve per la gente che abita questi luoghi da sempre. Le istituzioni, oltre alle solite passerelle ormai demodè come l’intelligenza di alcuni, piano piano hanno  abbandonato i buoni propositi e si sono defilate verso altre priorità, come “la produzione del miele industriale o la piaga dei piccioni nei nostri centri storici”. Il cimitero di Ussita, borgo medievale meraviglioso, è un susseguirsi di lapidi sventrate, di tombe profanate due volte, prima dal terremoto che le ha divelte, e poi dall’indifferenza dello Stato che non ha ancora saputo rendere dignità nemmeno ai morti.

Tutto è fermo dal 26 ottobre. Le strade  sono chiuse da tempo, uno steccato con una scritta pietosa indica che a trenta metri le vie di accesso al paese sono interrotte. Un lugubre segnale di assenza di volontà. Amatrice e Norcia sono raggiungibili con dei permessi speciali.  Ma qualcuno ieri ha dimostrato che la volontà è più forte dei permessi, più sconvolgente delle macerie.

Roberto Baggio ha voluto celebrare il traguardo dei suoi 50  anni proprio tra le macerie di Amatrice. Il Sindaco della città, ormai stanco e disilluso di aspettare qualcuno, neppure sapeva del suo arrivo. Il “Divin Codino” lo ha fatto in punta di piedi , come nel suo stile. Leggiadro e folle.  All’ora di pranzo, senza riflettori e senza lustrini inutili, Baggio viene accolto da una piccola delegazione di fuoriusciti forzati dalle loro case,  gli occhiali da sole sul viso non sono un segnale di carisma o sintomatico mistero, ma servono per celare le lacrime. Donatella, giornalista di Rai3, unica collega che lo ha seguito in questo viaggio attraverso le anime, non riesce nemmeno a cominciare un abbozzo di intervista. Roberto si commuove subito e lascia le risposte appese al filo della decenza e del rispetto.

La tenda allestita per la mensa e per la festa di carnevale ornata da palloncini colorati, lo ospita assieme alla moglie ed i figli. Un vociare festoso ed un tripudio di coriandoli di coloro che ormai sono avvezzi alle tende non rincuora l’animo malcelato di Baggio che sente l’emozione fino in gola.  Dopo le frugali libagioni il cammino verso la “zona Rossa” off limits per tutti, anche per le promesse elettorali. “La vita è strana, non ha una sua logica, la nostra vita può cambiare in un attimo” dice Roberto con un filo di voce.  Ma la sua presenza qui è valsa più di mille promesse, molto più che di un milione di parole spese e tirate fuori dalle tasche gonfie dei predicatori prezzolati in giacca e cravatta. Il mito di un campione schivo ed introverso ha rasserenato i cuori delle popolazioni dell’Italia Centrale seppure per un giorno. Un solo giorno dove l’anima ha incontrato la fierezza e distolto lo sguardo dal futuro nero e oscuro. Un giorno passato assieme ad un campione, un mito difficilmente replicabile sia sul campo che fuori. Una leggenda fatta di esempi concreti. Un uomo, dunque.

Tra fili d’erba

L’anima di Roberto Baggio è sempre stata leggiadra e folle, come quand , ad un certo punto mentre la partita era in stallo, lui prendeva e se ne andava scorrazzando con il pallone verso la porta, un gesto istintivo, semplice e geniale. Dribblava due, tre, quattro avversari, portiere compreso ed appoggiava delicatamente il pallone in rete. Che sia in maglia azzurra o con la casacca dell’ultima squadra dell’oratorio poco importava.  Un dribbling a filo d’erba. Genio ed anarchia, umile ed educato. Quasi chiedeva scusa agli avversari per un “tunnel” oppure una “veronica”. Mai sopra le righe, mai un accenno alla polemica. Un talento puro, senza fronzoli, neppure accostabile ad alcuni  calciatori odierni, tromboni sfiatati e sopravvalutati  riconosciuti campioni solo dai loro procuratori per farne un profitto milionario. Un genio fatto di Swarovsky, cristallo fragile nell’anima come nei legamenti. Eppure la delicatezza trasparente del cristallo evoca poca solidità ma una infinita bellezza. L’incanto ed il fascino di un cesello trasferito sull’erba di un rettangolo di gioco, la sensazione di giocare sul velluto, la corsa infinita verso la porta e verso la gloria. Che pure non ha portato vittorie importanti al suo carnet personale. Una generazione di campioni non vincenti abbastanza. Una finale persa ai rigori per un suo errore dal dischetto contro il Brasile ad USA 1994 ne determinò una macchia indelebile.  La sua carriera si è arrestata per un attimo, poi è ripartita a stento, ma l’imperfezione dell’insuccesso ai mondiali determinò il rovescio della medaglia delle sue virtù e dei suoi innumerevoli pregi.  Quante volte avrebbe voluto ripercorrere i meandri del tempo per tornare a calciare quel rigore maledetto ed aggiustare, correggere e migliorare il tiro. Il tarlo dell’errore dal dischetto però è restato nel suo cuore come un macigno.

Estetica

In un calcio ormai stritolato e polverizzato dall’eccesso di muscoli e dall’impiego di schemi tattici ordinati che non lasciano molto spazio all’estro, Roberto Baggio si è ritagliato un ruolo adatto al suo genio. Lui dipingeva astrusità demenziali ricamando traiettorie balistiche con la punta di un pennello sottile  mentre gli  altri  usavano il rullo per gli stessi scopi. Ovvio che il risultato estetico non poteva essere lo stesso.  291 reti con maglie diverse ma sempre con lo stesso numero sulla schiena , il numero 10. Una carriera altalenante tra alti e bassi, l’umiltà di vestire maglie diverse anche poco blasonate, ma a lui questo non importava più di tanto. A lui bastava vestire una maglia e sentirsi libero di giocare al calcio. Ed ora al traguardo dei suoi “primi” 50 anni , ora che ormai i rintocchi del tempo hanno decretato la sua uscita dai rettangoli di gioco, Roberto Baggio non ha voluto terminare la sua carriera da dirigente sportivo o da allenatore, oppure da scaldapoltrona tra gli alti ranghi con incarichi ufficiali alla FIFA. Lui ha voluto festeggiare i suoi 50 anni tra le macerie, tra la gente meno abbiente ma con una dignità infinita, merce rara che non si acquista né al mercato rionale e neppure da “Tiffany’s” sulla Fifth Avenue.

Baggio ha voluto chiudere la sua carriera ed essere ricordato con le sue magie, i suoi dribbling, le sue stravaganti piroette esteticamente perfette. Preferiamo ricordarlo mentre seguiamo con lo sguardo il pallone calciato dal suo piede staccarsi dal suolo, descrivere una traiettoria parabolica fino alle stelle, poi percepire il fastidio della forza di gravità e decidere di planare docilmente ma inesorabilmente verso il “sette” della porta avversaria , togliere le ragnatele all’angolino del vertice superiore dei pali di legno ed intrecciarsi amorevolmente con i fili della rete fino a restarne imprigionat . Con l’urlo delle moltitudini dei presenti che si libera in un canto di gioia. La gioia di chi ha fatto della bellezza la sua più eccelsa virtù.

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