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I sei scudetti della Juventus e la meritocrazia del denaro

I danni sociali provocati da quelle squadre che vincono sempre

Juventus campione d'Italia 2017 (Foto da twitter @forzajuve2017)

Principi morali, tradizioni, valori, sono stati spazzati via: chi ha più soldi è un vincente, dunque un eroe o un dio, dunque meritevole di privilegi e celebrità, e chi non accetta il suo dominio è un invidioso, un fallito. Ma nello sport, come nella vita civile, lo scopo della società dovrebbe essere l’attenuazione delle ineguaglianze non il loro rafforzamento.

Che palle. La Juventus ha vinto per la sesta volta consecutiva lo scudetto e in Germania il Bayern ha vinto per la quinta volta consecutiva la Bundesliga. Negli ultimi dodici anni in Spagna la Liga l’hanno sempre vinta, con una sola eccezione, il Barcellona e il Real Madrid; in Inghilterra dalla istituzione della Premier League, e cioè in venticinque campionati, quattro squadre hanno vinto ventitré titoli (e il Manchester United 13 di essi), tutte le altre, complessivamente, solo due. A prevalere sono insomma pochissimi club, e non perché siano i migliori; vincono perché hanno più soldi, solo perché hanno più soldi. Poi usano le vittorie e i media per fare ancora più soldi e dunque vincere di nuovo. Così pian piano la gente si convince che i vincenti siano meritevoli e che avere tanto denaro non sia un’ingiustizia ma un indice di successo e sostanzialmente una virtù.

È l’ideologia del liberismo globalista, la meritocrazia del denaro, oggi trionfante pur avendo irrimediabilmente consumato in pochissimi anni risorse naturali accumulate in milioni di anni e un patrimonio culturale e sociale faticosamente messo insieme in secoli di civiltà; principi morali, tradizioni, valori, sono stati spazzati via: chi ha più soldi è un vincente, dunque un eroe o un dio, dunque meritevole di privilegi e celebrità, e chi non accetta il suo dominio è un rosicone, un invidioso, un fallito. Così hanno potuto imporsi, in barba a qualsiasi norma antitrust, multinazionali più ricche e potenti degli Stati, tipo Apple, Microsoft, Amazon, Exxon, Volkswagen, che usano la retorica del libero mercato per stroncare e inglobare le piccole e medie imprese ma poi instaurano veri monopoli planetari, al di sopra della legge e che non rispondono a nessun governo. È anche il modello politico del liberismo, che antidemocraticamente costringe gli elettori a decidere fra un paio di partiti, i meglio sovvenzionati dalle corporation, ignorando sistematicamente con la scusa della governabilità quella parte della popolazione che in realtà preferirebbe altro e condannandola a non avere mai rappresentanza, mai una voce.

Il calcio totalmente commercializzato degli ultimi decenni, il calcio degli stadi semivuoti e dei canali a pagamento, giocato da mercenari milionari e controllato da speculatori miliardari, il calcio della pubblicità e dei tatuaggi, serve al potere per educare i popoli alla meritocrazia del denaro e della celebrità. In Italia, Germania, Spagna e Inghilterra la netta maggioranza degli appassionati non tifa per Juventus, Bayern, Real Madrid o Chelsea. La maggioranza tifa per squadre che non vincono mai. Chissà perché si rassegna, chissà perché non si ribella a un sistema palesemente iniquo e creato dai ricchi per favorire sé stessi. Chissà perché considera giusto che chi ha più soldi meriti di vincere. In fondo basterebbe che la gente smettesse di guardare le partite, anche in TV, se non c’è vera competizione e se i protagonisti sono sempre gli stessi; basterebbe che le altre squadre si rifiutassero di giocare con chi vince più di due titoli di seguito, basterebbero regole che dessero alle squadre più deboli la precedenza nella scelta dei migliori giocatori (come per esempio in America con i draft dell’NBA e dell’NFL), basterebbe costringere i club a fare contratti di ingaggio decennali e non revocabili (e chissenefrega dalla libertà dei calciatori di guadagnare ancora di più altrove), basterebbero drastici tetti agli stipendi e alle spese.

Vi paiono punizioni per aver vinto? Ma certo che lo sono. Perché nello sport come nella vita civile lo scopo della società dovrebbe essere l’attenuazione delle ineguaglianze, incluse quelle biologiche, economiche o fortuite, non il loro rafforzamento. So bene, sappiamo tutti bene, che ci sono individui divorati dall’ambizione e dall’avidità, personaggi egocentrici che pur avendo tanto vogliono ancora di più, vogliono tutto, forse per via di un difetto genetico, forse caratteriale, incuranti delle sofferenze che provocano, degli abusi che commettono, dei danni che causano alla collettività; purtroppo non usa più invocare per loro la ghigliottina o almeno la Siberia, o magari visti i risultati è bene non farlo; ma almeno creare meccanismi che ostacolino la loro compulsiva volontà di potere, questo potremmo farlo, costringendo chi ha avuto successo ad accontentarsi e farsi da parte, lasciando che siano altri ad avere a loro volta un’occasione di affermazione e felicità.

 

 

A proposito di...

  • Maurizio Fava

    la teoria di sarri arriva a new york.
    nella patria dello sport competitivo.
    nel caso specifico però regge poco.
    se si trattasse solo di soldi, non si spiegherebbe come mai l’azienda calcistica che spende (nel caso la juventus che paga 90 milioni per un centravanti) vince e quella che incassa (il napoli che decide di vendere il centravanti medesimo) stenta ad arrivare terza.
    Oppure, ancor più eclatante, come fa una azienda multinazionale a grande capitale cinese che spende cifre esorbitanti per una campagna acquisti (nella fattispecie l’internazionale con sede a Milano, che ha chiuso le acquisizioni per questo campionato con un rosso di cassa di oltre 130 milioni di euro) a non arrivare neppure tra le prime sei.
    I calcoli ragioneristici sono fini a se stessi, in uno sport che alla fine si gioca sempre 11 contro 11.
    Ci deve essere anche qualcosa d’altro.
    Come è successo all’ATALANTA.
    Nel caso del calcio, che comunque è un luogo facile per scatenare tifoserie ma poco indicato per fare rivoluzioni sociali, la differenza la fanno gli UOMINI, i lavoratori che entrano in campo.
    E non a caso risultati calcistici come quelli della juventus sono dovuti a uomini che , è verissimo, guadagnano cifre altissime, ma almeno non le rubano e se le sudano ogni giorno, letteralmente, e ogni giorno vengono pesati, sottoposti a controlli e critiche ferocissime, come forse non accade a nessuno dei manger di grandi aziende pubbliche, o a uomini di potere e di governo.
    Le vittorie sportive si fondano su gente come Mandzukic o Claudio Marchisio, chi tra i politici di governo o tra i manger di stato potrebbe vantare la loro dedizione e il loro impegno?
    Ci dessero almeno l’umile serietà di un Padoin…

  • Franco Palese

    Mi perdoni, ma il suo ragionamento mi pare un po’ semplicistico, l’unica cosa su cui sono completamente d’accordo è che alcuni sportivi (ma non solo…) guadagnano cifre spropositate.
    Per farla breve, per quanto riguarda la Juve (parlo da “sobrio” tifoso), oltre alle indubbie capacità dei calciatori (=merito), c’è da tenere in debito conto la capacità e la lungimiranza della società (=merito) che investe nella squadra per riuscire a rimanerla sempre ai massimi livelli.

  • opabinia

    Quindi a Merckx doveva essere impedito di correre…

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