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NBA, un matrimonio finito troppo presto spezza il cuore di Cleveland

Kyrie Irving, dopo sei stagioni, lascia i Cleveland Cavaliers e "sua Maestà" LeBron James per approdare ai Boston Celtics. Ma dietro la trade c'è molto di più

di Domenico Pezzella

Kyrie Irving (a sinistra) e Lebron James, durante gli scorsi Playoffs NBA, con la canotta dei Cleveland Cavaliers

Una trade che ha stravolto e cambierà gli equilibri della stagione NBA 2017/18, riempiendola di nuovi significati. Perché con Irving ai Celtics, ora tutti gli occhi ed i riflettori saranno puntati su Boston e Cleveland, su LeBron e Kyrie. Su amici che sono diventati nemici, ma anche su sportivi che vogliono dimostrare di essere i più forti e capaci di fare la scelta giusta

It’s over. È tutto finito. Dovevano essere la coppia del futuro vicino e lontano della franchigia dell’Ohio ed invece il rapporto d’amore tra LeBron James e Kyrie Irving è durato la bellezza di tre stagioni. Il giusto tempo per perdere due finali e vincere un titolo lo stesso che LeBron dedicò alla sua Cleveland urlandolo al mondo intero con ‘This is for you…’ che è divenuto inesorabilmente parte della storia dei Cavaliers. Eppure sembrava che quell’urlo dovesse essere solo il preludio di una sorta di ‘dinastia’ da contrapporre allo strapotere dei Golden State Warriors che nel frattempo avevano solo ed esclusivamente messo in roster un signore normale e che in canotta e pantaloncini qualcosina aveva dimostrato di saper fare (anche se non abbastanza con la maglia dei Thunder e da solo, malignerebbe qualcuno ndr) e che di nome fa Kevin Durant e che insieme hanno poi scoperchiato l’attuale vaso di Pandora.

Eppure sembrava che nemmeno la rinascita dei Boston Celtics (tenete aperta l’icona biancoverde sul vostro desktop) ad Est poteva scalfire un ‘duo’ che aveva dimostrato di avere nelle proprie corde il giusto mix di potenza, talento, genio, sregolatezza, eleganza e se volete aggiungete voi qualsiasi altro tipo di aggettivo necessario a spiegare quello che la vita ha riservato ai due ‘amici fraterni’ quando si tratta di mettere le ‘mani’ su di una palla a spicchi. Amici fraterni. Non più. Almeno tutto fino a questa stagione. Almeno fino a quando all’ex Duke è stato chiaro ed evidente che nella stanza dei bottoni dei Cavaliers sulla bella lavagna immaginaria delle persone che contano all’interno del front office immediatamente al di sotto di Dan Gilbert, il suo nome non era certamente al fianco di quello di suo ‘fratello’, bensì qualche riga sotto. Beh ad onor del vero dal ritorno di ‘Sua Maestà King James’ tra le braccia della sua amata Cleveland nulla aveva fatto presagire un qualcosa di nettamente diverso dal ‘day one’ del ‘coming back’. LeBron tornava a casa con quei titoli vinti dopo lo smacco di aver dovuto indossare la maglia degli Heat e festeggiare il Larry O’Brien Trophy per le strade di South Beach invece che in quelle che circondano la Quicken Loans Arena. Un ritorno del figliuol prodigo che avrebbe potuto essere pesante allo stomaco dell’ego di Irving, ma che lo stesso ha provato a digerire con la saggezza di chi era cosciente che insieme il traguardo prefissato da chiunque mette piede all’interno della National Basketball Association era li a portata di mano, molto più di quanto avesse potuto dimostrare negli anni in cui il timone l’ex BluDevil l’ha avuto saldamente tra le mani.

Ma l’effetto copertura per cibi pesanti da digerire è terminato esattamente il giorno in cui il nome dei Cavaliers è stato iscritto alla lista indelebile dei ‘vincenti’ e per merito di Lebron James e Kyrie Irving. Oddio non propriamente. L’urlo di LeBron che festeggiava con due trofei tra le mani – l’altro quello di Mvp consuetamente consegnato da Bill Russell – la voce grossa e non solo per il tono bello baritono di The Chosen One tra le stanze del proprietario e del general manager quando si è trattato di vendere, cedere, scambiare, rifirmare o tenere in squadra questo o quel giocatore, hanno fatto tutto il resto. Ed allora da quel momento in poi è stato una sorta di sopportazione per un ‘bene comune’ e cioè provare il ‘back to back’ e intanto mettere in ginocchio una organizzazione che dopo la sconfitta dell’anno prima pareva essere arrivata alla decisione che per battere quei Cavs, che per battere la premiata ditta James&Irving, serviva ancora un qualcosa. Ma la sopportazione del dolore lo si sa ha una durata breve nel tempo prima di decidere di porvi rimedio con palliativi o stroncarlo definitivamente e vivere felici e contenti. Il prolungarsi nel tempo da giugno ad oggi della questione trade di Irving o se vogliamo essere più precisi della decisione dello stesso di chiedere di essere ceduto per poi non arrivare mai al dunque, sembrava appartenere all’idea del rifugiarsi nel palliativo di cui sopra. Poi però il colpo di grazia. Siamo ben lontani dal capodanno ma quelli che si sono sentiti dalla costa Est degli Stati Uniti sono stati un qualcosa di simile ai festeggiamenti dell’ultimo giorno dell’anno a Time Square o se vogliamo quelli generali sul tutto il territorio a stelle e strisce il 4 di luglio. E qui si torno al punto di partenza: è tutto finito.

Kyrie Irving, durante la parata di festeggiamenti a Cleveland, dopo la vittoria dell’anello nel 2016

Ma in che modo? Forse in quello migliore per tutti. Migliore per Irving che si ritroverà ad indossare una canotta e dei colori che negli ultimi due anni hanno dimostrato di puntare al vertice della Nba e con una squadra e compagni che di sicuro non sono del calibro di LeBron James; migliore per quest’ultimo che nella prossima stagione (non andate oltre con il pensiero che poi la questione James meriterebbe un pezzo totalmente a parte) avrà al suo fianco un esterno che ha dimostrato di essere sulla stessa linea di Irving guidando i suoi ex compagni ad un traguardo che forse in pochi si aspettavano.

E qui siamo giunti al momento di cliccare sull’icona con il nome dei Boston Celtcis impresso sopra e spalancare gli occhi. Già perché la città delle lanterne sarà la prossima destinazione, casa e punto di riferimento di Kyrie Irving che prenderà il posto in quintetto, nello spogliatoio e si spera (soprattutto per i tifosi) anche quello nel cuore dei Celtcis, mentre Isiaha Thomas – si proprio lui che era stato designato come l’uomo della rinascita di Boston, il futuro della franchigia – percorrerà la strada inversa affiancandosi almeno per questa stagione a LeBron James. Uno scambio che ha letteralmente scioccato il mondo della Nba per la portata delle pedini in palio (Cleveland ha ricevuto per l’esattezza anche una prima scelta e Jae Crowder ed Ante Zicic a completare il pacchetto giocatore), uno scambio che sulla carta e almeno a guardarlo ad agosto inoltrato, non dovrebbe cambiare nessun equilibrio generale nell’ambito della Eastern Conference se non quello emotivo. Isaiah Thomas nella scorsa stagione ha dimostrato di essere una ‘Star’ o per dirla alla maniera calciofila un ‘top player’ al pari di Irving, con qualche passaggio che pone addirittura il folletto ex anche dei Sacramento Kings un passettino avanti nella personale valutazione dei giocatori, visto che la scorsa cavalcata biancoverde è gran parte merito dell’ex piccolo uomo col numero 4 biancoverde, mentre quella di Cleveland porta ovviamente il peso e la zavorra del numero 23.

Chi ci ha guadagnato? Bella domanda. Una ‘question’ che è passata in pochissimo tempo tra addetti ai lavori, appassionati e di sicuro – ma in maniera meno evidente – tra gli stessi giocatori. Al momento a rispondere e provare a spiegare dove la bilancia penderà nella prossima stagione, sono solo gli analisti e gli amanti delle chiacchiere – si gli stessi che diciamo per lunghi tratti avevano definito prima ancora che cominciasse la stagione, un errore gravissimo per i Warriors aggiungere un giocatore come Durant agli equilibri di Curry, Thompson, Iguodala, Green etc etc – ma la verità è che sarà solo il campo a dire chi ha avuto ragione. Chi sorriderà al termine dell’anno, chi si girerà verso l’altro con un piccolo sorriso stampato sulla faccia e che verrà sottotitolato con ‘visto ero io la parte migliore del rapporto’, chi gioirà dopo un anno di lavoro e chi dovrà aggiungere medicinali per placare quel dolore di stomaco che intanto sarà aumentato di qualche tacca.

Kevin Durant (a sinistra) e Stephen Curry, campioni NBA 2017 (Foto: Pinterest)

“Il bello della NBA”. Una frase che è stata anche il contenuto di un tweet di Dwyane Wade (stella un tempo ai Miami Heat, oggi ai Chicago Bulls) al termine della trade tra Boston e Cleveland (segnatevi il nome dell’ex Miami perché nel futuro prossimo ne riparleremo). Come dargli torto. Già perché quando tutto sembrava essere già incanalato verso un leitmotiv stagionale già visto ecco arrivare la ventata d’aria fresca che tira giù il castello di carte costruito da fine giugno ad oggi. I Warriors e la scelta di Durant appartengono ormai al passato – a meno che Golden State non parta con un altrettante scioccante record negativo il prossimo ottobre – ora tutti gli occhi ed i riflettori saranno puntati su Boston e Cleveland, su LeBron James e Kyrie Irving, su amici che sono diventati nemici, su sportivi che vogliono dimostrare di essere i più forti e di aver fatto la scelta giusta. Insomma sarà un anno ricco di parole, alle quali vogliamo aggiungere un quesito su cui riflettere: e se a decidere la controversia sarà il terzo incomodo? E se fosse davvero Isaiah il ‘profeta’ del futuro della Nba e quindi al momento dei Cavaliers? Non siamo certo degli indovini ed allora ci affidiamo al sommo poeta riservandoci al momenti di goderci una stagione esaltante e concludiamo con: ‘Ai posteri l’ardua sentenza’.

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