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Champions League: un calcio alla prevedibilità delle multinazionali

Analizzando l'ultimo ventennio della Champions europea, scopriamo il calcio più brutto del mondo

Immagine ripresa da drjaymartin.com/international-soccer

Ora vincono il trofeo sempre meno squadre, sempre le stesse e solo perché hanno più soldi. La commercializzazione del calcio ha giovato solo agli speculatori e alle corporation che lo usano per promuovere i loro interessi economici e geopolitici, certo non ai tifosi e neppure agli appassionati

Qualche statistica sulla Champions League, paragonando l’ultimo ventennio a quello precedente e usando come momento di separazione, a metà anni novanta (in coincidenza con l’ascesa di Tony Blair e lo spostamento su posizioni liberiste delle sinistre socialiste europee), il divieto di regolare il numero di stranieri in campo e la totale liberalizzazione dei trasferimenti, in sostanza la trasformazione del calcio in un business gestito da multinazionali dello spettacolo.  Nel ventennio più recente hanno vinto il trofeo nove squadre, due delle quali (Real Madrid e Barcellona) l’hanno complessivamente conquistato dieci volte; mentre le squadre che l’hanno vinto una sola volta sono state solo quattro. Nel ventennio precedente le squadre vincitrici erano state quattordici e ben dieci per una sola volta; il massimo di vittorie per squadra fu tre (il Milan e il Liverpool). A livello di nazioni, a ottenere almeno una vittoria nell’ultimo ventennio sono state in cinque; nel precedente erano state in nove.

La tendenza è confermata dalle statistiche relative alla squadre arrivate seconde: dalle sedici squadre (in rappresentanza di ben dieci nazioni) del ventennio dal 1977 al 1997, si è scesi alle dodici squadre (appartenenti a cinque nazioni) del ventennio 1997-2017. Non è del resto un caso che cronologicamente l’apertura agli stranieri e le liberalizzazioni abbiano accompagnato l’uniformizzazione e anglicizzazione del nome del più prestigioso torneo europeo, da Coppa dei Campioni (o Copa de Campeones, Coupe des Champions, Europapokal der Landesmeister, ecc.) a Champions League: le anglicizzazioni sono infallibili indizi di liberismo, di globalizzazione e di privatizzazioni.

Guardate i risultati del primo turno della Champions, di questa settimana: venticinque delle trentadue squadre sono più o meno alla pari e infatti quando si sono incontrate fra loro ci sono stati dei pareggi, delle vittorie con un gol di scarto o al massimo due, come in quella del Besiktas sul Porto. Poi ci sono sette squadre miliardarie: hanno tutte vinto almeno per 3-0 e il PSG e il Manchester City (protagoniste in estate di ingaggi oscenamente costosi) rispettivamente per 5-0 e 4-0 contro due squadre titolate quali il Celtic e il Feyenoord.  Nel secondo dei due ventenni che ho messo a confronto i campionati nazionali hanno espresso la medesima, netta separazione fra un piccolo numero di ricchissimi super-club con un mercato planetario e tutti gli altri. Perché questi ultimi non si ribellano? Perché non pretendono rigidi meccanismi di controllo finanziario e di riequilibrio economico (come avviene persino nel basket e nel baseball americano) minacciando altrimenti di staccarsi e di costringere i club troppo potenti a incontrarsi solo fra di loro? La gente si stuferebbe presto anche del Clásico se non ci fosse altro. Serve un tetto agli stipendi dei calciatori, servono regole che ostacolino i loro spostamenti da società a società, serve un drastico limite al numero di stranieri per squadra. E se i liberisti che controllano le istituzioni e i tribunali europei si oppongono al tetto, alle regole e al limite, al diavolo le istituzioni e i tribunali europei. La commercializzazione del calcio ha giovato solo agli speculatori e alle corporation che lo usano per promuovere i loro interessi economici e geopolitici, certo non ai tifosi e neppure agli appassionati.

Non si tratta solo di rendere il gioco più bello del mondo di nuovo interessante per tutti e a livello locale; si tratta anche e principalmente di ricominciare ad affermare la priorità delle persone sul denaro e a contrastare nei fatti, e non solo a chiacchiere, il dominio di poche multinazionali. Il merito e la qualità senza regole non sono merito e non sono qualità: sono i disvalori di chi ha più soldi e potere.

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