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D come Desire, D come Dis-Equality: quando lo sport include

Il prossimo 8 giugno partirà da Trieste “Giro d’Italia Dis-Equality – Tutti diversamente uguali”, progetto di inclusione sportiva e di rinascita

Con Bebe Vio.

Dis-Equality è, come detto, un progetto di inclusione sportiva ma, ancor prima, di rinascita:  la necessità di un’introspezione emotiva si traduce, nel 2012, nella creazione un equipaggio formato da due persone prima sconosciute - una annientata dalla depressione, Berti, ed una priva della vista, Egidio - che decidono di condividere i 12 metri della “Dolce Vita”, una barca a vela in gentile comodato d’uso, per affrontare un viaggio probabilmente impossibile per la loro condizione e loro risorse. Invece 76 giorni di mare e 3750 miglia di navigazione - il periplo della penisola italiana da Trieste a Sanremo e ritorno – diventano un successo sportivo e umano, col supporto morale e tecnico della sezione di Trieste della Lega Navale Italiana e, grazie al presidente Pierpaolo Scubini, il patrocinio e la logistica dalla presidenza nazionale

Bandiera olimpica

Il prossimo 8 giugno partirà da Trieste un’inedita flotta di imbarcazioni: l’occasione è il centenario della Lega Navale Italiana sezione di Trieste, il traguardo è concludere il giro d’Italia, la volontà  – soprattutto – è di continuare a concretizzare un progetto di inclusione sportiva che porta persone con disabilità a vivere senza barriere le emozioni e il divertimento di una tale impresa.

Continuare, sì, perchè dietro le spalle del  Giro d’Italia Dis-Equality – Tutti diversamente uguali” c’è una lunga ed intensa storia, già raccontata in un libro dal suo ideatore – Berti Bruss, “Io i tuoi occhi, tu, l’anima mia” – e poi divulgata in tanti incontri pubblici, a sensibilizzare sul tema e a raccogliere sostenitori.

Dis-Equality è, come detto, un progetto di inclusione sportiva ma, ancor prima, di rinascita:  la necessità di un’introspezione emotiva si traduce, nel 2012, nella creazione un equipaggio formato da due persone prima sconosciute – una annientata dalla depressione, Berti, ed una priva della vista, Egidio – che decidono di condividere i 12 metri della “Dolce Vita”, una barca a vela in gentile comodato d’uso, per affrontare un viaggio probabilmente impossibile per la loro condizione e loro risorse. Invece 76 giorni di mare e 3750 miglia di navigazione – il periplo della penisola italiana da Trieste a Sanremo e ritorno – diventano un successo sportivo e umano, col supporto morale e tecnico della sezione di Trieste della Lega Navale Italiana e, grazie al presidente Pierpaolo Scubini, il patrocinio e la logistica dalla presidenza nazionale.

Il viaggio di Berti Bruss e di Egidio Carandini si è evoluto in Amareterapia – un percorso di possibilità per persone con disabilità fisica, attraverso la pratica degli sport di mare quali vela, nuoto, subacquea, canoa, canottaggio, pesca – e, da marzo 2018,  in Dis–Equality, a seguito di un convegno a Trieste su sport, bullismo e disabilità. Nicole Orlando, atleta con la sindrome di Down, nove volte campionessa del mondo di atletica leggera FISDIR, ne è la testimonial sportiva.

Nel tempo, Dis-Equality si è fatto conoscere a livello nazionale, stringendo sinergie importanti come quella con il progetto Desire portato avanti dalle medaglie olimpioniche Sandra Truccolo e Daniele Scarpa www.canoarepublic.it; sono state organizzate serate per raccontare intenti e realizzazioni, tra le quali va ricordata – per il particolare riscontro – quella del 23 febbraio 2019 al palazzo della Gran Guardia a Verona, organizzata dallo Yacht Club Verona, e la più recente – 8 maggio – nella prestigiosa sede triestina della Lega Navale Italiana.

Inoltre all’arrivo del giro d’Italia 2019, il 2 giugno, nell’Arena di Verona il team Desire ha ricevuto ufficialmente la bandiera della candidatura olimpica Milano-Cortina 2026, poi issata su Desire e QueenTime Justmen, le due imbarcazioni che traducono in mare i progetti Desire e Dis-Equality.

Chi è Berti? I tag della sua vita sportiva sono vela, canottaggio, mare: ha cominciato nel ’67 con la storica società velica di Barcola e Grignano entrando nelle squadre nazionali giovanili, nel ’73 ha esordito nel canottaggio ed è stato componente della nazionale per 7 stagioni, vincendo 4 titoli italiani. Nel 1980 vicecampione d’Europa e vincitore selezioni per olimpiadi di Mosca, nel 1983  selezionato per Los Angeles e molto altro, ma «mantengo sempre dei grossi dubbi su di me… ». Rapporto con le disabilità? «Strettissimo. Da volontario, caratterialmente ho sempre assistito e avuto un rapporto vicino alle persone ed alle fasce più deboli. Quando ho affrontato ed accettato invece la mia disabilità – quella occulta, la depressione, e tutto ciò che ne è conseguito – e quella di mia moglie, tutto è diventato chiaro: ho superato le barriere ed i confini e tutte le disabilità sono diventate un normale patrimonio della vita. Le affronto come una quotidianità dovuta e non un flagello, una punizione o un evento eccezionale».

Oltre alle parole, ci sono i fatti: l’8 giugno un convoglio di sei scafi partirà dalla sede nautica della LNI Sezione di Trieste per il “Giro d’Italia Dis-Equality – Tutti diversamente uguali – 100 anni Lega Navale Italiana sezione di Trieste”, con itinerario suddiviso in 50 tappe, di cui 36 su basi LNI. Obiettivo è completare in 100 giorni – tributo ai 100 anni della fondazione della sezione LNI di Trieste – il periplo della penisola Italiana, veicolando un messaggio a sostegno dello sviluppo di iniziative legate al mondo disabile. Il gruppo di partecipanti appartiene ai soci e rientra nel naviglio della LNI; l’adesione totale o parziale è aperta a qualsiasi imbarcazione battente guidone LNI. 

«La prima tappa, da Trieste a Monfalcone – approfondisce Berti si effettuerà in convoglio con più barche, sia a vela che a motore, dei soci e simpatizzanti della Lega Navale; fino ad esaurimento, sono disponibili posti per imbarcare gratuitamente persone con disabilità, accompagnate. Sarà una buona occasione per passare insieme una giornata in mare inclusiva, con festa finale e concerto dell’ Accademia Lirica di Santa Croce nella sede monfalconese della Lega Navale Italiana». (prenotazioni: disequality.ts@gmail.com NdA)

Desire e Dis-Equality sono due splendidi esempi di dedizione ad una buona causa: uno sguardo critico sul panorama cui si affacciano lo lancia Paola Pignatelli – giornalista genovese trapiantata a Milano, appassionata di viaggi e sport, firma su quotidiani e periodici come “Panorama” e “Corriere della Sera” – che ha dato vita ad “Action Magazine”, giornale online dedicato ai viaggi active e allo sport outdoor, «il mio secondo bambino», come ella stessa lo definisce.

Lo specifico settore di lavoro l’ha portata a conoscenza di straordinari progetti o imprese sportive, realizzate da persone con disabilità. Forse sono più meritevoli di notizia rispetto a quelle “ordinarie” proprio per il maggior sforzo – fisico e mentale – che le accompagna?

«Penso che la grandezza delle imprese sportive compiute da persone disabili non stia soltanto nel fatto che è richiesto un impegno fisico e mentale molto maggiore. Certo, questo sarebbe già abbastanza per considerarle degne di attenzione. Ma l’aspetto che mi ha sempre maggiormente colpito è lo spirito con cui queste imprese vengono preparate e portate a termine. Niente auto-commiserazione, non ci si piange addosso, si prende il bello e il brutto che la vita regala e si guarda sempre avanti. Queste persone rappresentano un esempio incredibile, ci dimostrano con i fatti che i limiti spesso stanno solo nella nostra testa. Quando ero più giovane, pensavo che se mi fosse successo un incidente grave avrei preferito morire, anziché restare menomata per tutta la vita. Le persone disabili che ho conosciuto lungo la mia strada mi hanno fatto cambiare idea. Mi hanno insegnato che anche su una carrozzina o senza la vista si può vivere una vita piena e ricca di emozioni».

Donne in rosa

Quali storie ricordi con maggior traccia? «Ci sono tante storie che mi hanno colpito. Quella di Tom Belz, per esempio: un ragazzo tedesco a cui è stata amputata una gamba a causa di un cancro quando aveva otto anni. È salito in cima al Kilimangiaro con le stampelle. L’ho conosciuto e l’ho intervistato: è una bomba! E Murat Pelit, campione paralimpico di sci. La malattia ha intaccato parzialmente il suo fisico, ma non la sua grande passione per la montagna e lo sport: lo ha solo obbligato – come dice lui – a cambiare il punto di vista della quotidianità.

E ancora Nicola Dutto, costretto in carrozzina da un incidente, che gareggia con i normodotati sui circuiti di motocross. Un elenco lunghissimo di storie, che hanno davvero modificato anche la mia percezione della realtà. Poi naturalmente ci sono i “miei” non vedenti: due carissimi amici – marito e moglie – che hanno dato vita alla onlus Disabilincorsa, un’associazione che ha come obiettivo l’integrazione dei disabili attraverso lo sport. Con loro, tra le altre cose, abbiamo dato vita al progetto “La Francigena contromano… e contro i pregiudizi”. Il 21 settembre partiremo da Roma e cammineremo per quasi 300 km fino a Siena».

Action magazine è veramente inclusivo giornalisticamente: non molte testate raccontano l’altra faccia dello sport: «I temi legati alla disabilità sono sempre stati nel mio Dna. Probabilmente perché penso che la vita sia una faccenda di casualità, un po’ alla Sliding Doors. È successo a te, ma poteva succedere anche a me. Non c’è nessun merito nel nascere sano e nessuna colpa nel nascere con qualche problema fisico o mentale. E comunque siamo tutti sulla stessa barca, e ognuno di noi – normodotato o disabile – può aiutare ed essere aiutato. Per questo ho deciso di dedicare una sezione ad hoc di Action Magazine ai temi della diversità: LATO D. Dove D sta per Disabilità, ma sta anche per Donna e per capacità di vedere le cose in un’ottica D-versa. Ho voluto dare voce alle categorie che in genere ne hanno poca. Penso che ci sia ancora molto da lavorare per raggiungere la parità di genere. E che i veri disabili sono quelli che passano la vita davanti alla tv con il cervello spento».

Antonio Rossi e Daniele Scarpa, oro ad Atlanta nel 1996.

Daniele Scarpa, memorabile oro nella canoa ad Atlanta ’96 insieme ad Antonio Rossi, e con molti, molti altri splendidi titoli, è sposato con Sandra Truccolo che – a dirla tutta – ne ha più del marito, di medaglie… ma non ostenta! Nel tiro con l’arco, alle Paralimpiadi di Atlanta ne ha vinta una d’oro, una d’argento; a Sydney ha riconfermato l’oro, ad Atene l’argento, Ai campionati mondiali in Inghilterra altro oro e altro argento. Oro a Christchurch, argento a Nymburk, oro a Madrid. Ancora: 5 titoli italiani, 2 bronzi nella gara internazionale assoluti, 4 argenti e un bronzo ai campionati italiani assoluti. E poi c’è la canoa outrigger/Va’a, con cui ai mondiali ha raccolto 3 argenti e 2 bronzi. Un medagliere pesantissimo, ma l’orgoglio più grande è per il progetto di inclusione creato insieme a Daniele: «Nel 2001 è nata la nostra associazione A.S.D. Canoa Republic outrigger club, per l’inclusione delle persone con disabilità, sia per l’attività ordinaria (allenamenti), sia per le gare di canoa polinesiana, detta anche outrigger e da cui abbiamo preso il nome dell’associazione: è una canoa tradizionale dei popoli dell’Oceania, ormai diffusa in tutto il mondo, ed è caratterizzata da un galleggiante laterale, detto bilanciere, collegato ad uno scafo principale con due traverse. Il nome “Va’a” è usato nell’area del Pacifico».

Sandra, un’apripista: «Con Agnese Moro, sono stata la prima atleta disabile a partecipare ai campionati mondiali sprint (velocità in acque piatte) a Bora-Bora nel 2002, in un equipaggio femminile; in seguito ai successivi campionati del mondo alle isole Hawaii nel 2004, tre nazioni si sono presentate con atleti disabili; a seguire Nuova Zelanda 2006, dove hanno inserito ufficialmente anche le gare per disabili, e Sacramento in California 2008. Il movimento mondiale della canoa polinesiana è cresciuto molto negli ultimi anni e con orgoglio possiamo dire di aver contribuito, anzi di essere stati i primi come associazione a divulgare questa specialità tra gli atleti disabili; mentre già dalle paralimpiadi di  Rio 2016 era stata inserita la canoa/Kayak, dalle prossime paralimpiadi Tokyo 2020 verrà inserita anche la specialità della canoa outrigger/Va’a».

La coppia è instancabile. Daniele Scarpa aggiunge: «Tra i tanti progetti di Canoa Republic cito il “Palio di Alvise” arrivato quest’anno alla diciottesima edizione: nasce per ricordare un bambino che ci ha lasciato prematuramente, colpito da meningite da meningococco, e per informare e sensibilizzare genitori ed insegnanti ad affrontare questa subdola malattia, che colpisce ogni fascia di età, ma si presenta in forma più grave nei bambini.

Un progetto che permette di avvicinare i ragazzi ad uno sport divertente come la canoa “Dragon Boat”, dove l’intera classe partecipa con l’insegnante, che scandisce il tempo con il tamburo; le gare si svolgono nel nostro centro nautico al porto turistico di Jesolo, su un percorso di 250 mt.: gare a tempo, dove i ragazzi, fino alla fine, non sanno chi sarà la classe vincitrice. Il palio è rivolto alle classi V elementari del nostro territorio e vede la partecipazione di circa 120 ragazzi e ragazze».

Sandra Truccolo

Sandra Truccolo ha un curriculum splendente nelle Paralimpiadi: dovrebbero forse ricevere più visibilità delle Olimpiadi, invece sono un evento di serie B, a livello mediatico. «A questo proposito – replica Paola Pignatelliio vado un po’ controcorrente. Lo sport agonistico secondo me significa soprattutto performance. E allora la performance è quella degli atleti top di gamma, che fanno prestazioni mirabolanti e segnano record. I campionati sportivi master, tanto per dire, sono appassionanti per chi vi partecipa (anche io per anni l’ho fatto), ma non si può pensare che la gente si strappi i capelli per fare il tifo e vada in visibilio per i risultati delle gare.

Piuttosto, i campionati master sono un esempio di come lo sport aiuta il benessere e l’integrazione delle persone non più giovani (oltre ad essere un gran divertimento per chi vi partecipa). Stesso discorso per le Paralimpiadi. Forse bisognerebbe trovare delle formule diverse… altrimenti tra l’altro si rischia di scatenare “l’effetto pietismo”, che è l’ultima cosa utile alla causa».

Il pensiero di Berti: «Paralimpiadi è un termine che suona male, mi ricorda un paracadute, un qualcosa che rallenta e che dà idea di un effetto smorzato dell’azione, di un valore minoritario, di seconda classe. Le disabilità sono solo un panorama a colori diversi e, per certi aspetti, meno monotono rispetto a quello delle persone erroneamente definite abili. Noi siamo abituati a leggere le prestazioni attraverso i numeri e le classifiche, tralasciando gli aspetti che portano a questo: 1 è sinonimo di eccellenza, 2 è citabile, 3 premiabile, dal 4 in poi dimenticabile. Seguiamo un parametro non sempre unicamente sulla base di un valore sportivo, bensì spesso mediatico.

È per questo che, a mio avviso, occore, se non sottolineatura, almeno continuità informativa, al pari delle prestazioni dei “normoabili”».

Il panorama italiano? «I sistemi anglosassoni sono molto più avanzati:  non esistono squadre nazionali olimpiche e/o paralimpiche, ma solo squadre nazionali o rappresentative nazionali, che comprendono qualsiasi tipo di atleta che gareggia poi nelle varie specialità e categorie. I raduni e gli allenamenti vengono condivisi, le divise sono le stesse, come pure i valori. Da noi c’è ancora tantissimo lavoro da fare e la chiusura è ancora molto forte: la disabilità rappresenta purtroppo e spesso ancora una vergogna ed un disagio psicologico più che fisico.

Desire

Ciò che invece più perplime e ferisce è l’indifferenza sull’argomento da parte delle istituzioni e della società così definita abile, che ignorano le necessità e gli aspetti essenziali legali alle disabilità ed al mondo ad essa legato. Mi riferisco alla difficoltà nel reperire degli aiuti economici, per quanto ridicoli in termini di quantità, per iniziative relative all’inclusione. Sembra quasi che le problematiche legate ad essa non facciano parte del nostro mondo e che rappresentino una parte solamente sporadica della vita. La realtà  invece è ben diversa, purtroppo, e sottolineata ed implementata negli ultimi anni proprio da disabilità apparentemente occulte, legate alla sfera emozionale, emotiva e psicologica».

Qualche anno fa Berti ha coniato una frase: “Le buone intenzioni durano appena il tempo delle forti emozioni“, dal sapore amaro. Tradotta oggi: «Due mesi fa avevo proposte e promesse di sponsorizzazioni per 30.000 euro. Ad una settimana dal via abbiamo coperto, per fortuna, le spese imprescindibili per assicurazioni e sicurezza, ma quel traguardo non è stato raggiunto. “Sponsor in fuga” potrebbe essere il titolo di un articolo a tema. L’istinto direbbe di chiudere bottega e restare a casa. Invece continueremo. Forza dell’incoscienza. Per me, dopo otto anni di lavoro a titolo completamente gratuito con concorso spese è l’ultimo tentativo, lo porterò fino in fondo con totale dedizione. Successo o naufragio? Lo scoprirò fra poco più di cento giorni, poi farò razionali valutazioni, seppure mi senta fra gli ultimi romantici visionari che tentano di cambiare un mondo legato unicamente all’apparire di pochi, che sfruttano politicamente a proprio favore ciò che  comunemente definiamo “ le disgrazie altrui”».

Buon vento!

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