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Il futuro dello sport più bello del mondo che il coronavirus ha messo in ginocchio

Cosa succederebbe alla ripresa del campionato di Serie A? Il gioco del calcio è partecipazione, passione, aggregazione. Cosa diventerebbe senza tutto questo?

di Patrizia Maiorano

Con la chiusura di tutti gli esercizi commerciali e la sospensione di tutte le attività lavorative, salvaguardando solo ciò che era indispensabile e di prima necessità, l’emergenza da Covid-19 ha fermato anche lo sport, portando gli italiani a rinunciare, tra le altre cose, alla loro passione più grande: il calcio. Tutti sappiamo, infatti, che tra i tanti sport che esistono, quest’ultimo è quello che maggiormente crea trepidazione e partecipazione, davanti ad una TV o in uno stadio, portando tutti a diventare commissari tecnici ed esperti calciatori, nonché Presidenti di società quando si parla di calcio mercato!

La sospensione del campionato e della Champions League ha reso ancor più arida la lunga quarantena che ormai è passata in fase 2, ma ha creato anche tanto malessere nell’ambiente calcistico, dove ancora regna una grande confusione riguardo alla necessità economica di ripartire e le difficoltà oggettive a farlo.

A tal proposito, la FIGC ha impostato un protocollo con regole ben precise per una ripresa degli allenamenti, attenendosi a tutte le norme vigenti per il contenimento del contagio. Tale proposta è stata approcciata dietro richiesta del Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, da sottoporre a valutazione da parte del Comitato Tecnico-Scientifico per una eventuale approvazione. Il protocollo ideato propone non la ripresa delle partite, ma solo degli allenamenti. Per ciascuna squadra, dopo rigorosi controlli medici in termini di funzionalità cardiaca e respiratoria, gli atleti verrebbero suddivisi in tre gruppi (1.atleti che hanno avuto una malattia conclamata da Sars-CoV-2; 2.atleti che sono stati positivi al virus, ma in modo asintomatico; 3.atleti che non hanno avuto alcuna positività). Rigorosamente controllati tramite screening giornalieri e distribuiti in piccoli gruppi su più campi di calcio, in una prima parte del ritiro i calciatori sarebbero tenuti a debita distanza l’uno dall’altro e ripartirebbero semplicemente da un allenamento individuale con l’aiuto dei preparatori atletici, senza l’uso del pallone (in questo caso, maggior veicolo di liquidi biologici), evitando ogni tipo di attività che li portasse a stare insieme in una stessa stanza (pranzi serviti a tavola, uso comune di spogliatoi e docce). Le società metterebbero a disposizione diversi cambi giornalieri per ciascun atleta, e questi verrebbero raccolti e lavati personalmente presso le proprie abitazioni.

Misure molto restrittive, ovviamente, che rendono ancor più difficoltosa e scoraggiante una ripresa dello stesso campionato. Oltretutto, dai primi screening nell’ambito delle diverse squadre, iniziati allo scoccare della Fase2, si sono scoperti diversi atleti e componenti dello staff positivi al virus, e questo ha creato ulteriori dubbi nell’approvazione del protocollo. Il comitato tecnico-scientifico, come vuole la prassi, ha inviato il suo parere al ministro della salute Roberto Speranza che poi, naturalmente, si confronterà in sede governativa con il premier Giuseppe Conte e con il ministro dello sport, Vincenzo Spadafora.

La partita in uno stadio vuoto?

In attesa del parere definitivo sulla ripartenza prevista per il 18 maggio, è chiaro che le difficoltà oggettive sono diverse. Innanzitutto si chiede di riorganizzare uno sport di squadra sulla base di un distanziamento sociale. Questo permetterebbe sicuramente agli atleti di riprendere forma fisica e preparazione atletica, ma non lascerebbe spazio alla ripresa delle partite. Poi, preventivando l’inizio degli allenamenti, tutti i componenti di ciascuna squadra (dai calciatori ai componenti di staff tecnico e sanitario) dovranno essere sottoposti a screening in maniera cadenzata, mantenendo sempre alta l’attenzione sulla prevenzione del contagio che avviene, come sappiamo, soprattutto per la presenza di positivi asintomatici.

Ma, al di là dei soli allenamenti, cosa succederebbe alla ripresa del campionato? Come detto all’inizio, il gioco del calcio è partecipazione, passione, aggregazione. Cosa diventerebbe senza tutto questo? Le società sportive sono delle aziende e, come tutte le piccole o grandi imprese che hanno dovuto sospendere le loro attività in questi due mesi, anch’esse hanno premura a riaprire. Ma cosa saranno le partite senza tifosi e senza cori? Che spettacolo darà uno stadio completamente vuoto? Quali sensazioni proveranno gli stessi calciatori? In realtà, la ripartenza sarebbe cosa dovuta per una ripresa dell’economia all’interno della Lega Serie A (serie C e Lega Pro hanno deciso di non riprendere mentre la serie B vorrebbe, ma solo se aiutata economicamente dalla FIGC per l’attuazione del protocollo), così come hanno necessità di riprendere l’artigiano e il commerciante, ma quel che è certo è che il Covid-19, oltre alle migliaia di morti che ha provocato, ci sta lasciando una realtà dove tutto sarà diverso e dove il timore di far male dopo una lunghissima quarantena fatta di sacrifici, rinunce e difficoltà, ci rende ancora incapaci a ripartire davvero, coscienti del fatto che quello che eravamo ci manca moltissimo, ma che quello che oggi facciamo sarà propedeutico al nostro prossimo futuro.

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