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In Sicilia 500mila giovani Neet: non studiano non lavorano e non cercano occupazione

Sono il 43% rispetto a una media nazionale del 27%. Ragazzi tra 15 e 29 anni senza arte né parte in un’Isola che registra il fallimento integrale delle politiche attive del lavoro e della formazione professionale

Parlare di Formazione professionale con chi osserva da lontano la Sicilia non sempre è facile. Soprattutto non è semplice da spiegare, perché la Formazione professionale, le cui finalità trovano disciplina nello Statuto siciliano, da qualche anno non riesce ad esplicare una precisa ‘funzione pubblica’ in favore di giovani, adulti e fasce deboli della popolazione. Ciò è principalmente dovuto alle limitazioni poste da una politica che, tra alti e bassi, ha contribuito a pregiudicare la costruzione di una società istruita, formata e specializzata e in grado di sostenere le sfide del cambiamento nel mercato del lavoro. La causa non va ricercata, quindi, nella crisi globale che ha colpito, a partire dal 2008, i sistemi economico-produttivi di mezzo mondo.

Ci toccherà raccontare, a chi osserva da lontano la Sicilia, cos’è la Formazione professionale che dovrebbe avviare i giovani al lavoro. E per farlo non possiamo non partire da qualche dato statistico.

La Sicilia è la Regione con il più alto tasso di disoccupazione della Penisola italiana, dove i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro – i cosiddetti ‘Neet’ (not in education, employement or training) – sono circa 500 mila su una popolazione complessiva di 5 milioni di abitanti. In Sicilia quasi un giovane su due è Neet. Questi giovani hanno fra i 15 e i 29 anni. Non hanno un lavoro, né si preoccupano di cercarlo. Non studiano, non svolgono tirocini, stage, corsi di aggiornamento, non perché necessariamente scansafatiche quanto, piuttosto, perché sfiduciati e privi di speranze nel futuro. Le statistiche dicono che sono in aumento, in Italia e soprattutto in Sicilia.

Prima dell’inizio della crisi globale del 2008, i Neet in Italia costituivano già un fenomeno preoccupante. Negli anni successivi il numero dei giovani che non studiano, non lavorano e non cercano un’occupazione è considerevolmente aumentato per due ordini di ragioni: al senso di sfiducia nei confronti delle istituzioni si è aggiunta la difficoltà di trovare lavoro. Criticità che si sommano ai limiti della politica siciliana e della burocrazia, vera palla la piede nell’Isola.

L'Italia sconta infatti problemi e carenze strutturali nel mercato del lavoro che ricadono soprattutto sui giovani. Si pensi al precariato diffuso, all'oggettiva difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro per i più giovani, alla scarsa flessibilità ed all’assenza di una rete efficace ed efficiente di servizi per il lavoro. La mancata riforma dei servizi per l’impiego, per esempio, si traduce nell’inefficiente funzionamento del sistema pubblico di incrocio domanda/offerta con evidenti carenze nell’attuazione delle politiche attive del lavoro. Una piaga che si traduce in ricadute economiche negative sul sistema Paese. Il costo sociale dei giovani Neet per l’Italia è infatti di 26,631 miliardi di euro (il più elevato in Europa) che corrisponde all’1,7 per cento del Prodotto interno lordo (dati elaborati da Eurofound nel 2012).

Siamo davanti a una tragedia sociale che in Sicilia non ha precedenti. Basti pensare  che nel 2013 il fenomeno Neet ha toccato il picco di quasi il 43 per cento rispetto alla media nazionale del 27,3 per cento. Ciò significa che quasi metà delle giovani donne e dei giovani uomini, delle ragazze e dei ragazzi nate tra l'inizio degli anni Ottanta e la fine dello scorso millennio non studia, non viene professionalmente formata, appare esclusa dalla prospettiva del lavoro. E siccome siamo in Sicilia, nella terra della mafia, questo è certamente terreno fertile per il reclutamento mafioso.

È chiaro che per contrastare il fenomeno e iniettare fiducia nelle giovani generazioni occorre puntare sul rilancio dell’istruzione e della conoscenza. Ed ecco che la Formazione professionale può e deve svolgere un ruolo strategico essenziale per contrastare la disgregazione della società siciliana in una prospettiva futura.

La legge regionale che disciplina il settore è stata approvata dall’Assemblea regionale siciliana (in Sicilia, Regione italiana a Statuto autonomo, il Parlamento si chiama così) il 6 marzo 1976. Legge che, anticipando la normativa nazionale del 1978, ha costituito per decenni lo strumento di riferimento per erogare la formazione professionale in Sicilia. Più volte integrata e modificata, la legge ancora oggi disciplina il settore, in un contesto notevolmente cambiato, ma che ben si integra con i principi sanciti dal legislatore siciliano del 1976.

La Formazione professionale in Sicilia ha gli strumenti adatti per dare risposte a giovani, adulti e fasce deboli della popolazione. Difatti, il sistema formativo regionale si divide in tre filiere: gli Interventi formativi, i Servizi formativi e l’Istruzione e Formazione professionale ed opera attraverso il finanziamento comunitario, integrato da una quota nazionale e regionale. Sistema operante in regime di concessione amministrativa, nel senso che la Regione siciliana, attraverso un sistema di accreditamento, si avvale di soggetti privati o pubblici per l’erogazione della formazione professionale, dell’orientamento e delle politiche del lavoro.

La prima è destinata alla formazione professionale dei giovani trai 18 ed i 35 anni, la seconda è destinata all’erogazione delle politiche attive del lavoro e la terza indirizzata ai minori tra 11e 17 anni che hanno abbandonato la scuola dell’obbligo e sono quindi a rischio di dispersione scolastica.  

Sulla carta gli strumenti ci sono e pure le risorse. Si pensi che soltanto nel periodo 2007/2013 alla Sicilia sono state assegnate risorse per 2,1 miliardi di euro dal Fondo sociale europeo, scesi 843 milioni di euro per il successivo periodo 2014/2020. Eppure nella fase di maggiore crisi, a cavallo tra il 2009 ed il 2013, in Sicilia è successo l’inverosimile nella formazione professionale. Due i fattori che hanno destabilizzato il sistema: la politica e la burocrazia.

Passando dal Governo regionale di Raffaele Lombardo a quello guidato, dopo le elezioni regionali del 28 ottobre 2012, da Rosario Crocetta, si è registrata una escalation di chiusure degli enti formativi, fino a dimezzare a poco meno di un terzo i soggetti operanti nel settore. E questo grazie all’incessante azione della magistratura che ha debellato sacche di malaffare, truffe e clientele affaristiche nel settore, strettamente connesse con la politica e con taluni ambienti politici.

Oggi il mondo della Formazione professionale, che fino al 2012 costava circa 400 milioni di euro all’anno, spende poco meno di 250 milioni di euro per erogare, a tutto tondo, la formazione a minori e giovani , oltre che le politiche del lavoro. I risultati, se confrontati con i dati statistici e gli indicatori già citati, non sono gratificanti. Tutt’altro. La presenza di un esercito di Neet, la difficoltà di chi ha perso il lavoro a rientrare nel circuito produttivo e l’aumento della dispersione scolastica denotano una gestione politico-amministrativa fallimentare del settore.

Molte cose vanno riviste e la politica siciliana ha il dovere di cambiare marcia per non vanificare definitivamente la speranza di un lavoro e l’affermazione delle aspettative di vita dei giovani siciliani. Le grandi opportunità offerte con il ‘Piano giovani’  e con il Piano ‘Garanzia Giovani’ per contrastare il fenomeno dei Neet e formare i giovani siciliani stenta ancora a decollare dopo anni di attesa. Risorse inizialmente comunitarie, quelle del Piano giovani, che sono state trasferite al ministero dell’Economia a Roma ed inserite in un piano azione e coesione. Un escamotage attuato per dichiarata incapacità di programmare una modalità amministrativa per spendere le risorse pari a 452 milioni di euro, evitando così il disimpegno che significa restituzione delle risorse all’Unione europea.

Dal piano Garanzia Giovani è arrivato un flusso di circa 200 milioni di euro per allineare le politiche del lavoro agli standard europei attraverso la realizzazione della riforma dei servizi del lavoro tanto auspicata dalle istituzioni nazionali e comunitarie. Nei giorni scorsi il Governo regionale ha varato un ulteriore Piano azione e coesione di 242,7 milioni di euro seguite alla rimodulazione delle residue risorse del Piano operativo Fse Sicilia 2007/2013 ancora non spese ed a rischio di disimpegno. Risorse destinate all’attivazione (costo 150 milioni) in favore dei siciliani a rischio di perdita del posto di lavoro. Le altre risorse dovranno essere destinate per il contrasto alla dispersione scolastica, per riqualificare i lavoratori della formazione professionale rimasti senza lavoro e senza retribuzione – se ne contano 3500 su oltre 8000 iscritti in un apposito Albo regionale –  e ricollocarli successivamente con i cosiddetti contrati di ricollocazione. Previste anche azioni di workfare per contrastare la marginalità e l povertà che in Sicilia interessa una famiglia su tre.

La formazione professionale in Sicilia può e deve fornire risposte ai siciliani. E per farlo bisogna restituire trasparenza e credibilità a questo settore. Chiudere la fase del riassetto e ‘disegnare’ un sistema efficace ed efficiente che sostenga il difficile momento che vivono i giovani siciliani, puntando ad un futuro occupazionale e produttivo per l’affermare il progetto di vita e realizzare i propri sogni.

 

 

 

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