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“La mafia? Una montagna di merda!”

Parla Gian Joseph Morici, il giornalista italo-americano che vive ad Agrigento, autore di un libro sulle vittime di Cosa nostra. La testimonianza da una provincia siciliana dove la presenza della criminalità organizzata è ancora fortissima

Cosa significa fare giornalismo, serio giornalismo, vero giornalismo, nella provincia più povera d'Italia e ad altissima densità mafiosa? Lo abbiamo chiesto a Gian Joseph Morici, da sempre in prima linea nella lotta alla mafia ed a Cosa nostra siciliana, attualmente editore del giornale online La valle dei templi.net, autore del libro “Vittime di Mafia” e recentemente – tanto per citare la più vicina nel tempo – oggetto di minacce di querela ed accuse di vario tipo da parte di certa stampa, per il solo fatto di aver reso pubblica un'inchiesta archiviata che coinvolgeva un parlamentare nazionale dell'Agrigentino – Riccardo Gallo Afflitto, esponente di Forza Italia – in una vicenda di mafia della fine degli anni '80 del secolo passato. Vicenda, ribadiamo, archiviata della quale avrebbe parlato il  pentito Daniele Sciabica.

Joseph nasce negli Stati Uniti, a Rochester, nel 1959. Di padre siciliano e madre americana, rientra presto nella paterna Sicilia, ad Agrigento. Cresce quindi in un ambiente in cui la presenza della mafia è palpabile ed incide nella vita quotidiana anche di chi con questa non ha nulla a che spartire.

Figlio di commercianti, conosce il volto peggiore di questo male quando a Gela viene ucciso un amico fraterno della famiglia, nonché collega, per essersi opposto alla richiesta di ‘pizzo’ ed avere fondato la locale associazione antiracket. Un evento che segna profondamente il suo percorso in favore di una cultura antimafiosa. Morici è uno di quegli uomini dal cui sguardo trapelano l'esperienza, il suo vissuto, le sue emozioni, la sete di giustizia, l'indignazione e l'autentica incazzatura nei confronti del sistema mafioso basato sull'omertà e sul sangue. E si badi, questa non è mera retorica, ma reale testimonianza di un uomo la cui vita è stata votata sempre all'onestà intellettuale.

In questo senso, quindi, non stupisce che una delle prime cose che ci raccontò, quando un po' di tempo fa ci conoscemmo, fu un suo intervento ad uno dei tanti convegni antimafia a cui ha avuto modo di partecipare nella sua vita. A questo convegno, un magistrato ebbe il “coraggio” – per non voler usare altre espressioni – di dire che la mafia è ormai sconfitta. “Mi incavolai – ricorda oggi Joseph, senza peli sulla lingua – tant'è che nel mio intervento contai gli agenti in sala, che erano almeno una dozzina tra quelli in borghese e quelli in divisa con tanto di mitra alla mano e dissi: “Meno male che la mafia è sconfitta signor giudice, se così non fosse probabilmente avremmo i carri armati per strada”.

Allora non stupisce per nulla che un uomo di questo tipo sia stato in passato oggetto di minacce di morte di chiara matrice mafiosa, così come riportato da media nazionali e da interrogazioni parlamentari. Proprio per questo abbiamo voluto parlare con lui di mafia e del suo nuovo libro “Vittime di Mafia”, scritto a quattro mani con Fabio Fabiano, il poliziotto scrittore che, dal 2010 è assegnato alla Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Agrigento.Copertina

 “Vittime di mafia” è uno di quei titoli chiari ed inequivocabili, senza orpelli o sottintesi, già questo particolare ci ha colpiti molto: “Sì – dice Morici – l'intenzione era quella, il nostro scopo ( suo e di Fabiano, ndr) era quello di raccontare le storie dei piccoli-grandi eroi che non si sono piegati alla mafia, volutamente non abbiamo parlato di casi dubbi, ma solo di vittime assolutamente innocenti”.

 “Il libro – continua – nasce dalla necessità di ricordare il valore di queste persone, sia che magari si sono soltanto trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato come Giuseppe Ciminniti, sia che evidentemente davano troppo fastidio ai potenti dell'epoca, come il sindacalista di Sciacca, Accursio Miraglia, barbaramente trucidato davanti casa”.

 A questo punto, non abbiamo potuto esimerci dal chiedere se la mafia non sia in realtà uno strumento dei potenti e della politica e non, come spesso ‘romanticamente’ viene definita,un'organizzazione d'onore che non tocca le donne o i bambini e che è erede del brigantaggio.

 “La mafia è una montagna di merda – dice citando Peppino Impastato – il suo unico scopo è accumulare denaro e potere e non si fa il minimo scrupolo ad uccidere donne e bambini pur di garantire tali obiettivi. Per questo è chiaro che, spesso, agisce sotto comando dei potenti, anche perché il potere che gestiscono i mafiosi in un territorio è spesso notevole. La mafia va ben oltre il fatto delittuoso. Voi ce li vedete Riina e Provenzano a gestire il patrimonio finanziario di Cosa Nostra e decidere dove, come ed in cosa investire? Quella è gente capace di contare i sacchi di patate, le fila le tirano altri. La mafia è uno strumento. Basta ricordare, come parlo nel libro, degli interessi degli Stati Uniti d'America nell'Italia del dopo guerra e nel fermare l'avanzata dei Partito comunista con qualsiasi mezzo. O, ancora, dell'utilizzo della mafia, dapprima con l'aiuto di Lucky Luciano, già durante la Seconda guerra mondiale, ad esempio, per lo sbarco in Sicilia o per il mantenimento dell'ordine pubblico”.

A questo proposito, proprio nel libro di Morici e Fabiano sono pubblicati alcuni dei documenti-prova della CIA e del NSA, adesso desecretati per limiti temporali. Abbiamo chiesto quale fosse la sua posizione sui pentiti: “Sono un utile strumento investigativo. Ma non dobbiamo mai dimenticare perché certi mafiosi decidono di pentirsi. Nessun mafioso si pente mentre è libero, tutti lo fanno per un loro esclusivo tornaconto. Non dobbiamo mai dimenticare i trascorsi e mai trattarli da eroi. La vera svolta, utile a minare le fondamenta della cultura mafiosa, oltre all’attività investigativa e giudiziaria, la si deve a tanti piccoli-grandi eroi quotidiani che spesso hanno dato la vita per difendere i propri valori di giustizia e legalità. Tempo fa qualcuno disse che la vera vittima di mafia è il pentito. Questa frase mi ha fatto infuriare. Il pentito è e resta un criminale”.

 Chiediamo: la mafia è una esclusiva del Sud Italia? “Assolutamente no – ci dice Morici – la mafia è un fenomeno esteso a tutte le regioni italiane, anche perché è al Nord che oggi vi sono i maggiori affari e flussi di denaro. L'unica sostanziale differenza è che le regioni del Nord ospitano vari tipi di mafie: cinese, russa, camorra, n'drangheta e la mafia siciliana. In Toscana, ad esempio, troviamo tante associazioni criminali. Mentre le regioni del Sud sono i quartier generali di organizzazioni che non tollerano concorrenza. Del resto, non va dimenticato che sono i luoghi di nascita di queste organizzazioni criminali, come ad esempio l'Agrigentino che è il luogo di nascita di Cosa nostra”.

 A proposito di Agrigento come zona di nascita di Cosa nostra, abbiamo voluto chiedere cosa rappresenti questa provincia per la mafia e se ancora la mafia abbia un ruolo in questa provincia: “Posso rispondere con la risposta che diede il pentito Buscetta mentre, sotto interrogatorio, dava i voti di intensità mafiosa alle varie province: Agrigento 9 su un’ipotetica scala da 1 a 10. Storicamente Agrigento, pur essendo dilaniata da guerre di mafia, anche tra Stidda e Cosa nostra, è sempre rimasta fortemente radicata alla mentalità mafiosa. Gli stessi omicidi mafiosi non alzavano mai il tiro ad esponenti di spicco, solo la manovalanza veniva toccata. Questo perché l'Agrigentino è sempre stato un terreno fertile per mafia ed anche un porto franco per i suoi latitanti. Non dobbiamo dimenticare che Bernardo Provenzano ha frequentato questa zona durante la sua latitanza, così come Salvatore Riina che avrebbe spesso frequentato Sciacca”.

 “Agrigento – prosegue Morici – è un luogo dove la mafia locale non è soltanto ben radicata, ma segue ancora dei riti e dei formalismi che vincolano in modo assoluto gli appartenenti all'organizzazione. Basti pensare di come addirittura Totò Riina si stupisse che il capo provinciale di Agrigento, durante i tradizionali banchetti che si tenevano in occasione delle riunioni regionali, avesse un tirapiedi che addirittura gli sbucciava la frutta. Neppure Riina era vincolato a tanto formalismo. Il capo della mafia di Agrigento sì”.

 

“Purtroppo – conclude il giornalista – siamo abituati a pensare che la mafia esista soltanto quando c'è l'attentato dinamitardo o quando usi le armi. In realtà è il contrario. L'omicidio per la mafia rappresenta un momento di debolezza, perché la mafia è costretta ad usare la sua forza o verso l'interno, durante le guerre di mafia, o verso l'esterno, con le vittime innocenti di mafia. Quando non ci sono omicidi, né atti intimidatori, allora significa che nessuno mette in discussione la potenza mafiosa, oppure che sono cambiati gli interessi”.

 

 

 

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