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Garanzia Giovani: in Sicilia il piano è un mezzo fallimento

 Purtroppo anche il programma voluto dall’Unione europea destinato ai Neet (i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro) non sta dando grandi risultati. Alla base della delusione c’è la solita disorganizzazione

La Sicilia tutela e valorizza le giovani generazioni? È dotata di strumenti atti a dare immediate risposte al bisogno di lavoro proveniente non solo dai giovani? È organizzata per offrire soluzioni al bisogno di occupabilità dell’economia siciliana? Dall’analisi dei fatti di seguito raccontati, gli interrogativi posti possono trovare una sola ed unica risposta: No. E sono innumerevoli le ragioni che proviamo a sviscerare a beneficio di chi trova davvero disdicevole che un padre od una madre non riesca a sfamare i propri figli o, peggio ancora, ad educarli ad una società giusta, equa e solidale.

Il 30 aprile 2015 scadrà il primo anno del programma Garanzia Giovani in Italia e si annuncia già un mezzo fallimento, come in gran parte dell’Unione europea. La Sicilia, però, è riuscita a fare di peggio, consacrando la delusione ancor prima di attendere la scadenza dei primi 12 mesi di vita di Garanzia Giovani.

Cominciamo col dire cos’è Garanzia giovani, perché nasce e quali sono gli obiettivi. La Garanzia Giovani è un programma europeo di inclusione sociale di tipo universale. Un programma rivolto proprio ai giovani più colpiti dalla crisi prolungata, milioni di ragazze e ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro: i Neet, per l’appunto.

L’obiettivo del Programma Garanzia Giovani non è l’occupazione dei giovani, che resta pur sempre una finalità, anche se marginale. Ruolo centrale è l’occupabilità: una politica attiva del lavoro, cioè destinata ai giovani disoccupati, che rimanendo a lungo in tale condizione possono perdere in parte o completamente le loro competenze e su­bire un deterioramento del loro capitale umano. Difatti, nel programma, sono i percorsi di istruzione e formazione ad avere un peso centrale, visto che mirano a qualificare ragazze e ragazzi, piuttosto che dequalificarsi, creando quelle condizioni di base per poter cogliere le occasioni di impiego e di autoimprenditorialità.

La disoccupazione giovanile è dovuta al disallineamento tra la domanda di competenze che il mondo esterno chiede alla scuola e alla formazione di sviluppare e ciò che le istituzioni effettivamente offrono. Garanzia Giovani di per sé crea domanda effettiva in maniera solo marginale, pari allo stanziamento di 1,5 miliardi di euro e può favorire l’occupazione essenzial­mente solo nella misura in cui contribuisce a ridurre il cosiddetto ‘mismatch delle competenze’ e cioè le situazioni in cui i datori di lavoro non trovano le persone con le qualifiche richieste e viceversa.

Per decollare il Programma Garanzia Giovani abbisogna di un sistema di servizi per l’impiego che, ahinoi, in Sicilia non funziona. E non può essere una giustificazione il fatto che la Regione non è sola a condividere questa criticità strutturale. Esiste un problema di competenze che, spesso e volentieri, non troviamo nella pubblica amministrazione.

La Sicilia sconta ritardi culturali, organizzativi ed operativi nell’erogazione dei servizi: cosa, questa, che rende molto più complicata l’attuazione di politiche in favore dei giovani e di contrasto alla disoccupazione. Una condizione che rischia non solo di impoverire il bagaglio di conoscenze acquisito dai giovani durante il percorso scolastico ed universitario allargando pericolosamente la frattura tra giovani e lavoro. Eppure, quello che si registra è che tutti lo aspettano come la soluzione dei problemi di disoccupazione dei giovani o almeno per ridurre i problemi di disoccupazione giovanile, ma questo, purtroppo, difficilmente avverrà in Sicilia.

Era chiaro sin dall'inizio che, per far funzionare Garanzia Giovani, occorreva che dotarsi di un sistema efficace di servizi per il lavoro sia pubblici che privati, servizi che la nostra Regione, a dieci mesi dall’inizio del programma, ancora oggi non ha. Esiste un problema di competenze che, spesso e volentieri, non troviamo nella pubblica amministrazione dell’Isola. La Sicilia sconta ritardi culturali, organizzativi ed operativi nell’erogazione dei servizi. Un gap che rende molto più complicata l’attuazione di politiche in favore dei giovani e di contrasto alla disoccupazione.

Nella Regione siciliana Garanzia Giovani è ancora una incompiuta. E sono tanti i motivi. A cominciare dai numeri. Dal primo maggio 2014 ad oggi sono stati iscritti al programma solamente circa 50 mila giovani. Di questi, uno su tre frequenta un percorso universitario o post diploma e non può essere oggetto di un profilo. Soltanto in 22 mila sono stati censiti presso i Centri per l’Impiego dislocati lungo il territorio siciliano ed all’incirca in 8 mila sono stati orientati (orientamento di primo e secondo livello) dal personale specialistico proveniente dall’esperienza degli ex Sportelli multifunzionali in Sicilia. Ciò significa che i Neet sono solamente una piccola parte del target. Motivo per il quale uno degli obiettivi stabiliti dall’Unione europea non è stato raggiunto.

Va precisato che quella degli sportelli multifunzionali è una rete di circa 260 strutture gestite da soggetti privati (enti formativi) accreditati con standard strutturali ed organizzativi minimi presso la Regione siciliana, che dal 2001 al 30 settembre 2013 hanno operato nelle politiche attive del lavoro (orientamento e incrocio domanda e offerta di lavoro), colmando il vuoto lasciato dalla soppressione degli uffici di collocamento con la riforma del mercato del lavoro in Italia del 2001. Ben operando hanno supplito alla riforma dei servizi per il lavoro mai attuata in Sicilia. Quella degli sportelli multifunzionali è un’esperienza chiusa dall’attuale governo siciliano guidato dal presidente Rosario Crocetta e sostituito, in fase sperimentale, dal Ciapi di Priolo. Si tratta di un ente di formazione professionale di proprietà della Regione siciliana destinatario di funzioni e risorse per legge regionale.

Tornando ai numeri, è sotto gli occhi di tutti il fallimento del programma Garanzia Giovani in Sicilia. E per chi legge e vive lontano dalla realtà isolana, pur tenendo vive le radici storiche, non può che trovare davvero curioso l’incomprensibile difficoltà nel realizzare ciò che sulla carta appare chiaro ed attuabile. Il riferimento va alle criticità che, oltre ai numeri che inchiodano il Governo nazionale e regionale alla responsabilità per il fallimento delle politiche per l’occupazione dei giovani, affondano le radici nelle debolezze di un ‘Sistema Italia’ che arretra e non riesce a tenere il passo di una società che, nonostante la crisi, va aventi e si evolve verso nuove esigenze, mostrando una disarmante incapacità di spendere le risorse comunitarie.

Un’analisi che mette a nudo i limiti della classa politica e della burocrazia. A cominciare dall’inadeguatezza della politica regionale che ha sommato ritardi a ritardi nella fase di programmazione e avvio del Piano Garanzia Giovani nell’Isola. Senza dimenticare il peso della burocrazia che ha reso e continua a rendere complicato il percorso verso il raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Unione europea.

Due le criticità che, in particolare, hanno creato grande pessimismo. La mancanza della rete dei servizi per il lavoro e la difficoltà nell’erogare le politiche attive per il lavoro alla vasta platea di giovani tra i 15 ed i 29 anni che rientrano tra i già citati Neet (not in employment, education or training).

In fin dei conti, due sono i grandi obiettivi che l’Europa si è posta ed ha chiesto agli Stati membri: la capacità istituzionale e l’occupabilità dei Neet. La capacità istituzionale di realizzare il Programma è il vero nodo cruciale e si misura con il mettere in campo un sistema misto pubblico-privato di soggetti in grado di gestire la rete dei servizi per il lavoro da erogare ai giovani. E siccome siamo messi davvero male in Italia e soprattutto in Sicilia, dove non esiste ad oggi un sistema dei servizi per il lavoro in grado di azzerare il divario tra giovani e lavoro, non è peregrino immaginare, sin d’ora, che i risultati non saranno raggiunti. Il che significa, per l’appunto, fallimento.

Senza dimenticare che il Governo regionale non ha ancora provveduto a formare i dipendenti dei 65 centri per l’impiego ed i 18 tra uffici provinciali del Lavoro ed ispettorati sulle misure di attuazione del piano Garanzia Giovani. Un ritardo che amplifica il giudizio negativo. Difatti, ad oggi la risposta attraverso i servizi per l’impiego non c’è. Anzi, in Sicilia un gran lavoro lo stanno facendo gli operatori ex sportelli multifunzionali, avviati, però, al lavoro con 8 mesi di ingiustificato ritardo soltanto lo scorso 9 gennaio.

Ad oggi un giovane ha difficoltà a compilare il proprio curriculum vitae in formato europeo. Qualcuno gli ha spiegato come fare? Per cui i giovani siciliani tra i 15 ed i 29 anni continuano ad essere abbandonati a se stessi. Il quadro che emerge dall’analisi dello stato di attuazione del Programma Garanzia Giovani in Sicilia, a dieci mesi dall’avvio, sembra proprio confermarlo.

Non può essere più considerato scandaloso il dato sulla fuga dei cervelli (brain drain) dalla Sicilia e dal Mezzogiorno d’Italia verso altre destinazioni in giro per il mondo, compreso gli Usa. L’emigrazione di persone di talento o alta specializzazione professionale, il cosiddetto "capitale umano", rievoca quello della "fuga dei capitali", ovvero il disinvestimento economico da ambienti non favorevoli all'impresa. Il fenomeno è generalmente visto con preoccupazione perché rischia di rallentare il progresso culturale, tecnologico ed economico dei Paesi dai quali avviene la fuga, fino a rendere difficile lo stesso ricambio della classe docente. Ed ha anche un costo. La fuga dei cervelli ci costa, infatti, quasi un miliardo di euro all'anno.

E' quanto emerge incrociando i dati sul costo sostenuto dallo Stato italiano per la formazione dei propri studenti e quelli pubblicati agli inizi del 2013 dall'Istat sulle ‘Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente’, anche per scopi lavorativi. L'istituto nazionale di statistica nel 2011 ha rilevato un vero e proprio boom di laureati con oltre 25 anni di età in fuga verso l'estero, soprattutto in cerca di occupazione. La crisi economica nel nostro Paese non dà ormai possibilità di lavoro neppure ai laureati più brillanti, che cercano fortuna oltre confine.

foto tratta da: corriereuniv.it

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