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Come mai l’Arabia Saudita compra più armi dell’India? I misteri di un lucroso mercato

di Alessandro Mauceri

 A parole quasi tutti i leader dei Paesi del mondo dicono di volere la pace. Poi, però, si scopre che le ‘missioni di pace’ provocano guerre e vendite di aerei da combattimento e armamenti vari. Il gioco perverso l’aveva scoperto Italia Alpi, uccisa a Mogadiscio nel 1994 insieme con Miran Hrovatin

Poche settimane fa, in Vaticano, si è tenuto l’incontro dei nunzi apostolici del Medio Oriente con i superiori della Curia romana per fare il punto sulla situazione nell’area di crisi. Hanno partecipato rappresentanti provenienti dall’Egitto, da Israele e dalla Palestina, dalla Giordania, dall’Iraq, dalla Siria e da tutte le altre zone calde del pianeta. Al termine dei lavori, Papa Francesco ha espresso preoccupazione per il problema del traffico delle armi che è alla base di tanti drammi i queste aree.

Quello del commercio internazionale di armi e armamenti è oggi uno dei maggiori problemi del pianeta. Fino ad ora gli sforzi delle organizzazioni internazionali e umanitarie sono stati tutti inutili e negli ultimi anni guerre e conflitti armati sono aumentati. E continuano ad aumentare, anno dopo anno, ad un ritmo frenetico. Dietro tutte le guerre c’è un florido mercato di armi e armamenti.

Secondo l’Arms Transfers Database del SIPRI, nel periodo 2009-13 il commercio internazionale di armi è aumentato del 14%. E lo scorso anno è cresciuto ancora. I cinque maggiori Paesi esportatori sono, nell’ordine, Stati Uniti, Russia, Germania, Cina e Francia: insieme, questi Paesi (molti dei quali spesso hanno professato di volere la pace nel mondo) rappresentano il 74% del volume mondiale di esportazioni di armi e armamenti.

A conti fatti, si tratta di armi e armamenti che vengono prodotti nei Paesi occidentali e venduti a chiunque abbia i soldi per comprarli. Sì, perché, in barba ai numerosi accordi sottoscritti e promossi a livello internazionale, il mercato delle armi è praticamente senza limiti. Gli USA controllano, da soli, oltre un terzo del mercato di armi e armamenti a livello globale, con un guadagno che, ogni anno, supera i 21 miliardi di dollari. Un mercato in cui anche l’Italia ricopre un ruolo da protagonista: attualmente occupa il sesto posto tra i Paesi venditori di armi e armamenti. E, tra le aziende, l’italiana Finmeccanica è al decimo posto.

Dove finiscono tutte queste armi? Buona parte di queste armi finisce in Medio Oriente o in Asia. Nei giorni scorsi è stato reso noto che il primo Paese al mondo per importazione di armi e armamenti è l'Arabia Saudita (ha speso, nel 2014, 6.4 miliardi di dollari). Nessuno dei Paesi e delle aziende che hanno venduto armi all’Arabia Saudita si è chiesto come mai un Paese con meno di 30 milioni di abitanti ha deciso di comprare armi e armamenti più dell’India (secondo nella classifica dei Paesi compratori di armi) che, però, ha oltre un miliardo 200 milioni di abitanti.

Un mercato, quello delle armi, che a livello internazionale dovrebbe essere regolamentato da accordi rigidamente rispettati e controllati. Accordi come la Convenzione di Ottawa, sottoscritta da ben 162 Stati. Peccato, però, che tra questi non c’è nessuno dei Paesi maggiori produttori ed esportatori di armi (infatti non è stato sottoscritto da Stati Uniti, Russia, Cina e India). Anche la Convenzione sulle bombe a grappolo è stata sottoscritta da 116 Stati ed è stata poi ratificata solo da 89 di questi. E anche in questo caso, mancano all’appello i maggiori Paesi produttori.

Ma anche quando questi accordi sono stati sottoscritti e trasformati in leggi dello Stato, il loro rispetto, più e più volte, è stato messo in dubbio. Come nel caso del lotto di “armi automatiche leggere e relativo munizionamento” che si pensavano essere state distrutte molti anni fa (nel 2006) e che, invece, dopo essere miracolosamente riapparse lo scorso anno, sono state inviate ai peshmerga curdi con il placet delle commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera. L’allora ministro Federica Mogherini giustificò in Parlamento l’invio dicendo che gli aiuti militari sono “indispensabili nell’immediato ma difficilmente rappresentano a lungo termine la soluzione di questa come di qualsiasi crisi”. Dimenticando che la legge italiana vieta di vendere o fornire armi a Paesi in guerra. Anche se contro l’Isis.

O come nel caso dei cannoni prodotti da un’azienda italiana, la Oto Melara, controllata di Finmeccanica,  e che sarebbero utilizzati come primo equipaggiamento sia sulle navi dalla marina militare del Myanmar che su quelle indiane: entrambi i Paesi sono in guerra con altri Paesi e il primo è addirittura oggetto di un embargo sancito dall’Unione Europea (e ratificato dall’Italia). Eppure, stranamente, i cannoni italiani  si trovano sulle navi da guerra di entrambi i Paesi. Se l’Italia avesse venduto queste armi all’India o al Myanmar avrebbe violato non solo diversi accordi internazionali, ma anche alcune leggi vigenti come la legge numero 185 del 1990 che proibisce la “vendita di armi e armamenti a Paesi in conflitto o che violino i diritti umani”.

Il problema è che “In Italia il Parlamento non decide sull’esportazione di armi, che è invece gestito da due colossi produttori: Finmeccanica e Beretta”, ha detto Giorgio Beretta, analista di Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa). Vendite di armi che a volte è difficile trovare anche nella ‘Relazione’ che il governo annualmente invia alle Camere e che dovrebbe monitorare la vendita e l’acquisto di armi e armamenti (sarebbe interessante sapere quanti dei parlamentari ogni anno leggono le oltre 1670 pagine di questo rapporto).

Grazie alle guerre (e alle “missioni di pace”) che stanno distruggendo interi Paesi, il mercato delle armi nel mondo è quanto mai prospero. E grazie a commercianti e a governi senza scrupoli le armi prodotte da molti Paesi occidentali girano da un Paese all’altro e finiscono, quasi senza problemi, nelle mani di terroristi, gruppi estremisti e di tiranni in Asia e in Africa.

Nessuno, come già accennato, vedendo la quantità di armi che stanno acquistando gli sceicchi arabi si è chiesto cosa intendono farne: se le stanno acquistando per la “difesa del territorio” (ormai si scrive sempre così) o se, invece, questi Stati sono semplici intermediari e le armi destinate ad essere rivendute ad altri Paesi o a gruppi armati. Ci si è limitati ad impacchettare tutto e spedirlo, ben felici di far aumentare i bilanci aziendali e il Pil.

Stessa situazione in Africa. Anche il continente africano è un mercato prospero per armi e armamenti. Armi che girano il mondo e poi finiscono nelle mani di gruppi estremisti, di rivoltosi e di terroristi. A niente è valso l'embargo sugli armamenti per alcuni Paesi come la Libia. Oggi è la stessa Libia è diventata la fonte primaria del traffico illegale di armi verso molti Paesi del Nord Africa e anche del Medio Oriente, ha detto lo scorso anno Eugene Gasana, ex presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Eppure c’è chi di questi movimenti si era accorto oltre un ventennio fa. Ilaria Alpi, giornalista del Tg3, lo aveva scoperto e lo aveva denunciato producendo prove inconfutabili. Ed è per questo che lei e il suo operatore, Miran Hrovatin, sono stati assassinati a Mogadiscio nel 1994.

La verità è che per industrie e governi le guerre sono un affare molto, molto lucroso. E in un periodo  di crisi economica come quello attuale, “fare la guerra” e “vendere armi e armamenti” in tutto il mondo è un toccasana per l’economia di molti Paesi e di molte aziende. E fino a che sarà così, le guerre nel mondo non finiranno mai.

 

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