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Se fossi Obama Atto II: Presidente, basta con queste guerre in tutto il mondo!

Il Presidente USA Barack Obama con il Presidente dell'Afghanistan Ashraf Ghani of Afghanistan il 24 marzo alla Casa Bianca (Foto ufficiale Casa Bianca - Pete Souza)

Il Presidente USA Barack Obama con il Presidente dell'Afghanistan Ashraf Ghani of Afghanistan il 24 marzo alla Casa Bianca (Foto ufficiale Casa Bianca - Pete Souza)

Le guerre non servono più. Perché non risolvono i problemi del Pianeta. Oggi, egregio Presidente Obama, serve la pace. E una moneta mondiale fatta da un paniere di monete nazionali, dove il dollaro avrebbe ancora un ruolo di prim’ordine (Se fossi Obama Atto I qui)

La caduta dei regimi socialisti (tranne quello cinese, che però ormai assume la veste inedita di un capitalismo “di Stato”, ormai distante dal vecchio socialismo reale) crea il mondo “unipolare”. Sembra che niente possa più arrestare il “nuovo ordine” dove la storia non esiste più, ma solo un infinito onnipotente mercato che mette tutto a posto. È un grave errore di valutazione. Gli USA, rimasti unica superpotenza, si attribuiscono il ruolo di “gendarmi del mondo”, pensando di non aver altro compito che quello di assestare il nuovo ordine fino alle sue estreme conseguenze.

È l’era della globalizzazione. Gli accordi di Marrakesch (1994) sanciscono la nascita del WTO sulle ceneri del precedente debole GATT. L’Europa diventa, dopo Maastricht (1992), la palestra privilegiata di questo progetto mondialista, il laboratorio per eccellenza, con lo smantellamento delle economie dei Paesi membri più deboli (come l’Italia), del loro Stato sociale, nel nome di una mitica Europa di pace e di progresso, che culmina con la creazione dell’euro (1998-2001), una moneta “impossibile” da far funzionare, e poi con il Trattato di Lisbona (2007) che svuota le democrazie europee, sottoponendole ad una torva tecnocrazia finanziaria, priva sbocchi.

Ma la globalizzazione, come in un principio di vasi comunicanti, sposta fatalmente le produzioni dove il costo del lavoro è più basso. Poco a poco, inesorabilmente, nuovi Paesi emergenti, guidati dal colosso cinese, si affiancano e si sostituiscono all’Occidente proprio grazie alle stesse leggi capitalistiche che l’Occidente ha fatto prevalere.

La globalizzazione non è solo il trionfo degli USA, è anche l’inizio della loro fine, come superpotenza almeno, perché un mondo senza “poli” non ha più bisogno dell’egemonia americana e prima o poi questo fatto deve essere accettato.

In particolare, il privilegio geopolitico dell’emissione della moneta usata dal mondo intero come riserva non può durare all’infinito, in specie se chi emette questa moneta la usa come strumento di predominio sul mondo intero. A questo punto gli USA erano a un bivio: accettare, da una posizione di potenza, un mondo multipolare, all’interno del quale avrebbero potuto continuare ad esercitare il ruolo di primus inter pares, oppure ignorare il resto del mondo, e imporre con la forza dappertutto il proprio predominio, magari ammantandolo di qualche giustificazione ideologica. Che sia la difesa della democrazia, dei diritti umani, oppure della sicurezza internazionale, e così via.

Purtroppo hanno scelto la seconda via, e per far questo hanno allevato in seno una serpe: quella dell’islamismo. Coccolato in era sovietica, per la Guerra in Afghanistan o su altri scenari del mondo islamico, in chiave anti iraniana, l’Islam più retrivo e antioccidentale resta l’alleato più sicuro degli USA, perché usa la sua moneta per il commercio. Ma così facendo gli USA entrano in una contraddizione senza sbocchi che, proprio in questi giorni, sta mostrando tutta la sua fallacia.

Avevano scatenato un Paese nazionalista e socialista, ma laico, come l’Iraq in una guerra decennale contro l’Iran. Nel 1988 la Guerra finisce e l’Iraq è un Paese svuotato dallo sforzo immane. Gli USA, ormai paghi del crollo dell’URSS, lo abbandonano al suo destino. L’Iraq di Saddam Hussein pensa di pagare la bolletta impadronendosi del Kuwait. Scoppia la Prima Guerra del Golfo (1991) con cui gli USA intervengono in prima persona per rimettere le cose a posto.

Ma continuano a sbagliare. Non contenti di aver riposto l’emiro al suo posto, umiliano ed affamano per anni l’Iraq, non preoccupandosi di quale vuoto di potere possa restare dopo un eventuale crollo della dittatura Baath. Con la no-fly zone alimentano a sud e a nord del Paese separatismi che non lavorano certo per la stabilità della Regione.

Ma ormai è delirio di onnipotenza. L’importante è mostrare i muscoli, non importa se da questo si crea solo caos su caos. Se l’intervento ad Haiti (1994) può essere visto ancora come l’ultimo di quelli old style, da “Dottrina di Monroe”, non così i successivi. Onu o no, c’è sempre “l’America” dietro tutti questi interventi che sono detti di “peace-keeping”, ma che si lasciano dietro caos, radicalizzazione delle posizioni, in una parola, “disordine” dal quale le posizioni geopolitiche degli USA non possono che andare sistematicamente indietro.

L’intervento in Somalia (1992-1995) e il suo totale fallimento creano il primo “mostro” contemporaneo: uno Stato sovrano “collassato”, il terreno in mano a bande rivali, che mette in fuga ogni tentativo di mettere ordine. E nel disordine una nuova palestra per i fanatici islamisti, finanziati proprio dai migliori amici degli USA. La comunità internazionale, e gli USA da “Primi della classe”, avrebbero potuto imparare dalla Somalia e non ripetere l’errore. Non è stato così.

In Europa c’è una sacca di resistenza al nuovo ordine in Serbia? Si risolve il problema bombardando un Paese europeo, con la benedizione dell’Unione europea, “fattore di pace e stabilità” nel Continente. Ma, cosa ancora più grave, non si cerca neanche una formale copertura ONU questa volta. È la NATO che aggredisce un piccolo paese sovrano, facendo vincere la legge del più forte, e violando la propria ufficiale missione difensiva. Se la politica si giudica dagli effetti, quella della Guerra del Kosovo è una guerra autolesionista dagli effetti sciagurati. Si crea infatti uno staterello islamico nel cuore dell’Europa, di cui nessuno sentiva il bisogno. Si fanno fuggire i cristiani da luoghi dove erano stati per secoli. Ma soprattutto si incrinano i rapporti con la Russia, da poco uscita dal comunismo, e in piena fase di distensione con l’Occidente. L’opinione pubblica russa, ortodossa come quella serba, per la prima volta si sente “tradita” da un Occidente che credeva amico. In Russia si comincia ad avere paura degli USA, a non fidarsi da un espansionismo che sembra non avere limiti.

Anche gli Accordi di Dayton (1995) per la pace in Bosnia-Erzegovina andavano nella stessa direzione, errata. Per far contenti turchi e sauditi, l’Europa e gli USA hanno avallato una radicalizzazione islamica di una regione jugoslava che era islamica solo per un lontano retaggio della dominazione ottomana, ma era assai laica. Anche lì i cristiani ortodossi, un tempo maggioranza, sono umiliati, messi nel ghetto del 49 % del Paese, impedendo loro di stare con la loro patria naturale e costretti a stare insieme a coloro con i quali si scannavano un giorno prima. Bravi. Continuiamo a lavorare per la disgregazione del nostro Continente.

L’espansionismo verso Est era nelle cose. C’era un accordo con Gorbaciov, era la fine della Guerra Fredda. Ma il buon senso voleva non si andasse oltre i Balcani e le repubbliche Baltiche. Le altre repubbliche ex sovietiche tra l’Ue e la Russia dovevano prudentemente esser mantenute come un cuscinetto neutrale. E invece da subito si penetra anche in quella direzione, senza badare ad alcuna elementare regola diplomatica. Se la partnership con la Moldavia poteva anche starci (1994), vista la sostanziale omogeneità etnica con la Romania, va ricordato che questo ha comportato la sostanziale scissione della Transdniestria, ormai occupata dai Russi. Ma, di fronte a questo, si finanzia la “Rivoluzione Arancione” in Ucraina, per destabilizzarla. Si prova anche con la Bielorussia, ma lì la dittatura di Lukashenko impedisce ogni penetrazione.

Nel frattempo gli USA più mostrano i muscoli nel mondo, più perdono terreno vicino casa. Comincia il Venezuela, nel quale Chavez prende il potere nel 1999. Di fronte a questo malessere sarebbe stato consigliabile una politica prudente e realmente panamericana… Macché! Fondi avvoltoio per tutti. La gestione della crisi argentina, impiccata alla parità col dollaro sino al 2001, ne è un classico esempio. Nel 2001 l’Argentina è persa. Si pensa di poter ricattare l’Argentina disponendo della leva finanziaria e usando ogni mezzo, finanche tecnico. E si continua così ancora. Ma nel frattempo non solo l’Argentina non è caduta, ma piano piano (dal 2002 quando sale Lula) anche il Brasile si va sfilando dalla protezione USA. E poi sarebbe toccato alla Bolivia. Gli USA continuano a difendere ristrette cricche di speculatori e latifondisti come nel 1800. È lungimirante questa politica?

Nel frattempo nel 2000 in Russia viene eletto Putin… Ora, non vogliamo fare i complottisti a buon mercato, ma la tragedia dell’11 settembre 2001 cade proprio a fagiolo. C’erano segnali di replica del modello Kosovo in Macedonia. La piccola repubblica balcanica fu salvata in extremis da un fatto molto più grande, altrimenti la gragnuola di bombe sarebbe stata pure per essa.

La risposta USA è la “guerra infinita contro il terrore”; ciò che non fa altro che incrementare e fomentare il terrore su tutto il globo. I più grandi successi di questa “guerra infinita” sono l’Afghanistan, occupato dal 2001, e l’Iraq, dove si cercavano inesistenti “armi di distruzione di massa”, nel 2003.

Vogliamo tentare un bilancio di queste due sciagurate imprese? L’Afghanistan è controllato dal governo creato dagli USA né più né meno di quanto lo era quello fantoccio dell’URSS. Nelle campagne comandano sempre i Taliban, anzi sempre più. Il prezzo pagato dagli americani, in termini di bilancio e di vite umane, non è positivo. Il ritiro della forza internazionale sa di “salto nel vuoto”. Oltretutto cos’erano i Taliban? Erano la degenerazione degli stessi mujahiddin finanziati da Arabia Saudita e USA durante l’occupazione russa. Gli USA quindi andavano a riparare a un loro stesso errore, ma nel farlo, inevitabilmente, ne facevano altri. Bastava un morto civile “per errore” per alimentare un’ondata di antioccidentalismo e antiamericanismo che, anziché stabilizzare l’Afganistan, rischiano di destabilizzare il vicino Pakistan, un tempo baluardo dell’Occidente in Asia ed ora crogiolo di odio anticristiano e antioccidentale. Siamo passati dalla Kabul dei primi anni ’70, in cui sbiadite foto in bianco e nero mostrano ragazze afghane in minigonna, al triste Burqa dei giorni nostri che riporta il Paese indietro ai tempi di Marco Polo. E tutto questo … “per merito nostro”. Per il merito nostro di esserci illusi di portare la democrazia sparandola dai droni.

E l’Iraq? Lì le contraddizioni sono finalmente esplose. La vecchia Babilonia è diventata la nuova, quasi apocalittica. Per umiliare il ceppo sunnita, “colpevole” di aver appoggiato il “socialista” Hussein (come lo chiamano i fanatici islamisti), li si è messi in minoranza favorendo l’ascesa al potere della componente prima oppressa: gli sciiti. In tutto questo non abbiamo nulla contro la sostanziale indipendenza acquisita dai curdi, ma – per carità – non parliamo pure di loro: il puzzle si farebbe troppo complicato e sarebbe fuorviante. Resta il fatto che nell’Iraq arabo gli USA hanno consegnato il Paese agli amici storici dell’Iran, salvo poi accorgersi che così non andava. E allora? Qualcuno, qualcuno molto amico degli USA, forse qualcuno interno agli USA, ha tirato fuori dal cilindro il massimo possibile degli orrori: parodia di quello che fu il vero grande Califfato (storico, quello degli Omayyadi e degli Abbasidi), di cui indegnamente porta il nome, distintosi solo per la pulizia etnica delle componenti cristiane e yazide. Bel colpo, non c’è che dire. Si dirà che è una creatura sfuggita di mano… Ma non basta. Si deve avviare una riflessione più profonda.

Facciamo un passo indietro. L’economia mondiale drogata dalla finanza, ormai incapace di crescere senza sosta, se non nell’economia “di carta” esplode, per sempre, nel 2008. Di fronte all’esaurimento di un modello, una classe politica responsabile ne avrebbe preso atto e avrebbe realizzato che si era di fronte ad una cesura storica e che bisognava cambiare registro. E invece no. Si avallano le politiche sciagurate dell’Ue, che creano un buco nero nell’economia mondiale (vogliamo pensare alla Grecia? “Il più grande successo dell’euro” per citare l’ineffabile professore bocconiano che ci ha governato per qualche tempo?). Si insiste con le valutazioni di bilancio procicliche al fair value, che alimentano le speculazioni, al posto del più prudente costo storico (perdonatemi l’incursione da prof. di Ragioneria, ma tutto si tiene). Si “attaccano” i Paesi emergenti, i quali non possono che allearsi tra loro per creare un blocco alternativo al vecchio occidente. È l’ora dei BRIC, che poco dopo diventano BRICS perché gli USA riescono pure nell’impresa di alienarsi persino il Sudafrica post-apartheid.

Invece di condividere il mondo con i nuovi, unica scelta sensata (lo dico come se fossi americano), si chiudono in un blocco pensando di poterli sconfiggere tutti, costi quel che costi. Gli USA da 20 anni creano i loro nemici: dapprima gli islamisti, ora il blocco Eurasiatico, contro il quale l’Impero degli USA ormai non è più mondiale ma “Oceanico”, e quindi disperso e debole: USA, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Gran Bretagna, etc. Il punto di inizio è la crisi georgiana del 2008, con la quale i rapporti con la Russia si raffreddano definitivamente e la si spinge tra le braccia della Cina.

Di fronte alla difficoltà di difendere a un tempo troppe cose (il predominio economico mondiale del dollaro, la presenza di Israele in Medio Oriente, e gli interessi degli amici sceicchi), si lancia un’offensiva a tutto campo contro tutti. La soluzione è quella dei “regime changes”. Vogliamo ammettere una buona volta che si tratta di strategia fallimentare?

Nei Paesi arabi nel 2011 si lancia la “Primavera araba”, alla quale non credo affatto, con l’eccezione della Tunisia. Il risultato è devastante. Si bombarda la Libia, contro la volontà di Russia e Cina, e si crea un’altra Somalia a due passi dall’Italia. Gheddafi era un volgare tiranno, ma creare al suo posto un vuoto di potere dove trovano brodo di coltura altri fanatici, è un errore, o è un’altra tragedia di una potenza impazzita? Sappiamo che lì l’iniziativa è stata di francesi e inglesi, in un ritrovato colonialismo fuori tempo. Ma, se l’America avesse voluto, non si sarebbero messi subito la coda in mezzo alle gambe.

In Egitto la “rivoluzione” alla fine ha riportato un nazionalista arabo al potere, e il potere legittimo in Libia, per le zone che controlla, è sulla stessa lunghezza d’onda. Entrambi hanno oscillazioni pericolose di aperture proprio con la Russia. Si rischia di consegnare all’Eurasia un’altra sponda.

Però il caos sembra vincente. La strategia è semplice, sembra fatta da un bambino. Prima la Libia, poi la Siria, poi l’Iran. Nel frattempo dall’altro lato si attacca la Russia con l’Ucraina, poi si smembra la Russia, anche ricorrendo al solito estremismo islamista di alcune regioni. E poi si attacca anche la Cina, magari partendo da Hong Kong. Alla fine abbiamo vinto a Risiko e non se ne parla più.

Ma dico sono pazzi o cosa? Non una cosa, non una, sta andando secondo i piani. Il regime change in Siria si è impantanato per la solidarietà che Russia e Iran hanno offerto al regime. E la guerra è degenerata in una sequenza di orrori senza fine che quel Paese, all’interno pacifico, non conosceva. Ma la guerra è guerra. La “campagna di Euromaidan” in Ucraina sta andando di male in peggio, con un Paese mutilato e fallito, e la Russia non ha ancora sparato un colpo. Ora si apre anche il fronte nello Yemen. Altri bombardamenti, altro caos, altre benedizioni americane sugli alleati islamisti impazziti.

Ma quand’è che ci fermiamo a ragionare su ciò che stiamo facendo? Non lo dico da “antiamericano”. Al contrario, lo dico da “americano”, mi metto nei panni dei cittadini americani, che stanno vivendo un dramma nazionale. Fra poco, continuando così, il dollaro non lo vorrà più nessuno, e un’inflazione devastante distruggerà il Paese.

Dobbiamo deciderci con chi stare. Stiamo con i terroristi islamici (per me Stato Islamico, Qatar e Arabia Saudita sono la stessa cosa) o con la civiltà occidentale e – perché no – anche “cristiana”, laicamente intesa? Difendiamo al contempo il Burqa e l’ideologia gender? Non è prudente trovare una via di mezzo in cui si è meno oltranzisti nella difesa dei soli mercati e di un liberalismo esasperato quanto autoritario, ma al contempo più fermi nel sostenere i regimi laici dei paesi musulmani, anche se economicamente non fanno i nostri interessi? In fondo la stabilità è il primo dei nostri interessi.

L’America, se vuole sopravvivere come Prima Potenza, può ancora farlo. E vengo al punto. Se fossi Obama, o chi per lui dirige la politica USA, farei una cosa coraggiosa: rovescerei le alleanze. Oggi il nemico è l’oscurantismo fanatico, il nemico comune da abbattere, non la Russia o la Cina.

Il nemico è a Riadh. Se serve – dico provocatoriamente – occupiamo i Paesi del Golfo, per tenerci il petrolio, e liberiamo il resto del Pianeta, riconoscendo a tutte le potenze emergenze le loro giuste aree di influenza. Che gli altri arabi, Yemeniti, Siriani, e perché no Palestinesi, siano padroni a casa loro e meno oppressi. Si scoprirebbe che senza i petrodollari sono molto meno fanatici di quel che vogliono farci credere. Facciamo stare buonini i turchi con i loro sogni ottomani, che convengono solo a loro. Riconosciamo alla Russia l’area di influenza storica eurasiatica, Ucraina inclusa. Ma a che serve questa guerra assurda? E poi non seghiamo l’albero sul quale siamo seduti. Smettiamola di costruire un mondo massonico senza radici. Noi, noi europei e i “nuovi europei” d’America e di alcuni Stati d’Oltreoceano, veniamo dai greci e dai romani, di cui abbiamo perduto memoria. Recuperiamo la memoria storica nelle nostre scuole della nostra civiltà.

Siamo laici, ma non aggrediamo il Cristianesimo al quale dobbiamo importantissimi valori unificanti della nostra civiltà. Oggi c’è un gran bisogno di identità, e se non consentiremo alcuna identità, sarà il posto soltanto dei fanatismi della peggiore specie che potranno travolgerci tutti. Fermiamo il “melting pot” devastante, lo sfruttamento selvaggio dei popoli e del pianeta. Se saremo moderati avremo ancora un posto centrale da cui godere a lungo una rendita di posizione.

E favoriamo una moneta mondiale fatta da un paniere di monete nazionali, dove il dollaro avrebbe ancora (ma fino a quando se continuiamo in questa guerra assurda?) un ruolo di prim’ordine. Se sapremo giocare questa partita l’Occidente, che oggi gli USA rappresentano ancora, avrà vinto ancora una volta. Gli USA saranno ancora capaci di esprimere un “sogno americano”.

Altrimenti rassegniamoci a usare lo Yuan e a un triste e precoce declino di tutto il mondo al quale siamo abituati.

 

La prima parte di questo lunga analisi la trovate qui

 

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