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Pena di morte in Arabia Saudita: decapitate cinque persone, i corpi fatti penzolare da un elicottero

di C. Alessandro Mauceri

In questo Paese il ricorso alla pena di morte è in crescita, spesso dopo processi sommari. L’indifferenza dei media internazionali. Eppure per molto meno (l’omicidio di un politico russo) Putin è finito sotto accusa da parte delle stesse autorità internazionali che oggi tacciono sull’Arabia Saudita

Da tempo Amnesty International denuncia il ricorso, da parte dell’Arabia Saudita, alla pena di morte e, per di più, con un trend crescente preoccupante: lo scorso anno l’Arabia Saudita si è piazzata ai vertici della lista dei Paesi con il più alto numero di esecuzioni capitali; mentre quest’anno sono state già eseguite almeno 75 esecuzioni capitali.

Esecuzioni capitali brutali, come denunciato nei giorni scorsi dal Comitato per la difesa dei diritti umani nella penisola arabica: a Jedda, cinque persone, Khaled Fetini e Ibrahim Nasser provenienti dallo Yemen, Hassan Omar proveniente dal Ciad, Salem Idriss cittadino eritreo, e il sudanese Abdel Wahhab Abdel Maeen, sono state condannate a morte per aver ucciso una guardia e aver rubato i suoi soldi. La sentenza è stata eseguita tramite decapitazione con la spada. Ma non basta: dopo decapitazione, le autorità hanno fatto "penzolare i corpi da un elicottero per mostrarli al pubblico".

Traffico di droga, stupro, omicidio, apostasia, rapina a mano armata: in Arabia Saudita sono tutti i reati considerati punibili con la morte. E, almeno stando a quanto denunciano alcune organizzazioni, senza alcuna possibilità di difendersi e con processi alquanto sommari. Recentemente è stato richiesto un nuovo processo nei confronti di un blogger che, già a marzo, era stato condannato dal tribunale penale saudita alla detenzione e a mille frustate solo per aver “insultato” l'Islam sul sito Liberal Saudi Network (e sono in molti a temere che anche lui potrebbe essere condannato alla pena capitale).

Blande le giustificazioni per una simile, inutile brutalità e crudeltà: "Sottolineiamo il rispetto del diritto alla vita come uno dei diritti fondamentali garantiti dalla legge", ha affermato lo scorso gennaio Mohammed al-Muadi, della commissione Saudi Human Rights. Ma questo "non deve far dimenticare i diritti di altre parti violati dai sequestratori, che deve essere visto con lo stesso grado di rispetto". Queste esecuzioni (e il modo di eseguirle) secondo le autorità saudite sono necessarie per "il mantenimento della sicurezza e realizzare la giustizia".

Il governo saudita, intanto, ha proibito le riprese delle decapitazioni. A gennaio un attivista è stato arrestato e rinviato a giudizio solo per aver ripreso in un video un'esecuzione. Tutto ciò nella più totale indifferenza da parte dei media delle organizzazioni internazionali e dei Paesi che negli ultimi decenni si sono spesso levati a paladini dei diritti civili e hanno scatenato guerre in molte parti del globo. Nessuno di loro (tranne pochissime eccezioni) ha condannato o almeno commentato quanto è stato fatto in Arabia Saudita.

Come mai di queste esecuzioni brutali nessuno parla e nessuno interviene? Come mai gli stessi Paesi che hanno imposto a Putin indagini “immediate e trasparenti” dopo l’omicidio di un politico russo non hanno avuto niente da dire a chi, dopo aver decapitato cinque persone, ne ha portato in giro i cadaveri appesi ad un elicottero? 

È inutile prendersi in giro o illudersi: il dubbio è che gli accordi internazionali servano solo a soddisfare i bisogni commerciali delle grandi multinazionali e a favorire gli scambi di beni e servizi. Gli aspetti sociali, sotto il profilo internazionale, sono assolutamente secondari. 

Foto tratta da agenziaredicale.com

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