Cerca

MediterraneoMediterraneo

Mattarella Grasso e Pignatone: tre palermitani a Roma

Alla fine l’unico che ha tirato dritto, senza guardare in faccia nessuno, è il procuratore di Roma Pignatone. Mattarella, per molti versi rigoroso, ha firmato la legge elettorale Italicum palesemente incostituzionale. Grasso e la Boldrini (eletta in Sicilia) hanno compresso il dibattito parlamentare, piegando il Senato e la Camera dei deputati agli interessi del governo Renzi

La città di Palermo ha il grande privilegio di avere tre suoi cittadini nelle istituzioni apicali dello Stato: sono il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente del Senato, Pietro Grasso, e il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale romano, Giuseppe Pignatone. Ci sarebbe anche la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini: non è siciliana, ma è stata eletta nella Sicilia occidentale (e quindi legata a Palermo).  Fatto unico nella storia repubblicana che si sia verificata una tale coincidenza favorevole al prestigio di Palermo e della Sicilia, e perciò, nelle note che seguono, passeremo in rapida sequenza i risultati che queste prestigiose presenze hanno ottenuto.

Sappiamo da gran tempo che, come si usa dire in Sicilia, cu nesci arrinesci (traduzione: chi va via da Palermo e dalla Sicilia ovunque vada ottiene successo nella propria professione). Qui, però, non vogliamo evidenziare se la presenza di questi concittadini ai massimi livelli dello Stato abbia o no apportato qualche vantaggio a Palermo o alla Sicilia, perché da questo punto di vista non ci facciamo grandi illusioni. Vogliamo, invece, esaminare i comportamenti istituzionali rispetto ai compiti loro assegnati. Partiamo dai due presidenti delle aule parlamentari.

Sia la Boldrini, sia Grasso, a partire dal loro insediamento, hanno dato prova di sobrietà, rinunciando ad alcuni appannaggi che spettavano a così alte cariche da gran tempo (esempio, appartamento nei rispettivi palazzi) ed hanno dato prova di voler ridurre i costi d’esercizio delle due Camere. Quindi nulla da eccepire sul terreno dell’etica istituzionale. La stessa cosa non può dirsi sulla gestione dei regolamenti rispetto al modo di condurre i lavori parlamentari. Infatti, si sono verificati episodi gravi, tesi ad impedire il libero dibattito parlamentare, specialmente alla Camera dei Deputati dove, addirittura, per la prima volta nella storia del Parlamento repubblicano è stato impedito l’esercizio dell’ostruzionismo, quale strumento di espressione democratica.

mattarella grasso

Sergio Mattarella e Piero Grasso

La presidente Boldrini ha tagliato di netto la discussione sulle riforme costituzionali verso le quali i deputati del Movimento 5 Stelle avevano impostato i loro argomenti di opposizione utilizzando l’arma democratica del “filibustering”. Quest’arma prende il nome da una locuzione anglosassone perché è stata inventata negli Stati Uniti, dove il dibattito parlamentare è libero di esprimersi con ogni mezzo democratico. E la parola lo è. La questione politica emerge, però, nell’ossequio ai tempi del dibattito imposti dal governo di Matteo Renzi, il quale, nella sua fregola di arrivare ad ottenere in tempi da lui prestabiliti per le riforme delle istituzioni repubblicane, non tollera lungaggini e perdite di tempo, anche sacrificando e mortificando le più elementari regole della democrazia rappresentativa. Non tollera lungaggini e perdite di tempo nel modellare le istituzioni democratiche secondo il proprio disegno che vede un uomo solo al comando. In questo disegno la Destra storica ha trovato il suo leader e non intende rinunciare al suo disegno politico. I due presidenti delle aule parlamentari hanno fatto di tutto per ‘genuflettersi’ al cospetto di Renzi, aiutando il capo del governo a perseguire le sue mire nei tempi da lui stabiliti. Con ciò avallando un’assoluta novità costituzionale che consente al governo in tema di riforme costituzionali e di legge elettorale al massimo la facoltà di proposta. Infatti, questi argomenti sono di competenza esclusiva del Parlamento.

Di Grasso, oltre alla ‘compressione’ della democrazia parlamentare, ricordiamo anche un episodio un po’ incredibile: ha messo ai voti un documento illeggibile. Tanto che un senatore grillini gli ha detto: “Presidente, ma di cosa discutiamo? Di Topolino?”. Passaggio assai infelice, dettato sempre dalla fretta di accontentare il governo. Non è il massimo per il presidente del Senato che dovrebbe garantire le istituzioni e il libero dibattito dell’assemblea di Palazzo Madama e non certo il capo dell’esecutivo!

C’è poi il Capo dello Stato, il quale ha mostrato grande umiltà e semplicità nell’interpretare il suo ruolo di Presidente della Repubblica, sapendo separare le sue esigenze personali da quelle che gli impone la carica che degnamente ricopre. Da questo punto di vista i suoi comportamenti sono esemplari. Al pari gli va riconosciuto il modo con il quale ha saputo ridurre i costi della gestione del Quirinale. C’è, però, qualcosa che non funziona sul terreno delle riforme. Ne segnaliamo una soltanto, ma è grande quanto una casa: la riforma elettorale, o meglio conosciuta come Italicum. Questa riforma è palesemente incostituzionale al pari del Porcellum, che la Corte Costituzionale ha ‘bocciato’ perché contiene passaggi incostituzionali per i quali la Consulta ha dichiarato illegittima la precedente, anche se in dimensioni ridotte: ma sul terreno dei principi l’Italicum ricalca la legge ‘bocciata’, cioè il Porcellum.

In questo caso il Presidente della Repubblica avrebbe potuto invitare il Parlamento ad una più attenta rilettura dell’Italicum ed avremmo evitato possibilmente il ricorso al referendum popolare che, ormai, è inevitabile, e non soltanto per l’esiguità della maggioranza parlamentare che l’ha votata. Francamente dal Presidente della Repubblica, che nel suo curriculum ha anche un percorso di giudice costituzionale, ci saremmo aspettati di più. E non siamo sicuri se nelle vesti di giudice costituzionale avrebbe votato a favore di questa legge elettorale voluta da Renzi e dal suo clan. Anzi, a volerla dire tutta, siamo certi che avrebbe votato contro.

giuseppe pignatone

Giuseppe Pignatone

Infine, resta Giuseppe Pignatone, il quale con la sua modestia e la sua tenacia a messo a soqquadro l’intero apparato di corruttele e di malaffare che girava attorno all’Amministrazione comunale capitolina. E l’ha fatto senza guardare in faccia nessuno. Pignatone ha tirato dritto per la sua strada, senza usare nessun bilancino, non guardando né a Destra né a Sinistra, scoperchiando un ‘verminaio’ immondo di corruzione e di intrallazzi. E nessuno ha si è azzardato a dire che questa Magistratura è politicizzata o se il procuratore romano appartenesse a questa o a quell’altra corrente del Consiglio Superiore della Magistratura. Bravo Pignatone, questo sì che fa onore alla nostra città.

 

*Oggi Riccardo Gueci, che di solito si cimenta nei temi di politica estera e di economia, esprime la propria opinione su tre palermitani ‘illustri’. Dirigente regionale in pensione, cresciuto nel vecchio Pci, Gueci non ha mai perso l’anima berlingueriana, ovvero l’idea di considerare la politica come una branca della morale. Ed è con la ‘luce’ di un vecchio comunista legato alla Costituzione italiana del 1948 che Gueci inquadra e comenta l’operato di Mattarella, Grasso e Pignatone.  

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter