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Omaggio a Martha Graham: a Palermo uno spettacolo ‘storico’

La Martha Graham Dance Company in scena a Palermo in un progetto di fusione con il Corpo di ballo del Teatro Massimo. Sul palco i capisaldi del repertorio della grande coreografa e ballerina americana “madre” della danza moderna del XX secolo

Omaggio a Martha Grahm: questo il titolo dello spettacolo, allestimento del Teatro Massimo di Palermo, che è andato in scena in prima nazionale il 10 novembre 2015. L’evento è stato giustamente definito "storico", perché per la prima volta nelle cronache del teatro lirico e della danza, in particolare, due Corpi di ballo di due diversi teatri stabili hanno eseguito un programma in completa integrazione e simbiosi di artisti che si sono “fusi”.

L’evento è stato ancor più straordinario, perché i due gruppi coreografici rappresentano due mondi stratosfericamente distanti per cultura, la New York della perenne metamorfosi e la Palermo della stasi e della delusione che non vede fine al suo tunnel di desolazione, materiale e spirituale. Essi sono per di più diametralmente diversi anche per tradizione artistica coreografica ed esecuzione tecnica.

Il Corpo di ballo del Teatro Massimo si è formato ed ha da sempre eseguito il tipico “balletto classico” di struttura, esecuzione e stile europeo. Voglio ricordare soltanto l’incidenza di alcuni testi del teatro romantico nel gruppo palermitano: nel 2010 e nel 2015 la Coppélia di Léo Delibes, data a Parigi il 25 maggio 1870, dallo straordinario racconto Der Sandmann di E. T. A. Hoffmann, ove il ruolo femminile era ancora interpretato da danzatrice en travesti; o nel 2013 la preferita Giselle di Adolphe Adam su testo di Gautier, data all’Opéra National de Paris addirittura il 28 giugno 1841. Ancor più presenti nei nostri cartelloni i balletti nati dall’Accademia di danza del teatro Marijnskij di San Pietroburgo, confluiti poi nei Ballets Russes,del geniale Sergei Diaghilev. Essi sono rappresentati ancora nelle coreografie di Marius Petipa che diresse i balletti imperiali per un trentennio e diede forma alle creazioni di La bella addormentata (1890), Il lago dei cigni (1895) e Lo schiaccianoci (1892). Le sue coreografie sono troppo note ai frequentatori del Massimo anche per le edizioni del Don Chichotte nel 2012, della Giselle e dello Schiaccianoci del 2013. Graham

Lo spettacolo proposto al Massimo nasce invece da una precisa ed occasionale motivazione: un omaggio alla coreografa e ballerina Martha Graham. In questa connotazione quindi esso si specifica in un particolare ambito storico e metodologico, quello che viene definito e circoscritto come “balletto moderno” o modern dance, americana e con tutte le diverse e specifiche connotazioni tecniche e stilistiche. Direi di più, esso si definisce più precisamente come balletto di Martha Graham, così come in relazione alla tecnica si può parlare di balletto di Doris Humphrey e Charles Weidman, di Isadora Dancan, per citarne qualcuno.

In effetti la tipologia di balletto moderno fu una rivoluzione che investì soprattutto l’ambiente americano. In particolare la peculiarità di Martha Graham si espresse sia nella tecnica sia nella ideologia che vi era sottesa. È troppo nota, sul piano del movimento fisico, la sua formulazione dell’antitesi motoria di contraction-release, che tende a riprendere il processo fisico di inspirazione ed espirazione addominale. Lo spettacolo voleva esprimere in suo ricordo la particolare nuance e lo stile della coreografa che ha ereditato e mantenuto la Martha Graham Dance Company, dalla sua fondazione nel 1927.

La straordinaria operazione ha trovato la verifica nella completa integrazione del Corpo di ballo del Massimo che si è immersa nella lezione della Graham. Ciò è stato evidente in quei movimenti alterni di concentrazione (contraction) e di diffusione dell'energia (release), che si è manifestata in una gestualità decisa e rigida, la tensione e l’esplosione dell’arco, come lei diceva, resa più forte dall’appoggio fortemente aderente al suolo, eliminate le scarpette da punta, usuale nelle nostre ballerine abituate alle pericolose pirouettes sulle punte. I due gruppi all’unisono hanno espresso lo sviluppo della tensione verso il cielo, reso dalle braccia sempre tese in alto in stasi o vibrate in movimenti frenetici. In Martha Graham questa rivoluzione ginnica di impatto tecnico si è manifestata in una solidità geometrica del movimento, ma ha trovato compimento nello sviluppo narrativo, la meta-letteratura, da una parte la rilettura del mondo antico (dalle bibliche Judith ed Hérodiade alle greche Andromaca Clytemnestra Alcestis Phaedra), ma più coerentemente in una immersione ideologica nei temi sociali, politici, psicologici, sessuali americani, da Revolt del 1927, Immigrant, Strike del 1928, fino a Chronicle del 1936 e al rifiuto dell’invito di partecipare ai Giochi Olimpici di Hitler.

Perciò, come ha scritto nel saggio del 1937, Una piattaforma per la danza americana, con una pratica artistica profondamente radicata nel ritmo della vita americana e nelle lotte dei singoli, Graham ha portato una sensibilità spiccatamente americana in ogni tema che ha esplorato: “Una danza rivela lo spirito del paese in cui prende radice”. Pertanto, come in American document, la profonda eticità dei temi, legati ai drammi della vita americana, e vivamente ed emotivamente rappresentati nei personaggi femminili, nei loro momenti di tragica crisi psicologica ed esistenziale. Con questa forte impronta e personalità Martha Graham ha attraversato un intero secolo e due guerre mondiali per approdare alla società della guerra fredda, mentre la danza europea continua ad esibirsi sulle scarpette da punta. Perciò protagonista è stata lei, con la sua coreografia e persino con i suoi costumi, ripresi dalla sua Company integrata nel nostro Corpo di ballo, che hanno eseguito in perfetta sintonia non solo tecnica, ma anche ideale e artistica un programma assai vario e complesso.teatro

E i risultati di questa eclatante fusione, realizzata per la prima volta in assoluto, sono stati perfetti, tanto che non si è per niente distinto lo stile dei due complessi, uniti nella lezione coreografica che ha ereditato la Martha Graham Dance Company. Ha cominciato il Corpo di ballo del Teatro Massimo, guidato da Marco Bellone, con Diversion of Angels, originariamente Wilderness Stair, su musica di Norman Dello Joio, che ha debuttato il 13 agosto 1948 con costumi di Graham, ripreso con set di Isamu Noguchi. Martha Graham utilizzò la citazione di Ben Belitt come epigramma: "È il luogo della Roccia e della Scala, il corvo, la benedizione, il tentatore, la rosa. È il desiderio del singolo di cuore, l’indiviso; gioco dopo il lavoro dello spirito; giochi, voli, fantasie, configurazioni di intenzioni di amanti; la creduta Possibilità, al tempo stesso faticoso e tenero; umori di innocenza, ghirlande, evangeli, Gioia sulla scala del deserto; diversione di angeli". Danza lirica, senza una vera storia, sulla bellezza della gioventù, sul piacere e sulla giocosità, nel baleno della gioia e della tristezza del primo amore. La scena è, come la stessa disse, un immaginario giardino dell’amore nei suoi tre aspetti: la coppia in bianco rappresenta l'amore maturo in perfetto equilibrio, quella in rosso l'amore erotico, quella in giallo, l'amore adolescenziale.
Sono seguiti due momenti della performance Acts of Light, coreografia del 1981 che allude al titolo della raccolta di 80 poesie di Emily Dickinson e ad una sua lettera. Dichiarò Martha Graham, quando si diceva che aveva cambiato la modern dance con la sua espressione di cruda emozione: "Lamentation, la mia danza del 1930, è un pezzo di 'a solo', in cui indosso un lungo tubo di stoffa per indicare la tragedia che ossessiona il corpo, la capacità di allungare dentro la tua propria pelle, per testimoniare e testare i perimetri e confini del dolore, che è onesto ed universale".  (Martha Graham, Blood Memory).

Essi sono stati felicemente eseguiti dai due corpi in gara di stile e di bravura, Conversation of Lovers, interpretato da Charlotte Landreau e Lloyd Knight, e Lament, reso da Elisa Arnone e Francesca Bellone. La coreografia originaria utilizzava tre brevi brani orchestrali di Carl Nielsen, che offriva una interpretazione panteistica della natura: At the Bier of a Young Artist, rinominato Lamentation, ove il bianco è il colore del lutto d’Oriente, il mito di Pan and Syrinx, trasformata in canna, ed Helios Overture” inno al Sole, divenuto Ritual to the Sun, la parte più impegnata della Graham.teatro2

La Martha Graham Dance Company ha dimostrato di avere fatto proprio l’insegnamento della maestra e ne ha rappresentato e reso in modo esemplare lo spirito: l’amalgama di movimenti e di corpi che sono un unicum, qualcosa di assolutamente diverso dalla nostra danza classica. Un geometrismo scarno nell’incedere, un militaresco passo dell’oca, una visione di profilo da figura egiziana, l’aspirazione perenne al cielo delle braccia, l’intreccio inestricabile dei corpi nella quasi nudità greca, a comporre altre forme fisiche dell’esistenza. È stato il magico mondo di Martha Graham, nella realtà ricreata dalla fisicità dei corpi. Perciò sarebbe impossibile disegnare le trame sulla musica magica di Le Sacre du printemps di Igor Stravinskij del 1913, rito sacrificale del folclorismo russo, ove la danza si spinge fino alla morte per propiziare l’avvento della primavera. Graham lo riprende in The Rite of Spring del 1984 e nei due soli movimenti eseguiti al Massimo, The Chosen One, L’eletta o Danza sacrificale, parte eccelsa da lei stessa interpretata, qui resa da PeiJu Chien-Pott, e The Shaman con Ben Schultz. Qui si dispiega in forma sublime tutta la ricerca coreografica e mimetica della Company. La ripresa al New York’s State Theather del febbraio 1984, ai suoi 90 anni, fu così definita da A. Kisselgoff in The New York Times (29-2-1984) un trionfo, "del tutto elementare, come primordiale nella espressione delle emozioni di base, come cerimonia tribale, come messa ossessivamente in scena nella sua deliberata desolazione in quanto ricca di implicazioni". E aggiunge: "Eppure la sua forza – in realtà, il suo terrore – viene dal senso che contiene di come viviamo oggi. Per tutta la sua atmosfera astratta come una pianura desolata senza nome, essa è un'opera di inquietante e moderna tensione urbana".
Perciò a Palermo ovazioni a tutto il corpo di ballo e al direttore dell’orchestra Michael Schmidtsdorff e generali consensi per uno spettacolo straordinario per sintesi coreografica e suggestioni coreutiche che hanno ammaliato e coinvolto.

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