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La guerra dell’Isis minaccia il mondo. E la Sicilia? Nel caos. Così diventa il luogo ideale per tutti i traffici…

Gli scippi finanziari del governo Renzi, l’inadeguatezza di Crocetta e l’inconsistenza del PD siciliano non sono la causa della crisi della Sicilia. Sono l’effetto di una profonda decadenza culturale. Basta raffrontare come Leonardo Sciascia criticava l’Autonomia siciliana. E come, invece, la critica oggi Pietrangelo Buttafuoco. Una Sicilia dove la cultura è compromessa non può che affondare. Magari per diventare luogo d'elezione per il terrorismo che alimenta il mercato delle armi? 

La Sicilia avrà il tempo di occuparsi della guerra del terrore scatenata a Parigi? I legami tra la Capitale della Francia e l’Isola dei mille misteri sono flebili. Uno dei pochi che li teneva in piedi, con continui richiami all’Illuminismo, era Leonardo Sciascia. Ma dopo di lui c’è il vuoto pneumatico-culturale.

La Sicilia va a periodi. Giovanni Gentile, in un saggio dal titolo: Il tramonto della cultura siciliana, individuava nella scomparsa di tre scrittori siciliani l’inizio della crisi della cultura della sua terra. Parlava di Giuseppe Pitrè, di Gioacchino Di Marzo e di Salvatore Salomone Marino, morti tutt’e tre nel 1916. Storia che si sta ripetendo con la scomparsa di Sciascia, di Gesualdo Bufalino e di Vincenzo Consolo. Pensare al vuoto espresso oggi dalla politica siciliana – si pensi ai disastri dei governi regionali di Raffaele Lombardo e, soprattutto, di Rosario Crocetta – al di fuori e al di là della crisi espressa dalla cultura siciliana è un errore. Se oggi la Sicilia, la politica siciliana, non esprime un uomo politico della statura morale di Pio La Torre o di Giuseppe Alessi – per citare solo due esempi – ebbene, ciò avviene perché la cultura siciliana del nostro tempo rasenta il già citato vuoto.

Lo spettacolo che oggi offrono alcuni dei cosiddetti ‘intellettuali’ siciliani è deprimente. Ve l’immaginate Sciascia, Bufalino e Consolo che vanno dal presidente della Regione, o del sindaco di turno per elemosinare il posto di direttore artistico di un Teatro? Sciascia è stato un protagonista della cultura e della politica italiana. Spesso i suoi romanzi intervenivano nei dibatti politici dell’Italia di quegli anni. Eletto al Consiglio comunale di Palermo nelle file del Pci, come indipendente (e lo era veramente), quando capì che da quelle parti c’era solo da perdere tempo si chiamò fuori in punta di piedi. Abbandonò anche un Pci imbrigliato tra governi Andreotti, compromessi storici e linee dure contro i terroristi che avevano catturato Aldo Moro. Ma in politica – prima nel Pci e poi nel Partito Radicale di Marco Pannella – Sciascia giganteggiava, non perdendo mai di vista la sua autonomia e la sua libertà di pensiero.

Oggi cosa può esibire la cosiddetta cultura siciliana? Pietrangelo Buttafuoco che si esibisce in Buttanissima Sicilia, un saggio nel quale attacca l’Autonomia siciliana, a suo dire responsabile di tutti i mali presenti? Ora, al di là del fatto che si possa o meno essere d’accordo con Buffafuoco – e chi scrive non condivide le sue tesi – non possiamo non ricordare che anche Sciascia non risparmiava critiche all’Autonomia siciliana. Ma la sua critica era diversa: era la critica di un grande scrittore e saggista che della sua terra dimostrava di conoscere fatti personaggi e cose. Basta andare a leggere il capitolo che apre la raccolta di saggi La corda pazza, dove si parla di Sicilia e sicilitudine. Leggendolo, ci si rende conto non soltanto dell’alto livello con il quale Sciascia affrontava l’argomento, ma anche – facendo un raffronto – del livello molto basso in cui è precipitata la cosiddetta ‘cultura’ della Sicilia di oggi.

Cosa vogliamo dire? Semplice: che l’immondizia nelle strade delle città siciliane che non si raccoglie, le discariche gestite dalla mafia al posto della raccolta differenziata dei rifiuti, l’acqua nelle mani dei privati senza scrupoli, le aree archeologiche abbandonate, i musei e i monumenti che cadono a pezzi, Palermo trasformata in una città di appalti truffaldini con oltre mille alberi tagliati nel nome di una metropolitana che fa ridere, la crisi di Catania tra industrie che chiudono, strade dissestate e allagamenti, l’agricoltura allo sbando con 5 miliardi di Euro fondi europei finiti chissà dove, le autostrade abbandonate, le strade provinciali che franano, la Sezione di Misure di prevenzione presso il Tribunale di Palermo gestita all’insegna degli affari e via continuando non sono altro che manifestazioni di una crisi che è culturale prima che politica ed economica. Crocetta e l’incredibile gestione dei beni sequestrati alla mafia nella ‘Capitale mondiale della mafia’ (leggere Palermo) non sono la causa della crisi: al contrario, sono l’effetto di una cultura compromessa.

Nei primi anni ’70 del secolo scorso lo scrittore Carlo Cassola lanciava una provocazione, provando a sollevare un dibattito proprio sulla cultura italiana compromessa con il potere. Appello caduto nel vuoto. In quegli anni moriva lo scrittore e poeta Pier Paolo Pasolini. Ammazzato ad Ostia. Un delitto subito etichettato e archiviato come il finale di una zuffa tra omosessuali. Qualche anno fa due giornalisti siciliani – Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco – in un libro dal titolo: Profondo nero, hanno ‘ridisegnato’ i contorni di quello che, alla fine, è stato un delitto di Stato. Pasolini non è morto per una zuffa tra omosessuali. Lo scrittore indagava sulla morte di Enrico Mattei. Ed era sulle tracce di uno degli uomini più potenti dell’epoca, Eugenio Cefis. E il nome di Cefis, che guarda caso aveva preso il posto di Mattei all’Eni, con molta probabilità, è legato sia della morte di Mattei, sia della morte di Pasolini. Lo scrittore e poeta aveva messo nero su bianco il suo lavoro di ricerca nel romanzo Petrolio. Che verrà pubblicato molti anni dopo. Con le pagine che riguardano Cefis scomparse. Insomma, la morte di Paosolini è legata all’omicidio di Mattei e alla scomparsa del giornalista del quotidiano L’Ora di Palermo, Mauro De Mauro (anche De Mauro indagava su Mattei e, al netto dei depistaggi, è morto anche lui per questo).

Quando ammazzano Pasolini – correva l’anno 1975 – c’era chi sapeva come stavano le cose. Ma i fatti sono venuti fuori decenni dopo. Con alcune ombre non chiarite. Così come rimangono avvolti nel mistero alcuni aspetti dell’assassinio di Mattei e della scomparsa di De Mauro. Così come rimangono avvolti nel mistero le stragi di Stato, dalle bombre legate alla ‘Strategia della tensione’ fino a Capaci e via D’Amelio.

Stragi, morti, depistaggi. E un’antimafia che oggi, per alcuni aspetti, sembra al servizio della mafia. Il 10 gennaio del 1987, dalle colonne del Corriere della Sera, Sciascia pubblicava un articolo profetico: "I professionisti dell’Antimafia". A distanza di quasi trent’anni la storia gli sta dando pienamente ragione. La Sicilia di oggi è la testimonianza palmare che lo scrittore siciliano aveva visto giusto. Tre nomi su tutti: il senatore del Megafono-PD, Giuseppe Lumia, il presidente degli industriali siciliani, Antonello Montante, e il presidente della Regione, Rosario Crocetta. Tre personaggi che hanno fatto carriera all’ombra dell’antimafia. Un’antimafia fatta di parole, ma con fatti che, in molti casi, sono l’esatto contrario delle parole.

Lumia è, dal 2008, il ‘puparo’ dei governi regionali: è stato il protagonista del governo regionale di Raffaele Lombardo ed è ancora in primo piano nel governo di Rosario Crocetta. E’, da anni, al centro di grandi ‘operazioni’. Montante è anche lui protagonista di tante ‘operazioni’. Ed entrambi, anche se da strade diverse comunque legate all’antimafia di facciata, arrivano (è il caso di Lumia), o hanno provato ad arrivare (è il caso di Montante) al grande business della gestione dei beni sequestrati alla mafia. Quanto a Crocetta, siamo davanti a un altro personaggio che fa solo antimafia di facciata, che predica legalità, ma che in alcuni casi si copre di ridicolo.

Sfruttando una Giustizia che in Sicilia solo raramente accende i riflettori sulla sinistra, l’attuale governo presieduto da Crocetta si guarda bene dal mettere in pratica la ‘trasparenza’ amministrativa che richiede agli avversarti politici. Non si sa nulla dei fondi riservati spesi in questi anni del presidente Crocetta. Idem per i fondi di rappresentanza. Non si sa che fine abbiano fatto i circa 5 miliardi di Euro di fondi europei destinati all’agricoltura.

Senza nemmeno aver reso noto dove sono finiti questi soldi, il nuovo assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici, già illustra come intende spendere i 2,1 miliardi di Euro della nuova Programmazione dei fondi europei (nuova per modo di dire, visto che il PRS, sigla che sta per Piano di Sviluppo Rurale sarebbe dovuto iniziare nel 2014, ma dopo 2 anni è ancora bloccato). Di raccontare a 5 milioni di siciliani come sono stati spesi – e soprattutto nelle tasche di chi sono finiti – questi soldi non se ne parla. Eppure si sa che molte ombre si addensano sui contributi erogati a piene mani a improbabili ‘giovani agricoltori’: si sa che una parte di questi fondi è finita nelle tasche di parenti di politici: si sa che un’altra parte di questi fondi è finita nella tasche di parenti dei burocrati della Regione siciliana.

Se quello che scriviamo non fosse vero ci dovrebbero citare in giudizio: ma non lo faranno. Per un motivo semplice: perché quello che scriviamo è vero. E perché questi signori hanno molto da nascondere. E perché sanno che la nostra ‘curiosità’ non sarà mai fatta propria dalla Giustizia in tutte le sue articolazioni: la già citata Sezione di Misura di prevenzione del Tribunale di Palermo insegna…

Che c’è da aspettarsi da una Sicilia del genere? Che cosa può dire o fare una Sicilia dove la cultura è scadente e compromessa con il potere rispetto a un Mediterraneo e a un Medio Oriente in fiamme dove i terroristi si fondono e si confondo con i venditori di armi?

Se c’è un progetto per gettare nel caos il Mediterraneo – come dimostrano i fatti accaduti in Tunisia, in Egitto e soprattutto in Libia – chi sta dietro a questo caos non ha bisogno di intervenire in Sicilia, perché a incasinare un’Isola sempre più allo sbando stanno pensando Crocetta, il PD siciliano e il governo Renzi. L’azione combinata di questi tre ‘attori’ ha paralizzato tutta l’amministrazione pubblica della Sicilia: la Regione è senza soldi, i Comuni pure, le ex nove Province, oltre che in ‘bolletta’, sono anche commissariate.

Il caos imperversa nella raccolta dei rifiuti, nella gestione dell’acqua (Messina, la terza città della Sicilia, è rimasta senz’acqua per 15 giorni, come ai tempi del terremoto del 1908: e la situazione, mentre scriviamo, non si è ancora normalizzata), nella gestione dei boschi, nella gestione dei musei, dei teatri, delle strade, delle autostrade (l’autostrada Palermo-Catania è rimasta interrotta per sette mesi: tanto ha impiegato l’ANAS per realizzare una ‘bretella’ di qualche chilometro che in Giappone avrebbero realizzato in meno di una settimana: opera tardiva che è stata addirittura ‘inaugurata’ in pompa magna qualche giorno fa da Crocetta e dal Ministro Graziano Delrio: grotteschi!). Per non parlare degli sbarchi di migranti, che proseguono senza sosta con la gestione affaristica dei centri di accoglienza. 

Non è da escludere che il caos totale che oggi regna in Sicilia possa diventare funzionale (ammesso che non lo sia già diventato) alla rete di terroristi che si va radicando in Europa. Se è vero che migliaia di migranti sbarcati in Sicilia, ogni anno, spariscono nel nulla – e sono dati ufficiali – è chiaro che può succedere (e forse succede) di tutto.

Del resto, la Sicilia non è nuova al traffico di armi tra Mediterraneo e Medio Oriente. Negli anni '80 del secolo passato sollecitò l'interesse del giudice Carlo Palermo e del giornalista Mauro Rostagno (come potete leggere qui). Il primo si salvò per miracolo nell'attentato di Pizzolungo, il secondo ci ha rimesso la vita. 

 

     

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