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Beni sequestrati alla mafia: troppo silenzio, si ridiano alla collettività

Dopo il caso del giudice, Silvana Saguto, ex presidente della sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, mi sarei aspettato cambiamenti, invece niente. Mi riferisco al fragoroso silenzio che ha ammantato l'intera vicenda, soprattutto per aver perso l'occasione di rivedere le norme che regolano la materia

Sulla vicenda del giudice, Silvana Saguto, ex presidente della sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo sembra sia calato il silenzio: non mi riferisco all'inchiesta per accertarne eventuali responsabilità penali, ma al fragoroso silenzio che ha ammantato l'intera vicenda, soprattutto per aver perso l'occasione di rivedere le norme che regolano la materia.

Mi sarei aspettato, dopo la vicenda Saguto, una rivisitazione di quella che è la legge sull'utilizzo finale dei beni sequestrati alla mafie. Dei capitali e beni accumulati dalle mafie, i primi ad essere parte lesa dei comportamenti criminali dei mafiosi sono senza ombra di dubbio i cittadini e le imprese italiane, oltre allo Stato in senso lato. E, quindi, sarebbe equo e finanche doveroso che i beni sottratti alle mafie venissero messi a disposizione della collettività mediante la vendita a privati cittadini o, alla bisogna, a imprese artigiane o commerciali.

Ovviamente, le somme ricavate dalle vendite dovrebbero essere assegnate al Comparto sicurezza per agevolare sia gli acquisti di materiale tecnico/investigativo, che per condurre una più articolata azione investigativa, senza far gravare alla collettività l'onere finanziario.

Ricordo che, allorquando svolsi la mia attività sul suolo americano, fui informato dall'FBI che ogni qualvolta iniziavano un'indagine sui mafiosi, loro facevano una sorta di preventivo economico, sia sul costo dell'intera indagine, che su quanto poi, a condanna avvenuta, avrebbero “incassato” dai beni del mafioso, ovviamente di quelli già censiti. Il “ricavato” veniva assegnato al Dipartimento di Giustizia.

Nel nostro Paese la legislazione dei beni confiscati ha subito altalenanti provvedimenti, a seconda dell'inquilino di Palazzo Chigi. Senza tediarvi con date e norme risalenti al secolo scorso, pongo alla vostra attenzione i provvedimenti dell'ultimo quinquennio. Nella Finanziaria del 2010 fu accolto l'emendamento del senatore PDL, Maurizio Sala, che prevede la vendita al privato dei beni confiscati alla mafia, se entro 90 giorni dal provvedimento definitivo di confisca non siano stati assegnati a enti o associazioni per finalità di pubblico interesse. Ma, ancor prima, il governo D'Alema aveva istituito un Commissario straordinario per accelerare l'iter di assegnazione dei beni confiscati. Provvedimento poi reso vano dal governo Berlusconi, che non prorogò l'esistenza del Commissario, demandando al Demanio la trattazione della delicata materia.

Ma non è finita qui. Successivamente il governo Prodi rimette in piedi la figura del Commissario. Insomma, provvedimenti tipici di un pressapochismo italiano. Infine, si arriva al mese di febbraio 2010 col decreto legge nr 4 e convertito con la L. nr 50 del 21 marzo 2010, che istituisce l'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Fin qui parte della storia. E ora?

Ritengo che sia ora di assumere provvedimenti efficaci e celeri nell'assegnare l'esoso capitale confiscato alla mafia: impedire che sequestri di attività produttive vengano dismessi o lasciati marcire dalla lungaggine della confisca. Non condivido l'assunto della Legge che prevede il diritto di priorità d'acquisto dei beni confiscati alle cooperative delle Forze Armate e della Polizia.

Il bene sottratto alla mafia dovrebbe essere messo all'asta in una logica di libero mercato. Un altro aspetto che non condivido è che i beni sequestrati vengano assegnati ad associazioni antimafia. In ogni caso, quello che la mafia ci toglie deve essere restituito alla collettività.

 

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