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Il bicentenario di Giovanni Meli e lo stato della lingua siciliana

Il 20 dicembre 1815 moriva Giovanni Meli, l'illuminista e medico siciliano che nel 1787, l’anno fatidico per la storia degli Stati Uniti, nel momento della sua acme professionale e culturale di una vita frenetica, a Palermo raccolse e pubblicò in cinque volumi le sue poesie in siciliano. Quella lingua siciliana che ancora si sente in America

Proprio duecento anni fa, il 20 dicembre 1815, moriva Giovanni Meli, mentre i convitati del castello di Schönbrunn a Vienna, i cosiddetti potenti di allora, azzeravano tra balli e brindisi l’Europa degli Illuministi, quella della rivoluzione francese e delle riforme napoleoniche, e portavano indietro l’orologio della storia. Era il definitivo crepuscolo dell’Europa sognata dagli Enciclopedisti che si sarebbe realizzata soltanto nella rivoluzione americana e in quella straordinaria Costituzione del 17 settembre 1787, la più stabile e duratura di tutti i tempi, la più semplice, racchiusa in un preambolo e sette articoli, aggiornata al 1967 con venticinque emendamenti.

Meli fu un Illuminato e della ideologia assorbì e fece suoi i principi degli Enciclopedisti da Montesquieu a Voltaire, idee che espresse giovanissimo nel poemetto rimasto incompiuto, Il Trionfo della ragione. Nell’atmosfera poetica dell’Arcadia, imperante in Italia in quegli ultimi decenni di secolo, trovò gli schemi poetici, prima nella gloriosa Accademia del Buon Gusto, attiva a Palermo fino al 1791, passò poi a quella nobiliare, l’Accademia della Galante, per la quale scrisse nel 1762 La Fata Galante, per finire nel 1766 all’Accademia degli Ereini, motto Movetur et loquitur. Nell’ambiente profondamente imbevuto di cultura greca l’Arcadia nostra non poteva che inventarsi le radici nel mito di Diodoro, detto Siculo, che nella sua ponderosa Biblioteca Sicula in 40 libri indicava sui monti Ereini la nascita del dolente Dafni, inventore della poesia bucolica.

Non voglio infastidire i lettori con estrose analisi critiche. Mi basta soltanto ricordare che nel 1787, l’anno fatidico per la storia degli States, nel momento della sua acme professionale e culturale di una vita frenetica, proprio quando da medico di Cinisi stipendiato dai benedettini di S. Martino delle Scale aveva ottenuto la cattedra di chimica all’Accademia degli studî di Palermo, Meli raccolse e pubblicò in cinque volumi il suo corpus poetico. L’edizione completa, si badi bene, in sette volumi, caso unico nella storia della poesia regionale, sarebbe uscita il 1814, proprio al limite estremo della sua vicenda terrena. Sarebbe stato poi conosciuto come abate per la strana foggia del suo vestito, pur essendo medico e chimico.

Mi direte, cari compaesani, embè? La particolarità di questo antico palermitano è che poetò in lingua siciliana. Non il siciliano di Ignazio Buttitta, che girò l’Europa fino a Mosca, proponendo con i suoi recitàl le civilmente impegnate ed accorate proteste, il suo modo di “fare il poeta” con i portentosi tranches de vie. Non il siciliano che imperversa imbastardito nei romanzi della serie poliziesca del “Montalbano sugnu” di Andrea Camilleri. Un siciliano ancora vivo e pieno di magia, che ha duecento anni e non li dimostra. Sentite un saggio, amici Italiani di America e di New York, una poesiola, una favoletta che forse qualcuno ricorderà ancora raccontata dai nonni in quella Brucculinu che risuonava di tutti i dialetti dello Stivale, dalla Sicilia di Sinatra e Luciano alla Padule di Joe Petrosino, alla Puglia di Fiorello La Guardia:

 

Li surci

Un surciteddu di testa sbintata

avia pigghiatu la via di l`acitu

e facìa `na vita scialacquata

cu l`amiciuna di lu so partitu.

 

Lu ziu circau tirallu a bona strada,

ma zappau all`acqua pirchì era attrivitu

e di cchiù la saimi avia liccata

di taverni e di zàgati peritu.

 

Finarmenti Mucidda fici luca,

iddu grida: “Ziu!-Ziu!”. 

Ccu dogghia interna,

sò ziu pri lu rammaricu si suca,

 

poi dici: “Lu to casu mi costerna,

ma ora mi cerchi? chiaccu chi t`affuca!

Scutta pi quannu isti a la taverna!”.

 

È un colpo al cuore, di profonda nostalgia per tutti coloro che ancora risentono nelle orecchie le voci antiche dei loro antenati, di nonni lontanissimi che biascicavano qualche frasetta, che riprendevano qualche vocabolo della loro terra amata e desolata. Mi perdoni il mio eccezionale amico Joe Sciame se svelò i suoi ricordi dei vucciddati di Natale, immancabili in ogni casa fino ad oggi, o li sfingi e li pignulati di la tavulata di S. Giuseppe, che ancora rivive puntuale nel suo College. E la commozione mi prende nella rievocazione del primo giorno di scuola, che mi ha più volte narrato, dell’amata e compianta sua mamma Crocifissa Blanda di Prizzi. La maestra di Brooklyn non capiva il nome: – What’s your name? -, chiedeva. E la bimba ripeteva: – Fifina my name –. Era il diminutivo di Crocifissa (womanly Crucifix), nome datole in onore del SS. Crocifisso, festa importante del paese che da secoli si concludeva con una grandiosa fiera di bestiame, rinomata in tutta la provincia. – What? -, insisteva la maestra. E la bimba ripeteva spazientita, Fifina.  Alla fine, – Well, you are Sophia -, tagliò corto la maestra e risolse per sempre la questione. Sarebbe stata per sempre Sophia.

Io ho ascoltato il siciliano di uno dei Padrini di Coppola nell’originale inglese e ho ritrovato le cadenze arcaiche che erano scomparse pure negli anni della mia infanzia. Eppure è il linguaggio che ancora sopravvive nel dialetto archeologico di qualche nostro compaesano d’America. Posso ricordare, alla fine di una delle mie incursioni newyorchesi, l’eccitazione di un taxista che mi portava al Kennedy. Appena comprese che ero siciliano, esplose in una gioia incontenibile, non sapeva una sola parola di italiano o di dialetto, ma chiamò subito la madre, mentre mi ripeteva qualcosa che non riuscivo a capire, “opra, opra”, detto con quel particolare accavallarsi di sonorità. E il concitato dialogo con la madre che era riuscito finalmente a rintracciare e la nostalgia di quei suoni dialettali con i quali inondò le mie orecchie, rievocando romanze di opere e una marea di ricordi di una borgata poverissima di Palermo. Oppure gli incontri al Central Park a sperimentare tutti i dialetti italici alla ricerca di un Pasquale compaesano, padroncino di una di quelle floreali carrozzelle, quel giorno a riposo. Perché anche il siciliano è una delle altre lingue di New York, uno dei tanti slang, una voce del suo melting pot.

Volete un altro saggio di conio diverso? Come Le sette giornate del mondo creato di Torquato Tasso o il Paradise Lost di John Milton, l’inizio di L’origini di lu munnu:

Jeu cantu li murriti di li Dei,

Chi vulennu sbiárisi cu nui,

Crearu un munnu chinu di nichei,

D’omini pazzi, eccettu ’un si sà cui;

Jeu di li soi, e Tiziu di li mei;

Basta, nni trizzïamu tutti dui;

E li Dei di lu celu a sti cuntisi

Si nni piscianu certu di li risi.

Senza dimenticare il mostro mitico della nostra terra:

Polifemu era un omu grossu ammàtula
chi cu la testa tuccava li nuvuli,
ed era amanti di certa curàtula,
ch’avia lu cori duru comu rùvuli. 

          

Per concludere con la dolcezza di La Vucca:

Ssi capiddi e biundi trizzi
sù jardini di biddizzi,
cussì vaghi, cussì rari,
chi li pari nun ci sù.

Ma la vucca cu li fini
soi dintuzzi alabastrini,
trizzi d’oru, chi abbagghiati,
perdonati, è bedda chiù.

 

E per finire, un invito a leggere i testi nella loro interezza, anche quel magico Don Chisciotti e Sanciu Panza e la deliziosa Buccolica e lo sfrenato, dionisiaco Ditirammu. La nostra lingua, dico lingua siciliana, ha una complessità e ricchezza immensa di vocaboli, tanto che spesso è difficile trovare il corrispondente in italiano. A Palermo un prof di New York, Caitanu Cipudda, che pratica con la sua Arba sicula encomiabilmente la diffusione della cultura siciliana e la traduzione di queste ed altre melodie sicule, è venuto a spiegarci in questi giorni di Bicentenario la questione della traduzione in inglese, cioè come ha fatto lui a tradurre Meli in americano. Opera encomiabile e preclara e spero letta e apprezzata dai Siciliani d’America. Ma, professore, il ritmo, quell’impasto particolare, quel cromatismo fonetico come può ritrovarlo in una lingua “altra”, foneticamente più povera, ma anche semanticamente assai semplice? Perciò il sito online di Arba sicula (Alba sicula) da Wikipedia è anche in stretto siculo, senza mediazioni per gli ignari americani.


* Carmelo Fucarino, siciliano di Prizzi, dopo essersi laureato in lettere classiche nell’Università di Palermo, ha insegnato lingua e letteratura latina e greca presso il Liceo classico «G. Garibaldi» della stessa città. Sensibile alla poesia, ha pubblicato liriche e dato contributi a riviste del settore letterario italiano, svolgendo ha svolto un’ampia e continua attività di saggista nel campo degli studi classici. Oggi ha ampliato il suo campo di indagine alla storia locale all’etnologia e alle tradizioni popolari siciliane.

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