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Come a Napoli si fa i conti col Natale

A Napoli il Natale è il momento meno certo dell'anno, sospensione tra un passato mai veramente passato e un presente troppo pieno di domande.  È il pranzo con i parenti, stretti. Di quelli che fanno male, proprio come fanno male le scarpe strette. E si sospende tutto, anche la somma delle gioie e dei dolori. Perché fare i conti in fondo è dura. È faticoso. E la fatica del vivere è già abbastanza per aggiungerci pure quella del Natale

"Il Natale quando arriva arriva", recitava un vecchio spot tv. Ma il Natale arriva sempre quando dobbiamo fare i conti. E non c'entra di certo la matematica. A Napoli il Natale è la cosa meno scientifica che esista, è il momento meno certo dell'anno, data in cui cade a parte, ovviamente. Natale è quel momento di profonda sospensione, come scrive Marco Perillo nel suo Sogno di Natale. 

Sospensione tra un passato mai veramente passato e un presente sempre troppo incerto, sempre pieno di domande. Perché se Capodanno è il momento in cui ci si prospetta al futuro, in cui ci si getta alle spalle l'anno appena passato, il Natale no. Non è affatto futuro. È presente pieno. È guardarsi dentro nel qui ed ora. Sospesi, appunto. È il profano albero di Natale e il sacro presepe che non piaceva a Tommasino. È la famiglia, quando c'è. O anche quando non c'è. Tanto ci sono i ricordi. 

È San Gregorio Armeno, formicaio di volti e passi, di pastori e tradizioni. È il freddo mai veramente gelido, perché a Napoli fa sempre un po' caldo. È la messa di mezzanotte, perché il napoletano è religioso. Anche se non ci crede. È il tifoso che si gode la pausa ma non vede l'ora che si riprenda il campionato di calcio. È il rituale del regalo, atteso dai bambini certo, ma forse più dagli adulti, chè si ricordano di quando il dono arrivava solo quando lo portava Babbo Natale. E lo si aspettava veramente. 

Natale è la cena della Vigilia, il capitone di buon augurio e a' nsalata e' rinforz. È il pranzo di Natale con i parenti, stretti. Di quelli che fanno male, proprio come fanno male le scarpe strette. Ma non importa. È Natale. E si sospende tutto. Persino il litigio tipico delle famiglie partenopee può annullarsi per qualche giorno. 

Per Natale ci si riguarda negli occhi, prima di tornare a non guardarsi per tutto il resto dell'anno. A Natale si guardano gli occhi di chi ci è accanto e si guardano gli occhi nostri. A Natale si fa la somma delle gioie e dei dolori. E si resta lì, a contemplare questa operazione senza risultato. 

A Natale non butti il vecchio anno per far posto al nuovo. No, a Natale il vecchio è un vecchio storico, molto più lungo degli ultimi 365 giorni. È il vecchio di quando eri più giovane tu. È il ricordo che torna più di quanto tu non voglia e fa a cazzotti con un presente sempre troppo diverso, sempre troppo lontano che non sai mai se è come te lo eri immaginato qualche Natale fa. O forse non lo vuoi sapere. 

Il Natale è così. Ed è così per tutti: per quelli che non vedono l'ora che arrivi e per quelli che non vedono l'ora che passi. Perché fare i conti in fondo è dura. È faticoso. E la fatica del vivere è già abbastanza per aggiungerci pure quella del Natale. Ma il Natale quando arriva arriva. E noi siamo qui. A fare quei conti sperando che in fondo il risultato di passato e presente sia col segno positivo. O almeno, non negativo. 

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