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Il Mediterraneo e le trivelle

Pongono un serio rischio di inquinamento ambientale, come dimostra il caso ENI a Gela

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Ridurranno il nostro mare un colabrodo, ma davvero conviene? Non conviene affatto. Basti pensare che in Sicilia, dove i petrolieri fanno il bello e il cattivo tempo, le entrate per la Regione non hanno raggiunto il milione di euro. E poi, che senso ha cercare il petrolio quando il prezzo è ai minimi storici?

È iniziato, nei giorni scorsi, il processo che vede coinvolto l’ENI, l’Ente Nazionale Idrocarburi, per “l’inquinamento ambientale prodotto, in oltre 50 anni di attività, dal suo petrolchimico, con conseguenze pesanti sull’ecosistema e sulle persone”, come sostengono i pubblici ministeri. Anche l’amministrazione comunale di Gela, sul cui territorio si trovano gli impianti dell’ENI, si è costituita parte civile. Tutto è cominciato con la denuncia da parte di alcune decine di famiglie i cui bambini erano nati con gravi malformazioni causate dall’inquinamento prodotto dagli insediamenti produttivi. Una tesi che pare sia confermata dai periti nominati dal Tribunale che avrebbero confermato il rapporto di causa ed effetto che lega l’inquinamento prodotto dall’impianto industriale e le malformazioni riscontrate sui bambini gelesi (spina bifida, palatoschisi, ecc.).

Un problema, quello dei gravi danni per l’ambiente e per la salute della gente causati da alcune industrie, che è ben nota da anni. I tecnici hanno parlato di “disastro ambientale permanente”. Ma mentre molti personaggi politici si facevano belli al COP21, l’assemblea delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, e lanciavano promesse per i prossimi decenni, in molte zone del Belpaese si sa già che quel futuro non sarà mai realtà. E il governo non può non saperlo: nel 2014 l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato un rapporto sugli effetti sulla salute delle popolazioni esposte nei “Siti di interesse nazionale per le bonifiche” (il terzo). Scopo dell’indagine: scoprire il legame tra alcune malattie frequenti in modo anomalo in certe aree del Paese come quelle in cui si trovano le centrali a carbone o intorno alle discariche tossiche o, ancora, in prossimità di industrie chimiche. Dalla Val D’Aosta alla Sicilia sono indicate 44 aree inquinate oltre ogni limite di legge (e tra queste c’è Gela). Siti dove i tumori sono aumentati anche del 90 per cento negli ultimi dieci anni e dove la mortalità cresce a causa dell’inquinamento prodotto da pochi grandi insediamenti industriali. Aree come Porto Marghera, Terni, Brescia Caffaro, Falconara Marittima, Napoli (Orientale e Bagnoli) e molte altre. In queste zone d’Italia sei milioni di persone vivono sapendo che per loro il rischio di malattie come il cancro alla tiroide o il tumore alla mammella (spesso causati da un livello eccessivo di metalli pesanti e ioni radioattivi nell’ambiente) è molto maggiore rispetto al resto d’Italia.

Aree che spesso si trovano a ridosso di siti di importante rilevanza archeologica o turistica. In Sicilia, ad esempio, oltre a Gela, ci sono Milazzo (da sempre località importante per i monumenti e per essere punto d’imbarco verso alcune tra le più belle isole del Mediterraneo), Priolo-Augusta (non lontano da Siracusa e dove si trova un castrum risalente al periodo bizantino, un sito che qualsiasi altro Paese europeo avrebbe pagato oro per averlo e poterlo sfruttare a fini turistici) e  Biancavilla (le cui origini risalgono addirittura al paleolitico!). Tutte luoghi dove l’impatto delle industrie sull’ambiente e sulla salute degli abitanti stanno già lasciando segni indelebili. E decine e decine di morti.

Finora si è cercato di nascondere il problema dicendo che, in fondo, queste industrie producono anche “ricchezza” per il territorio. Niente di più falso: il 2016, ad esempio, per molti lavoratori del petrolchimico di Gela è iniziato con una lettera di licenziamento. L’Eni ha deciso di “cambiare il proprio assetto organizzativo” (un eufemismo per dire che intende licenziare 150 lavoratori), incurante degli accordo sottoscritti con i sindacati Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil (in poco tempo, a Gela, i posti di lavoro sono passati da 1.150 a 400). In questo, come nel caso delle trivellazioni in cerca di combustibili fossili in alto mare, né lo Stato, né le imprese hanno mantenuto le promesse fatte ai cittadini.

Del resto, da sempre la Sicilia (come molte altre regioni del Meridione d’Italia) è terra di conquista. A nessuno importa realmente valorizzarne il patrimonio culturale, storico e ambientale. L’unica cosa che interessa è sfruttarne le risorse. Sulla terra come in mare aperto.

Proprio nei giorni scorsi il governo ha annunciato che, come è avvenuto al largo delle isole Tremiti, a breve cominceranno le indagini per le estrazioni di combustibili fossili nel mare di Pantelleria, uno dei punti più belli del Mediterraneo. E anche la Regione siciliana, nel silenzio generale, ha detto di essere sul punto di dare il via libera per altri due impianti a Gela.

Quella di autorizzare le trivellazioni, è una scelta che ha scatenato innumerevoli polemiche: a cominciare dal sindaco di Pantelleria, Salvatore Gabriele, che ha detto: “La ripresa di perforazioni nel Mediterraneo e a Pantelleria  ci lascia increduli e sbigottiti. E’ una vergogna che il Ministro Guidi abbia autorizzato trivellazioni il 22 dicembre, giorno precedente all’approvazione definitiva della legge di stabilità che all’art. 239 prevede il divieto di trivellazioni nelle zone di mare entro le 12 miglia dalla costa lungo l’intero perimetro nazionale prorogando i titoli abilitativi rilasciati. E ciò solo per bloccare i referendum prendendo in giro gli Italiani”.

Già il referendum: in realtà sono in molti a pensare che la decisione del governo Renzi di consentire le trivellazioni in mare solo al largo sia solo un vano tentativo di scavalcare il referendum anti-trivelle (sul quale la Corte Costituzionale si esprimerà il 19 gennaio prossimo). Una decisione tra l’altro inutile e dannosa. E per diversi motivi. A cominciare dal fatto che ridurre a un colabrodo il Mediterraneo e alcune delle zone più belle e più ricche di tesori storico-culturali del pianeta non è (economicamente) conveniente. In primo luogo perché con il prezzo del petrolio in costante calo (le ultime quotazioni lo danno intorno ai 35 dollari al barile), non è vantaggioso creare nuovi giacimenti. Tanto più che, proprio nel Mediterraneo, sarebbe possibile utilizzare altre fonti di energia, dal solare (sia fotovoltaico che termico) all’eolico. Fonti energetiche che libererebbero il Belpaese della sudditanza con i fornitori di gas e petrolio. Invece, inspiegabilmente, la produzione di energia mediate l’uso di queste fonti energetiche sicure e rinnovabili, da quando c’è Renzi, è crollata: nel 2012 in Italia si producevano oltre 10.633 Mw di energia da solare ed eolico. Nel 2014 si è passati a solo 700 Mw e così nel 2015 (dati Legambiente).

Ma non basta. Nessuno lo dice ma, a conti fatti, le concessioni per le estrazioni non convengono anche dal punto di vista delle royalties. Quello che resta alle casse Stato sono solo poche briciole rispetto a quello che le grandi compagnie petrolifere incassano dal fondo del Mare Nostrum e della Sicilia: le prime 50 mila tonnellate di combustibili fossili estratte non sono soggette a royalties e, sulle restanti, è prevista una quota di esenzione.

Ancora peggiore la situazione per le Regioni. Spesso i governatori (a cominciare dal presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta) hanno giustificato le proprie decisioni parlando di “entrate”. La realtà è (possibile che non lo sappiano?) che alle amministrazioni locali, delle entrate derivanti dallo sfruttamento indegno dell’ambiente marino e non, resta poco o niente. In Sicilia, ad esempio, le entrate derivanti dall’aver concesso a diverse industrie di sforacchiare uno dei mari più belli del mondo sono state solo 861.248,34 Euro (dati Ufficio Nazionale Minerario per gli idrocarburi e le risorse). Una somma ridicola che probabilmente non basterà neanche a pagare gli stipendi dei dipendenti degli uffici preposti alle pratiche per le concessioni.

A conti fatti, le perforazioni potrebbero essere un affare solo per le multinazionali del petrolio. Società alle quali i vari governi cedono pezzi d’Italia (secondo l’articolo 826 del Codice Civile, i giacimenti di idrocarburi sono “patrimonio indisponibile” dello Stato) ricevendone in cambio pochi spiccioli e molti problemi. A cominciare da quello legato al fatto che in queste zone sempre più cittadini si ammalano di malattie terribili e sempre più persone perdono la vita.

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