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Italia, aspetta e dispera che il groviglio Libia si avvicina

Presentata la nuova lista dei diciotto ministri libici, imminente l'intervento

di Francesca Salvatore
Libia nuovo governo

Lo Special Representative e capo della missione ONU in Libia (UNSMIL) Martin Kobler. (Ph. UN-Manuel Elías)

Nelle prossime ore la Libia potrebbe avere un nuovo governo se il parlamento di Tobruk voterà la fiducia ai ministri designati. Mentre continua l’avanzata del Califfato, il prossimo intervento militare dell'Italia si complica per la tensione tra USA e Russia

La Libia potrebbe avere finalmente un governo di unità nazionale. La scorsa notte il team guidato dal premier incaricato Fayez Al-Serraj ha presentato la lista dei 18 ministri da sottoporre alla fiducia del parlamento di Tobruk. Ad annunciarlo, l’inviato speciale ONU per la Libia Martin Kobler. “Auguri al Consiglio presidenziale per la nomina del governo di unità nazionale. Il viaggio verso la pace e l’unità del popolo libico è finalmente partito”, con queste parole lo special envoy dell’ONU ha salutato la notizia della presentazione della rosa di candidati, comprendente 13 ministri ordinari e 5 ministri di Stato, all’interno della quale figurano i nomi di tre donne.

La squadra governativa proposta sarà votata nei prossimi giorni. Agli Esteri spunta la figura di Mohammed Al-Tahar Seyala, all’Economia e Industria Abdulmatlob Ahmed Bufarwa, alla Giustizia Joumaa Abdullah Aldrissi, alle Finanze Fakher Muftah Bufrana. Sarebbe stato proposto come ministro di Stato per la Riconciliazione Nazionale Abdul-Jawad Famaj Al-Obeidi: a quest’ultimo l’arduo compito di tramutare in legge la ricucitura del paese e di sanare le rivalità tra i gruppi tribali della Gran Giamahiria post-Gheddafi. Alle donne verrebbero affidati il dicastero per gli Affari Sociali con Fadi Mansour Al-Shafie, il ministero di Stato per gli Affari Femminili con Asma Mustafa Alost e il ministero per le Istituzioni per il quale la designata sarebbe Iman Mohamed Bin Younis.

La nomina di un governo unitario, qualora fosse confermata, potrebbe dare il via alla missione militare organizzata dai membri della comunità internazionale per combattere la piaga dello Stato Islamico che, di fatto, controlla Sirte, parte di Derna e che ha scagliato pesanti attacchi su Sidra e Ras Lanuf. Nel frattempo crescono le tensioni internazionali per decidere l’indirizzo politico della missione anti ISIS: restano alte le tensioni fra Russia e Stati Uniti che, pur concordando sulla necessità di maggior cooperazione per un cessate-il- fuoco in Siria, non sciolgono il nodo gordiano del sostegno di Putin ad Assad, con il conseguente perpetrarsi dei raid contro i ribelli. Crescono anche le tensioni fra Damasco e Istanbul e quella fra Teheran e Riyad che, di fatto, hanno trasformato il Medio Oriente in una nuova polveriera.

Proprio negli scorsi giorni l’ISIS aveva abbattuto un caccia del governo libico su Bengasi, un MIG-23, il terzo perso nel giro di poche settimane. Controllando ormai Sirte, le milizie del Califfato si starebbero spingendo verso Misurata. Quale sia la potenza di fuoco dello Stato Islamico, al momento, non è dato sapere: nulla si sa su come siano arrivate queste armi in Libia, ma soprattutto come sia possibile che Bengasi sia stata fortifica con postazioni antiaeree nonostante il sorvolo spionistico occidentale. Residui dello smantellamento dell’arsenale di Gheddafi? Forse.

Cosa ne sarà, dunque, del progetto di un “Alleanza Internazionale contro il Jihadismo”? Anche questa domanda resta al momento senza una risposta. Proprio la pax libica potrebbe costituire un punto di svolta nell’area: se il nuovo governo dovesse ottenere la fiducia, il sistema internazionale potrebbe (il condizionale è d’obbligo) guadagnare un nuovo interlocutore nel domino mediorientale. Qualora, invece, dovesse protrarsi un vuoto di potere in quel di Tobruk, anche la Libia potrebbe diventare obiettivo di una coalizione internazionale. Ad esprimersi contro l’intervento Algeria e Tunisia: i ministri degli Esteri dei due paesi Khamis al Jihnaoui e Ramtane Lamamra, riunitisi ad Algeri lo scorso weekend, auspicano una risoluzione interna alla causa libica che dovrà necessariamente avere come starting point la formazione di un nuovo governo.

Ancora più nebuloso appare il ruolo italiano nel futuro della Libia. Saremo davvero pronti e preparati a sostener quel ruolo chiave che ci viene affidato per (triste) continuità storica e per prossimità geografica? Certo è che 60 anni di NATO hanno disabituato l’Italia a costruire ed elaborare un proprio sistema di sicurezza: ed è questo stesso tallone d’Achille che ha infettato l’Unione Europea, mai in disunione come oggi. Un dettaglio ulteriore non deve sfuggire: le presidenziali 2016 negli Stati Uniti. Qualora l’esito della run for presidency dovesse essere un presidente isolazionista, democratico o repubblicano che sia, tutto teso a ridimensionare il “cortile di casa americano”, come ci comporteremo verso lo “scatolone di sabbia”?

La Libia è a 1.250 km da Roma, 400 km da Ragusa, 300 da Lampedusa. Con nonna America affaticata e con mamma Europa in travaglio, sarà ora di diventare maggiorenni. E in fretta.


* Francesca Salvatore ha una laurea in Scienze Politiche e un Ph.D. in Relazioni Internazionali con una ricerca sulle relazioni India-Stati Uniti negli anni dell’amministrazione Kennedy. Oggi collabora con il Centro Studi Relazioni Atlantico-Mediterranee (CeSRAM). Un piede nell’accademia, l’altro nel giornalismo, negli ultimi anni ha vissuto tra India, Stati Uniti, Gran Bretagna, Salento e…il resto del mondo. È per questo che tutti la chiamano La ragazza con la valigia.

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