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Mezzo millennio fa, la conquista Ottomana della Palestina

Conflitti per la Palestina prima del ritorno di Israele

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Mappa della cosiddetta "Terra Santa" nel 1570

Possibile che quel luogo “del destino” di religioni e popoli sempre in competizione, quale è la Palestina, possa divenire terra condivisa? La risposta del realismo è: no, mai. Quella idealista è: sì, tutto è possibile. La risposta della politica, invece: sì, se si vorrà

Nel 1516, la Palestina, in seguito alle ostilità tra mamelucchi e turchi ottomani esplose nel 1486,  cade sotto la dominazione del sultano ottomano di Costantinopoli. Tempo un anno e i mamelucchi sono fatti fuori anche in Egitto. Come d’abitudine nei territori che conquista, la Sublime Porta definisce una nuova unità amministrativa e l’affida a un governatore locale. Pur sopravvivendo nella cultura e nel linguaggio, il termine Palestina scompare così dalla politica: la gran parte del suo territorio storico finisce nell’Eyalet di Damasco fino al 1660, e poi in quello di Sidone.   

All’epoca la conquista ottomana è già consolidata nella penisola balcanica, nell’Europa del levante mediterraneo e ai confini russi meridionali, e soprattutto ha realizzato l’epocale presa di Costantinopoli del 1453.  Nei decenni successivi straripa verso l’occidente arabo e berbero e attacca le coste italiane, mentre ad oriente risale verso le pingui piane ungariche e transilvaniche, e a sud va a prendersi, con Solimano il Magnifico (dal 1520 decimo sultano ottomano), la Mesopotamia. Proprio Solimano una ventina d’anni dopo la conquista della Palestina, erige le possenti mura che ancora oggi circondano la città vecchia di Gerusalemme.

La terra che aveva visto la predicazione e la passione di Gesù di Nazareth, trascorrerà quattro secoli in mano a pasha tanto voraci nel riscuotere tasse quanto incapaci di essere buoni amministratori. Cesseranno di far danni con la dissoluzione dell’impero del Divano, alla vigilia della Prima guerra mondiale. Ma intanto la profonda traccia ottomana e islamica ha ridisegnato un territorio che era stato ebraico e cristiano, e testimoniava tracce importanti di presenza latina. L’islam si era presentato la prima volta in Palestina tra il 636 e il 638, quando il califfo Omar, secondo successore di Maometto, appena sei anni dopo la morte del profeta, si era fatto consegnare Gerusalemme dai bizantini, innestando la civiltà arabica sul tessuto preesistente, fondamentalmente mediterraneo. La città santa di ebrei e cristiani era stata inscritta nel dna delle tribù arabe armate che risalivano la penisola verso il Mediterraneo, nel segno della nuova religione monoteista, dal suo stesso profeta: Maometto, prima di scegliere nel 623 Mecca, aveva detto agli adepti di pregare Allah rivolgendosi alla città dei profeti biblici. Dopo Mecca e Medina, la Sion dell’ebraismo era stata destinata a divenire la terza città santa della nuova religione.   

L’atteggiamento arabo sarebbe stato a lungo di sostanziale tolleranza, nel rispetto dell’impegno preso da Omar, vincolato a taluni precetti coranici, di “non violare” chiese e sinagoghe e di “non spezzare le croci”. Il patto sarebbe stato infranto con il nuovo millennio, quando il potere sarebbe passato agli sciiti di Hakim, che avrebbero distrutto simboli e luoghi di culto non islamici, terrorizzando la popolazione autoctona di religione ebraica e cristiana.

Con l’avvento di repressioni e persecuzioni religiose da parte islamica, sarebbero maturate le condizioni per l’avventura delle Crociate, concepite a Roma come liberazione dei luoghi santi della cristianità e trasformati in troppe occasioni dai principi cristiani in opportunità di distruzione, saccheggio, stupro, arricchimenti illeciti. Saladino, dopo quasi un secolo di controllo crociato, avrebbe ripreso la regione nel 1187, anche se nelle città di costa sarebbe sopravvissuta una parvenza di stato crociato. Le incursioni mongole e l’espansionismo egizio non avrebbero mutato la sostanza del controllo islamico che, come si è visto, si sarebbe stabilizzato in mani ottomane sino ad inizio Novecento, grazie anche alle posizioni assunte dal Regno Unito nel 1840.

Prima ancora della Gran Bretagna, altre potenze europee si erano affacciate in Palestina, chiamate dai cattolici, in particolare dai frati francescani “custodi di terra santa”, ad avviare protettorati e capitolazioni a tutela dei luoghi della memoria di Gesù. Dal 1517, anno successivo alla conquista ottomana, per contrastare una realtà fatta spesso di diritti  concessi e negati, spoliazioni, espulsioni, vessazioni, alla quale contribuivano anche i cristiani di rito ortodosso greco in arrivo dall’impero turco, i sovrani delle nazioni cattoliche attivarono una specifica diplomazia. Furono in particolare la repubblica di Venezia, il regno di Napoli, la Francia, la Spagna ad esprimersi su Costantinopoli, mentre per l’ortodossia ad attivarsi era la Russia zarista.

L’intreccio di storia che si avvia mezzo millennio fa, interessa per alcuni aspetti che fanno parte del dibattito contemporaneo sulla Palestina e, più in largo, sull’oriente medio, in genere oggi versato sul lato del confronto/scontro tra Israele e palestinesi e sul ruolo di Isis, ma che, se si guarda allo sviluppo della sua radice storica, rileva questioni anche più ponderose.

La prima riflessione riguarda il rapporto tra le tre religioni cosiddette “del libro”. Monoteiste, con profeti e santi spesso partecipati (Gesù è profeta nell’islam e Maria vergine è lì rispettosamente considerata), con riferimenti che nei libri sacri spesso si incrociano (si pensi per tutti, ad Abramo, “padre” condiviso), altalenano periodi di convivenza con quelli di feroce conflittualità. A bilancio del rapporto, la cristianità iscrive la sua dolorosa sconfitta: è evidente, guardando ai cinque secoli di riferimento,  nell’esodo di intere comunità, nella loro perdita di identità culturale ed economica, nel loro essere oggi sradicate e comunque intimidite e sotto attacco quasi ovunque nella regione intorno alla Palestina. L’ebraismo, patito nel XX secolo l’orrore della shoah, trova in una forma stato impensata nell’epoca storica alla quale qui si fa riferimento, il modo di riprendere il suo cammino, resistendo, manu militari, agli attacchi dei vicini arabi e allargando, anche in violazione delle leggi internazioni, il suo spazio di dominio e autotutela.

La seconda riflessione concerne il rapporto tra potere e religioni. Pur venendo il potere in quella parte di mondo, salvo rarissime eccezioni, collegato alla legittimazione divina, esso si esplica quasi sempre a prescindere dai dettami della religione alla quale pur continua a fare riferimento, anzi a volte dichiaratamente contro di essi. Il Corano chiede di non distruggere le chiese e le sinagoghe, ma queste sono distrutte da mori e saraceni. Innocenzo III chiede ai principi cristiani di riprendere il controllo della Terra Santa, ma l’armata crociata assedia e massacra Costantinopoli bizantina.

Nella narrazione del periodo, la Palestina appare luogo perenne del desiderio e del conflitto. Con i cristiani ora dediti alle sole opere di religione e pietà, restano a contendersela ebrei e islamici, segnatamente attraverso le identità giuridiche di Israele e Palestina. È possibile che quel luogo “del destino” di religioni e popoli sempre in competizione, possa divenire terra condivisa? La risposta istintiva del realismo è: no, mai. La risposta della speranza idealista è: sì, tutto è possibile se si fanno lavorare le diplomazie multilaterali e non le armi. La risposta della politica è: sì se si vorrà. Sinora a dominare gli eventi è stata la risposta conservatrice della storia, basata sul prevalere della sfiducia e sul senso di appartenenza escludente.

Il dato politico appare regolarmente premiante rispetto a quello religioso, nella genesi degli scontri/incontri che avvengono, nel mezzo millennio, nei territori tra Gerusalemme e Mecca. Non perché professano l’islam, gli ottomani sono meno invisi alle popolazioni arabe che ne sentono il piede sul collo. Ambedue islamici, Omar e Hakim non manifestano lo stesso comportamento verso cristiani ed ebrei di Palestina. E non perché sono ambedue islamici, la Porta e i mamelucchi sono meno in competizione per il regno d’Egitto, e per il dominio su Palestina e Siria. Quando i britannici entreranno nel gioco mediorientale e della penisola sottostante, sapranno bene come gestire i conflitti politici e tribali delle popolazioni che lì abitano.

Altra considerazione. I discendenti degli antichi abitanti di Palestina e quelli delle antiche tribù figlie di Giacobbe non dispongono, nel periodo, di un’autentica forma stato da opporre all’avanzata ottomana, e successivamente a quella coloniale europea. La questione politica dello stato per le due entità si porrà solo nella contemporaneità, al termine del colonialismo e come effetto della shoah. Israele è, per ora, l’unica ad averle dato una soluzione, richiamando sotto il monte Sion la diaspora ebraica. Nel frattempo il popolo palestinese è frantumato e patisce gli effetti della sua diaspora.

L’ultima riflessione riguarda il dialogo diplomatico delle potenze cattoliche con la Porta, in particolare quello espresso dalla Francia con le sue Capitolazioni: senza sottovalutarne le ombre, fu un processo che consentì secoli di dialogo tra società islamica e cattolica, un tessuto di relazioni pacifiche, talvolta persino amichevoli, costruite non solo su interessi ma su valori comuni. La moderazione, se non l’amicizia, attraverso la quale la chiesa di Roma si esprime oggi verso l’islam ha probabilmente radici anche in quella pratica diplomatica che ebbe attuazione sino al 1917 quando le Capitolazioni soccombettero all’occupazione alleata di Gerusalemme, benché giuridicamente sarebbero state cancellate solo dal trattato di Losanna del 1923.

In mezzo millennio il territorio che fu ottomano non ha trovato sistemazione definitiva. Oggi appare tra quelli più a rischio. Le esperienze europea e nordamericana dicono con evidenza che, per raggiungere un compromesso politico di pacificazione nella giustizia, occorre lasciar fuori gli eccessi del particolarismo religioso, allineando le ragioni dei conflitti particolari sugli interessi generali degli stati costituiti, fondati su costituzione e leggi. Se così è, bisogna amaramente concludere che le cose, nel contesto geopolitico in esame, corrono in direzione opposta. Con l’indurimento di Israele, preoccupa che i regimi arabi debbano rapportarsi, contrastandolo o appoggiandolo e sempre con analoga ferocia, ad un fervore islamista impensabile nelle élite che crearono gli stati post coloniali, pronto anche a proporsi come base di violenza e terrorismo.

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