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Il cupo dissolversi degli italiani

Gli ultimi dati demografici Istat confermano: la popolazione italiana continua a sparire

popolazione italiana

Tifosi italiani allo stadio di Kiev prima di una partita per gli Europei in Ucraina del 2012 (Ph Jonathan Moscrop - LaPresse)

Dai dati Istat si capisce che in un’Italia rimpicciolita e carente di italianità tradizionale, ulteriormente invecchiata, conteranno di più le culture allogene e quelle miste uscite dal triplice rimescolamento mediterraneo europeo e globale che caratterizza la penisola

La scorsa settimana, l’istituto di statistica, Istat, ha pubblicato le stime sugli andamenti della nostra popolazione, aggiornate a fine 2015. Non ci sono sostanziali novità nella tendenza dei connazionali, più volte commentata in questa rubrica, a ribadire i fattori demografici degli ultimi decenni. Morale: se non contrastati con opportune politiche, detti fattori stravolgeranno, entro metà secolo, la conformazione culturale e politica, se non economica, dell’Italia.

Il primo dato è che, stante la regressione continua di popolazione, non più sollecitata a crescere da immigrazioni ora in fase calante, usciremo dall’elenco dei primi trenta paesi più popolati al mondo. Ciò non mancherà di avere conseguenze, perché la nostra credibilità come potenza media meritevole di ascolto scenderà. Inoltre, come si vedrà più avanti, la popolazione conterrà la sempre più elevata componente di anziani e vecchi, e la relativamente scarsa dose di giovani. E’ conformazione demografica che prefigura un paese conservatore, noioso, poco curioso, alieno da novità e innovazione, dove lo scontro generazionale (si pensi a materie come la previdenza sociale e in genere le politiche di welfare e sanità) potrà assumere livelli impensati. Sempre sul piano politico, va osservato che a recedere in termini assoluti e percentuali sarà in particolare la componente autoctona della popolazione, quella fatta dagli eredi della cultura che per due millenni ha impastato antichità greco-romana, valori cristiani, senso della bellezza e della ragione (umanesimo e rinascimento, illuminismo) in quella civiltà comunale e italica che molti grandi spiriti europei ci hanno invidiato nel corso dei secoli, anche prima che riuscissimo a coniugarla in unità politica nazionale.

 In un’Italia rimpicciolita in termini assoluti e carente di italianità tradizionale, ulteriormente invecchiata, conteranno di più le culture allogene e quelle miste uscite dal triplice rimescolamento mediterraneo europeo e globale che caratterizza la penisola. Non si tratta necessariamente di prospettiva negativa, ma non si potrà certo chiedere a quelle culture e ai loro rampolli di preservare ciò che gli autoctoni avessero scelto di non difendere e non mantenere.

Utili per la comprensione delle considerazioni esposte,  alcuni dei dati appena sfornati da Istat. Il primo è che la popolazione italiana residente all’inizio di quest’anno ammontava a 60 milioni 656 mila unità, segnalando la “scomparsa” dai conti di 139mila persone presenti ad avvio di 2015. Gli stranieri, nel totale, sono 5 milioni 54 mila, 8,3% del totale, segnando sul precedente anno l’aumento di 39 mila unità. I cittadini italiani, quindi, perdono in un anno quasi 180 mila residenti, e si attestano complessivamente a 55,6 milioni. La ragione del regresso non sta solo nel fatto che le nostre donne, ferme a poco più di un parto a testa (1,35), per il quinto anno consecutivo riducono il livello di fertilità. E’ che sono anche cresciute le morti, e che un numero rilevante di italiani ha lasciato il paese. Nel 2015 abbiamo avuto 54 mila decessi più del 2014, con un tasso (10,7 per mille) mai registrato prima nel dopoguerra: fisiologico che il ritardo delle morti in certi anni innalzi gli importi di mortalità nei successivi, ma, come si vedrà, c’è dell’altro. In quanto al saldo tra entrate e uscite alle anagrafi, si registra il saldo attivo di 128 mila persone, solo ¼ del massimo generato dal picco del 2007: ci si arriva con 273 mila ingressi (28 mila sono italiani in rientro) e 145 mila uscite (100 mila sono italiani che abbandonano). Dulcis in fundo, il basso numero di nascite, inferiori a quelle del 2014 in numero di 15 mila.

Utili anche i dati di prospettiva ai quali Istat contribuisce con le sue rilevazioni. Ad esempio quando informa che l’età media del primo parto si è innalzata lo scorso anno a 31,6 (29,8 media Ue), o quando documenta che in Italia gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni (22% della popolazione, terzi nella classifica dei più vecchi al mondo) e 8,3 milioni (13,7%) le unità di popolazione sotto 14 anni di età (231^ posizione al mondo), il che, incrociato con altri numeri (ad esempio, i minori di 18 anni superano di poco i 10 milioni), porta a constatare che l’italiano medio ha oggi 44,6 anni. L’invecchiamento progressivo della popolazione, indicato da decenni come indizio evidente di miglioramento del nostro tenore di vita anche nel confronto con quello di altri paesi, subisce una battuta d’arresto. La speranza di vita alla nascita scende da 80,3 a 80,1 per gli uomini e da 85 a 84,7 per le donne.

Tra i dati raccolti per interpretare al meglio la fotografia fornita da Istat, si scopre che una coppia su cinque in Italia non riesce a procreare per ragioni legate alla sua salute, che il numero di spermatozoi in cinquant’anni si è dimezzato, che sale il numero dei suicidi (raddoppiati nel triennio peggiore della crisi quelli con radici economiche). Si apprende anche, nei dati scelti un po’ alla rinfusa, che in 15 anni è triplicata in Italia la spesa per il gioco d’azzardo, ora pari al 20% del valore mondiale di settore, cifra che corrisponde alla mensilità salariale media di ogni persona che faccia parte della nostra popolazione. Nel 2014 eravamo a €84,4 miliardi, il 4% del prodotto interno lordo nazionale, il 10% della spesa totale per consumi privati. Numeri terrificanti, dietro i quali ci sono persone e famiglie rovinate, mentre il grande biscazziere (lo stato) si gode l’orribile imposta “volontaria” che il cittadino gli versa.  Questo mentre la gente impoverisce, perde potere d’acquisto, incamera salari più bassi, non ha lavoro.

Chissà se sulla curva demografica che sottolinea il declino italiano, vi sia anche l’influenza di un sistema sanitario che, anche per i conclamati e necessari tagli di finanza pubblica, appare ora incapace di far mantenere il vantaggio storico in termini di salute, accumulato dal nostro popolo sugli altri paesi. Abbiamo una spesa sanitaria inferiore alla media Ocse. In percentuale sul Pil siamo a 9,1%, contro Germania 10,5%, Francia 11,2%, Usa 16%, Regno Unito 8,7%; in spesa pro capite calcolata in dollari siamo fermi al valore 2870, contro 3737 Germania, 3696 Francia, 3129 Regno Unito,7538 Usa. Ma questo potrebbe anche essere indizio positivo: non si spende perché godiamo ottima salute. Purtroppo non è così, e risalta che da noi per la sanità si debba spendere di meno proprio mentre peggiora la qualità della salute. Secondo The European House, con calcoli basati su dati Eurostat del 2015, essendo in Italia l’aspettativa di vita pari a 80,8 nel 2005 e a 82,8 nel 2013, si ha nel 2005 aspettativa di buona salute sino a 67,2 anni ma nel 2013 solo sino a 61,4. Detto in altro modo, pur allungandosi il numero totale di anni di vita, ne scade sempre più presto la qualità: diventano molti di più gli anni di cattiva salute (da 13,6 a 21,4) e diminuiscono quelli in buona salute (da 67,2 a 61,4). Da questo punto di vista, nel confronto con i partner Ocse, peggio di noi stanno solo Slovenia, Germania (ma ci sono dentro i tedeschi post comunisti dell’est!), Ungheria Estonia, Slovacchia, tutte ex democrazie popolari. Eppure noi non veniamo da quaranta e passa anni di regime comunista!

Si ha l’impressione che l’insieme dei dati regressivi demografici abbia qualcosa a che vedere con una sorta di “male di vivere” italiano, un paese che, dopo gli anni delle riforme profonde del centro sinistra, è diventato sempre più sbagliato sotto il profilo sociale, modellato dagli appetiti del ceto dirigente, dalle ingiustizie, dai ladrocini e dall’evasione fiscale di chi sa e può, che ha quotidianamente davanti. E’ un paese che lavora inventa e produce, ma perde quote di “felicità” e “gusto” alla vita, quindi alla procreazione, per le difficoltà che affronta quotidianamente, per il senso di impotenza che accumula nell’incapacità di cambiare una situazione che non condivide. Dentro questo malessere, raddoppiano i nuclei familiari retti da madri sole, cresce la solitudine ad ogni età compresa quella infantile, senza abbastanza asili di infanzia, con quasi nulla assistenza alle madri e ai padri, mobilità urbana ed extraurbana estenuante, badanti da pagare in surroga che occupano spazi d’intimità prima appartenenti alla famiglia, e così via lamentando.

Uno dei limiti di questo governo che racconta un giorno sì e l’altro pure di voler cambiare il paese e rilanciarlo, è che non ha espresso una sua politica per la famiglia, né sembra avere intenzione di farlo. Senza una politica per la famiglia, non ci sarà l’atteso rilancio italiano, per la semplice ragione che mancheranno i supposti protagonisti del rilancio: gli italiani.

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