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La primavera araba e l’eredità di Obama

Cosa accadrebbe ai conflitti delle periferie del mondo se a Marco Aurelio Obama succedesse Commodo?

Primavera araba obama

Il presidente Barack Obama parla all'Università del Cairo, il 4 giugno, 2009. Foto: Pete Souza

Il discorso di Obama all'Università del Cairo sette anni fa ispirò la serie di rivolte nota come primavera araba. Quasi ovunque quei moti, dopo una breve parentesi, riportarono al potere le stesse case regnanti. Mentre la guerra divampa, la speranza fatica a trovare seguaci

Sette anni fa il discorso di Obama pronunciato all’Università del Cairo forniva l’ispirazione a una serie di sollevazioni spontanee che nella semplificazione giornalistica sarebbe stata chiamata primavera araba. Sette anni dopo, quelle fiammate piene di speranze si sono trasformate in cenere o, è il caso della Siria, in fuoco distruttore che ha disintegrato un grande paese e dato il via a un’ondata migratoria che preme e penetra dentro i confini dell’Occidente continentale mettendo a serio rischio la decennale politica di integrazione e accoglienza che ha caratterizzato l’Unione Europea.

“Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l’inizio di un rapporto che si basi sull’interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell’uomo”.

Alle orecchie delle moltitudini scolarizzate del Mediterraneo arabo, le parole del presidente degli Stati Uniti, nero e figlio di uno studente africano, suscitarono enormi attese lasciando immaginare svolte epocali e rivoluzioni incruente che avrebbero finalmente fatto transitare quella parte del mondo tra le aree dove la democrazia non sarebbe stata più un tabù.

“So che molte persone, musulmane e non musulmane, mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d’accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: ‘Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo’”.

I giovani lo ascoltarono e le proteste che si contaminarono l’una con l’altra portarono Mubarak in Egitto, Ben Alì in Tunisia, Gheddafi in Libia, Alì Abdullah Saleh nello Yemen, i tiranni che controllavano quei paesi e si preparavano a darli in successione ai figli, a cadere in pochi giorni.

Certo se gli studenti di Piazza Tahrir avessero immaginato di favorire l’ascesa dei Fratelli musulmani e poi dei militari al potere in Egitto, le manifestazioni avrebbero assunto altre forme.

Ma le fiammate di libertà non sempre conducono verso gli obiettivi sperati o almeno non subito questo avviene. Un pensatore arabo ha paragonato le rivolte del 2011 al 48 europeo. Quelle rivoluzioni quasi dappertutto dopo una breve parentesi, riportarono al potere le stesse case regnanti, ma il processo di costituzionalizzazione del potere sovrano ebbe un’accelerazione intensa e da lì derivarono i miglioramenti nel campo dei diritti politici ed economici che nei decenni seguenti cambiarono le condizioni di vita dei popoli europei.

Mentre la guerra divampa, nella Libia divisa e frammentata, nella Siria in mano a tante fazioni armate, la speranza ha grandi difficoltà a trovare seguaci. Il principio di responsabilità, un principio che a fatica si fa strada, significa che “la comunità internazionale è responsabile della sorte  della popolazione, quando chi detiene il potere non possa o non voglia difendere i civili o sia il colpevole delle violazioni dei diritti umani”.

L’applicazione dello stesso principio ad altri campi (“agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana”) oggi dovrebbe portare i paesi democratici a interrogarsi se stanno facendo il meglio e il possibile per disinnescare quei conflitti, se l’impetuosa crescita dell’ISIS si poteva fermare prima, visto che  la seduzione che esercita porta la distruzione anche dentro le calde e placide case delle terre democratiche.

E mentre il mandato dell’ispiratore di quelle fiammate volge al termine, occorre chiedersi con preoccupazione e utilizzando le similitudini con l’Impero Romano, cosa potrebbe accadere ai cento conflitti delle sterminate periferie del mondo se a Marco Aurelio Obama succedesse Commodo.

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