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Un campo profughi in città: i migranti di via Cupa

I volontari chiedono una nuova struttura, il cinema italiano si mobilita, i cittadini protestano

di Monica Straniero (testi) e Sabrina Simonetti (foto)
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Dopo lo sgombro del Baobab lo scorso dicembre, i migranti in transito nella capitale dormono su materassi e in tende di fortuna piazzati nella stretta via Cupa. Sono di passaggio e hanno bisogno di tutto: dai generi di prima necessità all'assistenza legale

A Roma, tra San Lorenzo e il Verano, c’è una piccola stradina, via Cupa, dove gli immigrati sono costretti a dormire all’aperto in tende e su materassi di fortuna. Qui aveva sede il Baobab, il principale centro di accoglienza per i migranti in transito nella capitale, prima che fosse sgomberato il 6 dicembre 2015. Da allora il centro Baobab esiste nel passaparola di amici e conoscenti che avvisano i nuovi arrivati di andare in via Cupa: “Lì qualcuno vi aiuterà”.

Secondo gli ultimi dati raccolti dall’agenzia per il controllo delle frontiere esterne dell’UE, Frontex, in aprile sono arrivate in Italia 8.370 persone. Per la prima volta, dal giugno ’95, il numero è superiore a quello della Grecia dove gli sbarchi sono stati 2.700. “Sono persone di passaggio, i cosiddetti transitanti, che si fermano solo per pochi giorni per poi ripartire e cercare di raggiungere il Nord Europa. Non vogliono farsi identificare, perché in base al regolamento di Dublino, sarebbero costretti a rimanere in Italia”, spiega Viola de Andrade Piroli, una dei volontari dell’associazione Baobab Experience, che insieme ad altri volontari, cittadini e organizzazioni non governative come  Save The Children, Intersos e Medici Senza frontiere, si danno da fare ogni giorno per fornire i servizi essenziali di prima assistenza e le informazioni basilari di cui i migranti di passaggio hanno bisogno.

Da quando il centro è stato chiuso, offrire assistenza e servizi è sempre più difficile per il volontari. Ora a scendere in campo in loro sostegno e a chiedere migliori condizioni per i migranti è il cinema italiano che il 19 luglio ha invitato tutti i cittadini di Roma a spostarsi in Via Cupa per guardare da vicino in quali condizioni disumane vivono centinaia di migranti in arrivo nella Capitale. “Se le istituzioni hanno scelto di voltarsi dall’altra parte, noi del cinema italiano abbiamo invece deciso di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle migrazioni”, dice il regista e produttore Christian Carmosino, promotore dell’iniziativa insieme a Paolo Petrucci.

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Ma cos’era il Baobab? Nato nel 2004 in una vetreria abbandonata, come centro di accoglienza e per attività culturali, è stato gestito per oltre dieci anni da una comunità di immigrati eritrei di Roma. Dopo lo scandalo di Mafia Capitale, (proprio al Baobab si è svolta la famosa cena tra Salvatore Buzzi, l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e Casamonica), la struttura venne chiusa. Fino a quando la scorsa estate un gruppo di volontari ha deciso di riaprirla per far fronte all’emergenza dei migranti in transito a Roma. Si stima che in soli sette mesi, da giugno a dicembre 2015, il centro Baobab abbia ospitato oltre 30.000 migranti in prevalenza eritrei, etiopi e libici. I volontari offrivano oltre alla prima assistenza, anche supporto medico e legale. Ma non solo. Si organizzavano feste, concerti e corsi di italiano.

Un’esperienza che si è interrotta lo scorso dicembre quando è arrivato lo sgombero su ordinanza del commissario straordinario Francesco Paolo Tronca. Da allora i volontari del Baobab Experience, così hanno chiamato la loro associazione prossima alla nascita, continuano a chiedere alle istituzioni l’assegnazione di un altro luogo dove far sorgere un polo in grado di fornire un’accoglienza degna di un paese europeo. Nel frattempo, i volontari hanno allestito una tendopoli per continuare ad accogliere centinaia di donne e uomini migranti che arrivano a Roma in fuga da guerre, fame e povertà.

Purtroppo ci si sta muovendo ora in una logica emergenziale quando il problema si conosce da tempo – aggiunge Viola de Andrade Piroli – Facciamo del nostro meglio per assistere le 250-300 persone che ogni giorno transitano in via Cupa.  Un numero che è destinato a crescere perché con l’arrivo del caldo aumentano gli sbarchi. Il rischio è quello di raggiungere il picco di 800 persone della scorsa estate e di non essere in grado di accogliere con dignità e umanità queste persone. La situazione è già al limite soprattutto dal punto di vista igienico-sanitario. Manca acqua, corrente e ci sono solo due bagni chimici per 300 persone. Per fortuna a fornire cure mediche ci pensa la clinica mobile e gli operatori di Medici per i Diritti Umani (Medu). Ma c’è anche tanta solidarietà, sono in molti tra cittadini e commercianti che ci portano cibi e vestiti”.

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Oggi l’accampamento di Via Cupa è diventato così il luogo simbolo dell’incapacità e della mancanza di volontà dell’amministrazione comunale di elaborare un piano chiaro in grado di affrontare in maniera strutturale la questione del transito dei migranti.

Serve un centro per migranti in transito a Roma”, prosegue Viola. Noi abbiamo fatto presente che c’è l’ex istituto ittiogenico che ha tutti i requisiti richiesti per l’accoglienza e per continuare a sperimentare un nuovo modello di accoglienza, non solo l’assistenza medica e legale ma anche attività didattiche e ricreative”.

Che ne pensa la neo sindaca di Roma? Virginia Raggi a pochi giorni dalla sua elezione ha dichiarato diverse volte di volersi occupare seriamente della situazione “disumana e non più tollerabile”, dei migranti di passaggio nella Capitale. Anche perché la convivenza tra immigrati e residenti inferociti per la condizione della strada si sta facendo sempre più complicata. A questo proposito una delegazione del Comitato Cittadini di Via Tiburtina ha organizzato una manifestazione per martedì 26 luglio, direttamente sotto la Prefettura di Roma per chiedere lo smantellamento della tendopoli in Via Cupa.

Che cosa succederà nell’immediato non è chiaro, sta di fatto che l’assenza della sindaca all’incontro del cinema italiano con i migranti ha fatto storcere il naso un po’ a tutti i presenti, tra registi, volontari e cittadini. “Virginia, non ci sei e ti tagghiamo”, hanno fatto sapere gli artisti alla prima cittadina.

Ma a dare forfait all’evento sono stati anche molti rappresentanti del cinema e firmatari dell’appello.  Un’occasione mancata per ascoltare da vicino le storie dei tanti migranti che affollano la stradina di Via Cupa. Come quella di Abdel, un ragazzo di non più di 25 anni che ha lasciato in Eritrea la moglie e il figlio e ha raggiunto le coste della Sicilia su un gommone dove erano stipate almeno 400 persone prima di essere soccorso dalle navi della Marina Militare.  “Appena giunto a Roma sapevo già che in via Cupa c’era un punto di accoglienza. Io voglio solo riprendere le forze e ripartire. In Eritrea non hai la possibilità di fare niente. Il governo non ti permette di fare niente. C’è lavoro ma non c’è democrazia. L’unica soluzione che abbiamo è andarcene e tentare la fortuna in Europa. Decidiamo di mettere le nostre vite nelle mani di DioVoglio andare a Londra anche se con la Brexit sarà più difficile riuscire a trovare lavoro”.

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Ale (nome di fantasia) viene invece dal Sudan. Qui i conflitti ricorrenti tra le forze governative ed i gruppi armati ribelli, gli scontri intertribali e il banditismo armato hanno provocato una grave crisi umanitaria e un esodo di massa non solo verso altri stati africani ma anche verso l’Europa. Ale è arrivato in Italia da 15 giorni ed è a Roma da quattro. “Dopo una lunga traversata su una barchetta dove ero insieme ad altre duecento persone, siamo stati raccolti dalla guardia costiera. Nel mio paese ci sono tantissime guerre e non si riesce a vivere tranquilli. Spero di riuscire a raggiungere la Francia dove ho uno zio che mi aspetta e che spero mi possa aiutare. Vivrò una vita decorosa, studierò il francese e avrò un buon lavoro”.

Nell’immaginario collettivo è ben radicato lo stereotipo che vede l’immigrato in fuga dalla miseria e senza alcuna competenza. Ma c’è anche gente come Eric (altro nome di fantasia), che in Somalia ha studiato come giornalista e ha svolto un tirocinio presso una piccola agenzia di stampa. “Fare il giornalista nel mio paese è molto pericoloso”, dice: con 45 reporter assassinati dal 2007, la Somalia è infatti uno dei paesi più pericolosi al mondo per la stampa. Il 6 giugno scorso Sagal Salam Osman, produttrice a Radio Mogadiscio, è stata uccisa da uomini armati non identificati nella capitale somala. Eric, a differenza di tanti altri, sogna di rimanere in Italia dove è arrivato un mese fa. “Conosco tre lingue e voglio imparare l’italiano per tentare la carriera giornalistica nel vostro paese e aiutare a far capire alla gente che noi non siamo pericolosi e non vogliamo rubare il lavoro. Le persone devono essere libere di muoversi, scegliere dove vivere sulla terra”.

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