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Coste italiane, la brutta pagella di Goletta Verde

Il triste resoconto del rapporto 2016 di Legambiente lungo le coste italiane

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Le analisi per il rapporto di Goletta Verde sono state condotte dall’8 Giugno all’8 Agosto e ogni 54 chilometri di costa italiana sono stati rivelati punti inquinati con nelle acque sostanze pericolose per la salute dell'uomo. Ora pagheremo tutti le multe dell'UE

Come ogni anno è stato presentato il resoconto dell’indagine condotta da Goletta Verde di Legambiente lungo le coste italiane.  

I punti di prelievo sono stati selezionati grazie al lavoro dei circoli di Legambiente e alle segnalazioni dei cittadini sono stati analizzati campioni di acqua in 265 punti, uno ogni 28 km di costa. Le analisi sono state condotte dall’8 Giugno all’8 Agosto. I campioni, portati in laboratorio, sono stati analizzati per rilevare sostanze pericolose per la salute dell’uomo (come enterococchi intestinali o escherichia coli). Sotto il profilo chimico-fisico, sono stati analizzati il pH, la temperatura, l’ossigeno disciolto, la conducibilità e la salinità. Le analisi sono state condotte utilizzando come riferimento i valori limite per la balneazione indicati dal Decreto del Ministero della Salute del 30 marzo 2010, nell’Allegato A. Tra le acque destinate alla balneazione, Goletta Verde ha incluso le acque di transizione (in base a quanto indicato dal Dlgs 116/2008), ovvero i “corpi idrici superficiali in prossimità della foce di un fiume, che sono parzialmente di natura salina a causa della loro vicinanza alle acque costiere, ma sostanzialmente influenzati dai flussi di acqua dolce”.

Sorprendenti, specie se confrontati con le promesse di molti amministratori locali, i risultati ottenuti: “Rispetto agli anni precedenti la situazione dell’inquinamento è confermata – ha detto il responsabile scientifico di Legambiente, Giorgio Zampetti -. Non abbiamo riscontrato miglioramenti o peggioramenti significativi, il che per noi è un dato negativo. Sui problemi cronici, i punti dove da 5 anni si riscontra un forte inquinamento, non è cambiato nulla”. In altre parole, ben sapendo, dai dati rilevati negli anni passati, che la situazione delle acque era pessima, in molti casi nessuno ha ritenuto opportuno fare nulla per intervenire efficacemente.

I risultati, divisi in tre gruppi classificati in base alla qualità delle acque come “entro i limiti”, “inquinato” e “fortemente inquinato”, hanno dato risultati preoccupanti: ogni 54 km di costa si rileva un punto inquinato. Su 265 campioni di acqua analizzati, più della metà (il  52 per cento) è risultato con cariche batteriche elevate. La stragrande maggioranza (l’88 per cento) di questi siti pericolosi per la salute si trova in corrispondenza della foce dei fiumi di fossi o di canali di scolo lungo la costa: ciò significa che la causa di questo stato di cose è quasi sempre antropica.   

“Nonostante siano passati ben 11 anni dalle scadenze previste dalla direttiva europea sulla depurazione, l’Italia, infatti, è ancora in fortissimo ritardo” ha detto ancora Zampetti. E la cosa più assurda è che le multe per queste infrazioni saranno i cittadini a pagarle: circa un terzo degli agglomerati urbani a livello nazionale è coinvolto da provvedimenti della Commissione europea. A partire dal 2016, il nostro Paese dovrà pagare 480 milioni di euro all’anno, fino al completamento degli interventi di adeguamento. Circa un quinto di queste aree inquinate e pericolose per la salute dei cittadini soffre di “inquinamento cronico”: dal 2010 ad oggi sono risultate fuori i limiti di legge per almeno 5 volte. Tutte le regioni costiere hanno almeno un punto “malato cronico” come lo definisce il rapporto di Legambiente.

Nel 2016, il 25 per cento della popolazione italiana vive ancora in aree non servite da impianti depurazione. E la cosa più grave è che spesso neanche lo sa: uno dei maggiori problemi rilevati è la scarsa informazione. Spesso anche in aree non utilizzabili per la balneazione mancano le segnalazioni di divieto (figurarsi quelli informativi sulla qualità delle acque). Secondo la normativa vigente, da due anni, i Comuni costieri dovrebbero apporre sulle spiagge cartelli informativi contenenti dati quali, ad esempio, la classe di qualità del mare, i risultati delle ultime analisi e le eventuali criticità della spiaggia stessa. (in base alla media dei prelievi degli ultimi quattro anni). I tecnici di Goletta Verde, però, hanno rinvenuto questi cartelli solo nel 5 per cento dei campioni esaminati! E gli altri?

In alcuni casi le responsabilità non sono solo di chi inquina e di chi non interviene, mancano anche i controlli da parte delle autorità preposte. Secondo il rapporto di Goletta Verde, un campionamento su tre non è stato eseguito dalle autorità competenti (la motivazione addotta è che a volte si tratta di luoghi non adibiti alla balneazione secondo i piani redatti a inizio stagione da Regioni e Comuni).

Eppure, non più tardi di qualche mese fa, all’EXPO2015 l’Italia era stata presentata come un paradiso per i turisti. Un paradiso che può arrecare seri danni alla salute. Come ha confermato anche il WWF nel suo dossier “Italia: l’ultima spiaggia – Lo screening dei mari e delle coste della Penisola”. 

Dai dati forniti emerge che Anche negli ultimi 50 anni, la densità dell’urbanizzazione in una fascia di 1 km dalla linea di costa è passata dal 10 al 21 per cento, ma in alcune regioni come la Sicilia ha raggiunto il 33 per cento o, in Sardegna, il 25 per cento. A questo si aggiunge che il 25 per cento della piattaforma continentale italiana è interessata da attività di estrazione degli idrocarburi (122 le piattaforme offshore attive e 36 le istanze presentate per nuovi impianti).

Anche i dati forniti da Federutility (la Federazione delle imprese energetiche e idriche), denunciano uno stato delle cose preoccupante: su tutto il territorio nazionale sono ben 820 gli aggregati urbani, cioè i gruppi di comuni, sotto la lente dell’UE per la mancata depurazione e per l’inquinamento di fiumi, mare e campagne, oltre 100 le località bocciate dalla procedura di infrazione sulla depurazione. Attualmente la maggioranza dei rifiuti viene smaltita in maniera impropria in discariche non sanitarie e una parte di essi defluisce in mare.

A questo si aggiungono i danni e i pericoli derivanti dallo scarico illegale di rifiuti tossici (compresi materiali radioattivi) tramite l’affondamento di navi. L’allarme è stato denunciato diverse volte negli ultimi anni e sono state adottate alcune misure per mappare le navi inabissate valutandone i contenuti. Ma la situazione non è migliorata. Così come non è migliorata la situazione delle coste del Bel Paese. Un problema di una gravità inaudita non solo per la salute dei cittadini ma anche perché il turismo rimane uno dei (pochi) settori attivi che contribuisce al mantenimento dell’Italia.

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