Cerca

MediterraneoMediterraneo

Commenti: Vai ai commenti

Si vota in Italia? Ecco che spunta il Ponte di Messina

Il premier Matteo Renzi rilancia la proposta del Ponte sullo Stretto di Messina. Storia di una presa in giro

ponte stretto messina
L’idea di ricongiungere l’Italia continentale con la Sicilia non è nuova: risale addirittura al 251 a.C.... Dopo oltre duemila anni di progetti mai realizzati, negli ultimi anni appare chiaro a tutti che l’argomento “ponte sullo Stretto”, attirando l’interesse dell’opinione pubblica, è diventato uno strumento da utilizzare nelle varie campagne elettorali

Nei giorni scorsi, il premier Matteo Renzi è riuscito a catturare di nuovo l’attenzione dei media. Dopo lo schiaffo alla Merkel e a Hollande (costato al governo italiano l’invito all’incontro di Berlino), il “nuovo che avanza” ha rilanciato la proposta di realizzare un ponte sullo Stretto di Messina. A rilanciare questa idea era già stato, qualche mese fa, il ministro Angelino Alfano.

L’idea di ricongiungere l’Italia continentale con la Sicilia non è nuova: risale addirittura al 251 a.C.: a parlarne fu il console Lucio Cecilio Metello che propose di costruire un ponte di barche e botti per trasportare dalla Sicilia 140 elefanti catturati ai Cartaginesi nella battaglia di Palermo. Nel corso dei secoli, sovrani ed esperti non si sono risparmiati nel proporre tecniche e stratagemmi per costruire “il ponte” (ci provò addirittura Carlo Magno). E a volte i progetti furono davvero arditi. Come quello del 1870 che prevedeva di superare lo spazio tra le due Sicilie realizzando un tunnel sottomarino di 22 km (l’idea proposta dall’ingegner Carlo Navone si ispirava a quella di Napoleone di creare una galleria sotto la Manica – opera che, però, sebbene dopo alcuni secoli, è stata effettivamente realizzata). Fu predisposto un progetto ma, alla fine, non se ne fece niente. L’idea di un passaggio sotterraneo venne riproposta, nel 1921, dall’ingegner Emerico Vismara. Ancora una volta fu un buco nell’acqua (quella dello Stretto…). Nel 1934, ormai in vista dello scoppio del conflitto, fu un militare a riproporre di collegare i due pezzi d’Italia: Antonino Calabretta, generale del genio navale, propose di realizzare un ponte tra Punta Faro e Punta Pezzo. Non se ne fece nulla. Ma, come sempre, in periodo di guerra le idee non mancano e, l’anno dopo, il comandante Filippo Corridoni ripropose l’idea del tunnel sotterraneo. Anche questa proposta non divenne mai realtà.

A far fallire tutti i tentativi sono stati diversi problemi. Il primo è quello legato ai fondali marini, irregolari e profondi, ma contro l’idea di costruire un raccordo fisso tra le due parti d’Italia insorgono anche le correnti impetuose, i forti venti, la tipologia del suolo sulle coste e, ultima ma non ultima, l’elevata sismicità della zona. Per questo tutti quelli che si sono cimentati nel tentativo di progettare e proporre una soluzione non sono andati oltre: l’ingegnere statunitense David B. Steinman (una specie di Renzo Piano dei tempi), la Fondazione Lerici del  Politecnico di Milano (che confermò che la composizione del suolo rendeva impossibile la sua realizzazione dell’opera con le tecnologie dei tempi) e poi nell’ordine  Finsider, Fiat,  Italcementi, Pirelli, Italstrade e molti altri.

Alla fine degli anni Sessanta fu bandito un concorso pubblico al quale parteciparono tutti i maggiori progettisti mondiali. Alla fine, la commissione valutatrice (presieduta dal direttore generale dell’ANAS, Ennio Chiatante), dichiarò vincitore il progetto di Grant Alan and Partners, Covell and Partners, Inbucon international che prevedeva di costruire un tunnel a mezz’acqua ancorato al fondo mediante cavi in acciaio. Nel 1971, il governo Colombo, con la legge n. 1158, autorizzò la creazione di una società di diritto privato a capitale pubblico, per la progettazione, realizzazione e gestione di un “ponte stabile” viario e ferroviario. Ma non se ne fece niente.

Poco dopo apparve chiaro a tutti che l’argomento “ponte sullo Stretto” attirava l’interesse dell’opinione pubblica più di molti altri. Per questo divenne strumento da utilizzare nelle varie campagne elettorali. Nel 2001, i due principali candidati alla guida del governo, Silvio Berlusconi e Francesco Rutelli, lo usarono come specchietto per le allodole durante la campagna elettorale per attrarre voti in Sicilia e in Calabria. Se ne riparlò nel 2005, durante il governo Berlusconi, ma dopo pochi mesi la Direzione investigativa antimafia dichiarò che il ponte sullo stretto di Messina è diventato “interessante” anche per Cosa nostra. E tutto scemò. Pochi mesi (inizio 2006) e il nuovo governo, guidato da Romano Prodi, disse che il ponte “non s’aveva da fare”. Pareva che sul progetto fosse stata scritta definitivamente la parola fine, ma due ministri dello stesso governo pensarono che la penale da pagare per la mancata esecuzione dei lavori (500milioni di euro) sarebbe stata troppo salata. Quindi, nuovo cambio di rotta e nuovo via libera alla realizzazione del ponte sullo stretto di Messina.

stretto di Messina

Si arriva così al  2011, quando il Parlamento vota una mozione dell’Idv, con la quale vengono eliminati “i finanziamenti per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina”. Passano pochi giorni e la maggioranza, guidata dal Pdl, ribadisce che il ponte “si farà”. Dichiarazioni confermate dal presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, e, soprattutto, dal Ministro della Difesa Ignazio La Russa le sui dichiarazioni sono confermate da una nota ufficiale del governo Berlusconi che ribadisce che “l’opera è solo in parte finanziata dall’intervento pubblico. L’onere complessivo dell’infrastruttura prevede anche la partecipazione di capitale privato, l’utilizzo di Fondi strutturali e di altre fonti”.

Il governo Berlusconi, però, non dura abbastanza a lungo e il governo “tecnico” di Mario Monti, dichiara per voce di Corrado Clini, ministro dell’Ambiente, che “non esiste l’intenzione di riaprire le procedure per il ponte sullo stretto di Messina, anzi al contrario, il governo vuole chiudere il prima possibile le procedure aperte anni fa dai precedenti governi”. Ennesimo cambio della guardia (e nuove multe a carico dei cittadini innocenti: per questo il professore inserisce nella legge di stabilità 300 milioni di euro da destinare al pagamento delle penali per la mancata realizzazione del progetto). Non passa neanche un mese, e, a ottobre 2012, lo stesso Monti delibera una proroga di due anni per l’approvazione del progetto definitivo del ponte sullo Stretto di Messina al fine di verificarne la fattibilità tecnica e la sussistenza delle effettive condizioni di bancabilità…. L’opera viene considerata realizzabile e fruibile entro il 2019.

Intanto, in tutto questo marasma di progetti e di false promesse, l’Unione Europea prende una decisione importante: non include il ponte sullo stretto tra le opere pubbliche cui sono destinati i fondi comunitari. E senza questi soldi, è praticamente impossibile che l’opera possa risultare economicamente conveniente (nonostante le dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, che promuove la sua realizzazione a prescindere dall’eventuale finanziamento della Ue, “in quanto le risorse per il manufatto saranno reperite sul mercato”). Infatti, a novembre 2012, due  aziende cinesi (la China Investment Corporation (Cic) e la China communication and construction company (Cccc)) si dichiarano disponibili a finanziare l’opera. Per questo, con la Legge 221/12 si decide di stipulare un nuovo contratto con il general contractor Eurolink (ovviamente con nuove previsioni di spesa…). Ma ancora una volta tutto si scioglie: con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, il 15 aprile 2013, la società Stretto di Messina S.p.A. viene posta in liquidazione non prima di aver indennizzato Eurolink di 45 milioni di euro.

Non passa neanche un anno però che, come una fenice che risorge dalle proprie ceneri, il ministro Alfano rilancia l’idea di realizzare un’unione fisica tra la Sicilia e il resto d’Italia: promette che il ponte si farà. “Non vedo ragioni per cui non si debba più parlare del Ponte sullo Stretto di Messina. E noi in Parlamento presentiamo una proposta di legge per realizzarlo”. Per questo viene presentata e approvata alla Camera una mozione del Nuovo centrodestra (suggerita dal sottosegretario ai Trasporti Umberto Del Basso De Caro) per «valutare l’opportunità di una riconsiderazione del progetto del Ponte sullo Stretto come infrastruttura ferroviaria previa valutazione e analisi rigorosa del rapporto costi-benefici”.

Nei giorni scorsi, è stato Renzi a rilanciare l’idea del ponte sullo Stretto come strumento per “togliere la Calabria dall’isolamento e far sì che la Sicilia sia più vicina”.

Questa volta però sono stati in molti a non credere più alle sue promesse. Non solo perchè la realizzazione non sarebbe né facile da realizzare né, tanto meno, economicamente vantaggiosa (motivo per cui gli imprenditori cinesi se la sono data a gambe), ma soprattutto perché non esistono i presupposti “politici” perché ciò avvenga. A sottolinearlo è stato uno dei potenziali interessati alla realizzazione dell’opera: il sindaco di Messina, Renato Accorinti. “Renzi l’ho visto poco tempo fa in Calabria per l’inaugurazione dell’elettrodotto Terna: diceva che non era totalmente contrario al Ponte ma che prima ci volevano le infrastrutture. Quindi o quella di oggi è una battuta o ci prende in giro”, ha detto Accorinti. E in effetti non gli si può dare torto: in Sicilia molte delle infrastrutture primarie mancano del tutto o non sono per niente funzionali. Lo stato delle strade e autostrade dell’isola è tragico (dopo il crollo di diversi pezzi della PA-CT sono ancora lontani i tempi per il completamento dei lavori di ripristino, la PA-ME inaugurata ben 17 volte – l’ultima da Berlusconi – è ben lontana dall’essere stata completata e molte delle strade principali versano in condizioni pessime). A questo si aggiungono altri problemi altrettanto importanti, come quello del trattamento dei rifiuti che, dopo l’ordinanza e l’inevitabile commissariamento da parte del governo (i termini erano irraggiungibili e lo si sapeva bene), non lascia prevedere niente di buono: la realizzazione dei termovalorizzatori voluti dal governo richiederà anni (ammesso che vengano mai completati) e comunque non basterà a risolvere se non in minima parte il problema. Per non parlare di molti altri problemi non meno importanti come la sanità o l’istruzione: a oltre un mese dall’inizio della Buona Scuola voluta dal governo Renzi, in molti degli istituti siciliani mancano i docenti.

E si potrebbe parlare ancora a lungo per descrivere la situazione di grave crisi economica a lavorativa della regione. Una situazione che il “nuovo che avanza” conosce bene. Al punto che, nel rilanciare l’idea del ponte, ha battuto proprio sul tasto della creazione di nuovi posti di lavoro:  il ponte sullo Stretto di Messina dovrebbe creare “centomila posti di lavoro”, ha detto Renzi. Peccato che abbia dimenticato di dire che questa opera è stata cancellata dal registro delle grandi opere del CIPE (nel 2012). E senza fondi, né privati né pubblici, realizzare un progetto faraonico come quello del ponte sullo Stretto è matematicamente impossibile (ammesso che lo sia tecnicamente).

A meno che…..a meno che, naturalmente, non si sia già in campagna elettorale…

      

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter