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Gli “sfollati” del Mar Mediterraneo, secondo l’Europa

La direttiva 2001/55/CE del Consiglio dell’Unione Europea del 20 luglio 2001, pensata per l'immigrazione dall'ex Jugoslavia, è ancora in vigore

Immigrati siriani e iracheni, a Lesbo in Grecia

Né rifugiati, né profughi, né naufraghi. Le persone che arrivano dal Mediterraneo sono considerate, dall'Europa, "sfollati", e secondo questa norma, recepita da tutti i paesi dell’Unione, gli stati membri possono rilasciare un permesso temporaneo della durata massima di sei mesi rinnovabili a un anno

Non passa giorno senza che sui media si parli del problema “migranti” del Mediterraneo. Le ONG si mostrano offese dopo aver perso la gallina dalle uova d’oro. Le autorità locali dimostrano ogni giorno che passa che non sono più in grado di gestire il fenomeno. La prova sono i tafferugli (e le relative polemiche mediatiche e politiche) che sono seguiti agli sgomberi forzati (forse un po’ troppo, stando ai video diffusi dai media) di alcuni migranti nella città di Roma “convinti” con gli idranti  dalle forze dell’ordine ad allontanarsi dal posto dove si erano accampati.

E poi i governi, ultimi ma non ultimi, non perdono l’occasione di dimostrare la propria incapacità di risolvere la questione. Ultimo ma non ultimo, l’incontro con Macron, Merkel, Rajoy e i leader di Ciad, Niger e Mali, previsto per il 29 giugno a Parigi. Un appuntamento che pare confermare quanto è stato fatto fino ad ora: la Merkel ha incontrato Macron all’Eliseo in un accordo bilaterale (come dire: “mettiamoci d’accordo prima del meeting”); Gentiloni gongola per il giudizio positivo dei leader di altri paesi europei per il regolamento proposto dal governo italiano alle ONG: “Il salvataggio in mare resta una priorità. Germania, Francia, Spagna e l’Alto rappresentante Ue si felicitano – si legge nel documento – per le misure prese dall’Italia nel pieno rispetto del diritto internazionale. Il codice di condotta in materia di salvataggi in mare è un passo avanti positivo che consente di migliorare coordinamento e efficacia dei salvataggi. I capi di Stato e di governo chiedono a tutte le ONG che operano in zona di firmare il codice e di rispettarlo”. Dimenticando che questo regolamento è considerato da molti inapplicabile e di scarso valore dato che pare violi molti articoli degli accordi internazionali sulla navigazione fuori dei confini – lo stesso governo libico ha messo subito in chiaro che non intende accettare iniziative all’interno delle proprie acque territoriali.

Anche la felicità del ministro Minniti per l’esito dell’incontro a Roma con 14 sindaci sorprende: non bisogna dimenticare che ad oggi in Libia non c’è nemmeno un governo unico, ce ne sono due e finora nemmeno l’intervento delle NU è riuscito a chiarire le posizioni. Senza contare che anche si dovesse arrivare a sottoscrivere un documento ciò non sarebbe in nessun modo una garanzia: tutti gli accordi sui migranti sottoscritti fino ad ora non sono stati rispettati. Come i famosi contributi che ogni paese avrebbe dovuto versare al Fondo per l’Africa. Una raccolta di recente rifinanziata dall’UE (sulla carta) ma che finora non è servita per raggiungere uno degli obiettivi fondamentali, ovvero combattere la povertà. Una matassa che non sarebbe difficile sbrogliare. Se solo ci si decidesse, una volta per tutte, a capire “chi” sono realmente i migranti. E, fatto questo, assumere una politica unitaria all’interno dell’Unione Europea.

“Chi” sono quelli che arrivano in Europa attraversando il Mediterraneo? Non solo quelli che arrivano sui barconi che fino a poche settimane fa le ONG correvano a salvare, ma anche quelli che hanno cercato di sfondare la frontiera con la Spagna dal Marocco e buona parte di quelli che cercano di entrare nell’UE dalla Grecia. Persone (questo sono prima di tutto i migranti) alle quali sono stati riservati trattamenti molto diversi. Alla vigilia dell’incontro di Parigi la Merkel, in un’intervista alla Welt am Sonntag, ha dichiarato: “Non può essere che Grecia e Italia debbano sopportare da sole tutto il carico, soltanto a causa del fatto che la loro posizione geografica è tale che i profughi arrivano da loro. Per questo i profughi vanno distribuiti in modo solidale”.

Immigrati in salvo, durante un’operazione della missione Triton (2015)

Già la Grecia, che con l’Italia ha accolto moltissimi migranti (oltre che rifugiati e profughi) nella speranza di trasferirli in altri paesi dell’UE. Addirittura, in un primo momento, i paesi europei avevano firmato un accordo per accoglierne una parte considerevole. Tornano alla memoria le immagini di due anni fa, a Monaco, quando la Cancelliera Merkel si faceva fotografare mentre ne accoglieva un folto gruppo con l’inno ufficiale europeo. Salvo poi, poche settimane fa, a telecamere spente, chiederne il rimpatrio nel “primo paese d’ingresso”, ovvero la Grecia. In Turchia molti minori accolti come profughi finiscono sfruttati come manodopera a basso costo soprattutto nel comparto tessile (spesso in violazione delle norme internazionali).

Ancora peggiore la situazione in Spagna dove è stato istituito un posto di blocco al di là dello stretto di Gibilterra. Solo ai titolari di visto o permesso di soggiorno è permesso varcare al frontiera con la Spagna e, quindi, con l’Unione Europea. Ma non appena alcune centinaia di migranti hanno cercato di superare la barriera (due imponenti recinzioni, ognuna di esse alta tre metri, e una rete di cavi di acciaio che segna il confine tra il Marocco e la Spagna) le autorità iberiche hanno deciso di utilizzare l’esercito. E non è la prima volta: lo stesso era avvenuto pochi mesi fa, a dicembre dello scorso anno, quando 400 migranti erano penetrati clandestinamente nel territorio di Ceuta. Anche in quel caso si era fatto ricorso alle forze armate. Stessa cosa in Francia, lo scorso anno: qui i migranti raggruppati non lontano dal tunnel della Manica, confine con la Gran Bretagna, sono stati cacciati con gli idranti e allagando l’area per renderla impraticabile (e in modo ben più violento di quanto non sia avvenuto a Roma nei giorni scorsi).

Tutte notizie finite in prima pagine e oggetto di interminabili polemiche tra i buonisti, i puristi e chiunque avesse letto anche solo il titolo dei giornali, che, stranamente, non  si sono mai presi la briga di leggere la “legge”. Premesso che, come abbiamo ripetuto decine di volte, la maggior parte di quelli che arrivano in Italia attraverso il Mediterraneo non sono né profughi né rifugiati – secondo i dati diffusi nei giorni scorsi dal Ministero dell’Interno la maggior parte proviene da Nigeria (16.562), Bangladesh (8.728), Guinea (8.726), Costa d’Avorio (8.132), Mali (5.756), Eritrea (5.592), Gambia (5.511), Senegal (5.460), Sudan (4.909) e Marocco) – come bisogna considerare le persone che cercano di entrare in Europa? Quasi tutte provengono da paesi dove la situazione politica ed economica è terribile ma non tale da poter  richiedere asilo in Italia (chi volesse approfondire la ricerca può trovare i dati su Europa.eu).

Inutile dire che anche la qualifica di “naufraghi” (come vorrebbero far credere le ONG che si affrettano a salvarli) spesso è inesatta. Le leggi del diritto marittimo internazionale sono chiare. L’ “obbligo” di prestare soccorso (previsto dall’articolo 98 della Convenzione di Montego Bay (recepita nel nostro ordinamento giuridico) stabilisce che ogni stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri, presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo. Non di questa o quella ONG (come sembrerebbe prevedere il regolamento proposto dal governo italiano): in caso di segnale di soccorso, le navi più vicine sono obbligate ad intervenire. Gli articoli 489 e 490 del codice della navigazione disciplinano, rispettivamente, le ipotesi di assistenza e salvataggio, quando la nave in pericolo sia del tutto incapace di manovrare e vi sia una situazione di pericolo per le persone. In questo caso, il diritto internazionale del mare stabilisce che i naufraghi salvati debbano essere sbarcati “nello scalo successivo”. Scalo successivo significa l’ “approdo più vicino in miglia nautiche” a patto che sia sicuro. Cioè la Tunisia o Malta. Non la Sicilia o l’Italia.

Immigrati a Lampedusa (Foto Flickr: Vito Manzari)

Ma allora “chi sono” le decine e decine di migliaia di persone che cercano di entrare in Europa la maggior parte delle quali attraverso il Mar Mediterraneo? A dare una risposta a questa annosa domanda potrebbe essere la direttiva 2001/55/CE del Consiglio dell’Unione Europea del 20 luglio 2001, che indica le “norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi”. Questa norma (e qui si ride), era stata pensata proprio per far fronte ad un problema analogo: il massiccio afflusso in Europa di persone ai tempi degli scontri nell’ex Jugoslavia, negli anni Novanta. Nella norma si parla di “sfollati” ovvero di “cittadini di paesi terzi o apolidi che hanno dovuto abbandonare il loro paese o regione d’origine o che sono stati evacuati, in particolare in risposta all’appello di organizzazioni internazionali, ed il cui rimpatrio in condizioni sicure e stabili risulta impossibile a causa della situazione nel paese stesso, anche rientranti nell’ambito d’applicazione dell’articolo 1A della convenzione di Ginevra o di altre normative nazionali o internazionali che conferiscono una protezione internazionale”), e di “afflusso massiccio” (l’arrivo nella Comunità di un numero considerevole di sfollati, provenienti da un paese determinato o da una zona geografica determinata, sia che il loro arrivo avvenga spontaneamente o sia agevolato, per esempio mediante un programma di evacuazione”). Questa norma, recepita da tutti i paesi dell’Unione, prevede che a questi “sfollati” gli stati membri possono rilasciare un permesso temporaneo (della durata massima di sei mesi rinnovabili a un anno) con il quale “consentono alle persone che godono della protezione temporanea, per un periodo non superiore alla durata di quest’ultima, di esercitare qualsiasi attività di lavoro subordinato o autonomo, nel rispetto della normativa applicabile alla professione, nonché di partecipare ad attività nell’ambito dell’istruzione per adulti, della formazione professionale e delle esperienze pratiche sul posto di lavoro”.

In altre parole, quelli che arrivano sui barconi in Italia, non dovrebbero essere rinchiusi in centri di prima accoglienza, ma, una volta identificati, dovrebbero essere lasciati liberi di circolare, lavorare e studiare non solo in Italia o in Grecia o in Spagna, ma in tutti i paesi dell’UE. “Finché dura la protezione temporanea, gli Stati membri cooperano tra loro per il trasferimento della residenza delle persone che godono della protezione temporanea da uno Stato membro all’altro, a condizione che le persone interessate abbiano espresso il loro consenso a tale trasferimento”. Altro che chiudere le frontiere e sospendere il trattato di Schengen come hanno fatto molti paesi dell’UE che hanno addirittura costruito delle barriere fisiche! O, come ha appena fatto l’Austria, mettere i militari ai confini con l’Italia per controllare il passaggio alle frontiere! Anche sulla valutazione della richiesta d’asilo, il trattato è chiaro: “Si applicano i criteri e le procedure per la determinazione dello Stato membro competente per l’esame della domanda d’asilo. In particolare, lo Stato membro competente per l’esame della domanda di asilo presentata da una persona che gode della protezione temporanea ai sensi della presente direttiva è lo Stato membro che ha accettato il trasferimento di tale persona nel suo territorio”. Quindi se uno Stato ha accolto quelle persone, non può rimandarle indietro nel paese d’ingresso dell’Unione (come, invece, ha fatto la Germania rispedendo i rifugiati in Grecia).

Nel trattato si parla di “Solidarietà” e di “Cooperazione amministrativa”. Parole che sembrano scomparse nei dizionari di molti paesi dell’Unione. Che hanno dimenticato che questi flussi dei “persone” (basta continuare a cercare neologismi come “migranti”, “sfollati” o altro) non si arrestano con i soccorsi in mare né con accordi internazionali mai rispettati o che violano le leggi internazionali: per farlo è necessario consentire a questi paesi africani (che sono tra i territori più ricchi di materie prime del pianeta)  di crearsi un’economia sostenibile. È a questo che dovrebbero servire i finanziamenti previsti dal Fondo per l’Africa: rifinanziato (sulla carta) dall’UE, di recente, finora è stato incapace di rispettare quello che è uno dei principi fondamentali su cui si fonda, ovvero combattere la povertà. E fino ad ora, non sono serviti a nulla i richiami a fare di più ai vari paesi dell’UE da parte della Commissione Europea (l’ultimo nelle scorse settimane). L’ennesima conferma che quella europea è un’Unione quanto mai disunita dove ogni paese fa solo il proprio tornaconto, in barba alle leggi, agli sbarchi, ai migranti e agli sfollati.

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