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Cose di Cosa Nostra nei ricordi di un magistrato antimafia

A cura dell'Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso, intervista al magistrato Massimo Russo, allievo di Paolo Borsellino

di Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso
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Massimo Russo con Paolo Borsellino ai tempi in cui lavoravano alla Procura di Marsala

Massimo Russo era uno dei giovani magistrati a fianco di Paolo Borsellino quando era a capo della Procura di Marsala. Dopo la strage di Via D'Amelio, Russo fa parte della Direzione Distrettuale Antimafia occupandosi di mafia trapanese, la zona della Sicilia dove è nato e cresciuto. "E’ inevitabile che un siciliano meglio di altri riesca a decodificare aspetti molto significativi dell’organizzazione mafiosa"

L’Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso, presieduto dal professor Enzo Guidotto, si occupa da tanti anni di ricerca, documentazione e studio del fenomeno mafioso nelle sue molteplici manifestazioni, svolgendo – attraverso conferenze e convegni, anche nelle scuole – attività di approfondimento culturale e di sensibilizzazione civica sulla pericolosità che le organizzazioni che lo alimentano esercitano per la società, l’economia, la democrazia e le pubbliche istituzioni e si distingue da altre associazioni di impegno civico per la costante solidarietà nei confronti dei magistrati che operano in trincea.

Nel quadro di queste iniziative l’Osservatorio, che si avvale della collaborazione di persone che rivelano particolare attenzione per la divulgazione delle conoscenze in materia, ha ritenuto opportuno intervistare il dottor Massimo Russo – attualmente Giudice presso il Tribunale di sorveglianza a Napoli – che in passato si è occupato, dal 1991 al 2007, di criminalità organizzata, svolgendo funzioni di Pubblico Ministero prima a Marsala, quando il Procuratore capo era Paolo Borsellino, e dal 1994 a Palermo lavorando anche alla Direzione Distrettuale Antimafia: svolgendo inchieste soprattutto sulla mafia del Trapanese ha maturato una profonda conoscenza su “Cosa Nostra” di quella provincia.

Lo ringraziamo per la sua preziosa testimonianza nella convinzione che la conoscenza di fatti passati aiuti a comprendere meglio gli avvenimenti del presente e ad ipotizzarne gli sviluppi futuri.

Queste sono le risposte del magistrato Massimo Russo alle nostre domande.

Osservatorio: Lei arriva a Marsala nell’ottobre 1989 e nel novembre 1991 viene trasferito alla Procura. All’epoca il Procuratore Capo a Marsala era il dott. Borsellino, con il quale stabilì un forte rapporto umano oltre che professionale.

Massimo Russo

Il magistrato Massimo Russo

Russo: “Marsala è stata la mia prima sede, dopo avere terminato l’uditorato a Firenze. Lì ho fatto il giudice per due anni, successivamente sono stato trasferito alla Procura allora retta da Paolo Borsellino con il quale lavorai solo alcuni mesi, poiché nel marzo del 92 egli ritornò a Palermo per assumere l’incarico di procuratore aggiunto. Ma il rapporto umano iniziò da subito. Paolo Borsellino, per la comunità dei giovani magistrati del Palazzo di Giustizia di Marsala – molti, come me, di prima nomina- era un imprescindibile punto di riferimento  umano e professionale. Paolo si imponeva per la sua esperienza, per il suo carisma e per il suo tratto umano: era un uomo semplice, un padre di famiglia, simpatico, dalla battuta sempre pronta, ironico e col sorriso stampato in faccia, appena smorzato dalla perenne sigaretta tra le labbra. Sempre disponibile a venirci incontro e a misurarsi con le nostre difficoltà di giovani magistrati già alle prese con indagini complesse, anche di mafia: all’epoca, prima dell’istituzione delle Direzioni Distrettuali Antimafia, la Procura di Marsala si stava infatti occupando di diversi e importanti procedimenti contro Cosa Nostra. Ricordo la sua battuta con la quale sintetizzò l’atteggiamento che dovevamo avere nei confronti dei mafiosi: “pugno di acciaio in un guanto di velluto”. Un’altra volta,quando si rese conto che mi aveva assegnato un’indagine in cui erano coinvolti soggetti di Mazara del Vallo -che è la mia città natale dove all’epoca vivevo – mi chiamò e dissimulando la sua reale preoccupazione mi disse sorridendo: “Adesso ti occupi anche dei tuoi concittadini?”. Poi più seriamente aggiunse: “Forse non è opportuno che tu lo faccia perché prima o poi te la faranno pagare”. Pur comprendendo il suo atteggiamento protettivo, di rincalzo e con la sua stessa ironia,gli risposi: “Scusa Paolo, ma tu di dove sei?”. “Di Palermo”, rispose.“E finora che hai fatto? Di cosa ti sei occupato?” E lui, messo alle strette: “Della mafia palermitana”. Ed io: “E allora che vuoi?”. “Comunque stai attento”, concluse”.

Abbiamo notato che i giudici e gli investigatori, che più facilmente comprendono o sono riusciti a comprendere il linguaggio di Cosa Nostra, sono proprio coloro che sono siciliani e hanno vissuto da quelle parti.

“E’ inevitabile che un siciliano meglio di altri riesca a decodificare, a decifrare aspetti molto significativi e rilevanti dell’organizzazione mafiosa, non soltanto del suo aspetto squisitamente criminale ma soprattutto del suo atteggiarsi quotidiano all’interno della comunità in cui agisce e nella quale, purtroppo, riesce a catturare anche il consenso della gente. C’è infatti una dimensione di normalità, di quotidiana normalità mafiosa, mai abbastanza analizzata e contrastata, che un siciliano vive e avverte come nessun altro perché la mafia non è soltanto la temibile e terribile organizzazione criminale che adesso tutti conoscono ma è soprattutto una forma di sottocultura ben radicata in molte fasce sociali. Quindi, chi meglio di un siciliano può capire tutto ciò? Io stesso, nel corso della mia esperienza professionale proseguita successivamente a Palermo, alla Direzione Distrettuale Antimafia, occupandomi della mafia del Trapanese, mi sono imbattuto in persone che conoscevo e con alcune delle quali da giovane avevo anche giocato a pallone o avevo preso un caffè al bar, gente che oggi è detenuta con condanna all’ergastolo per omicidi di mafia.

Proprio la profonda conoscenza ed esperienza della fenomenologia mafiosa, coniugata con le capacità tecniche, ha reso particolarmente efficace l’azione di molti investigatori siciliani che, anche per questo, hanno pagato con la vita l’impegno per l’affermazione della legalità che è la vera essenza della lotta alla mafia.

Qualche altro è riuscito a salvarsi. Penso al mio amico Rino Germanà, collaboratore di Borsellino prima e successivamente anche mio, che con un trasferimento quantomeno anomalo, fu rimandato a dirigere il Commissariato di Mazara del Vallo dove nel settembre del 92 scampò miracolosamente all’attentato perpetratogli da Bagarella, Graviano e Messina Denaro su ordine di Riina: il “capo dei capi”, nella strategia stragista di quell’anno, aveva deciso di eliminare anche quel giovane e brillante funzionario di Polizia che aveva capito troppe cose su Cosa Nostra e sulle complicità delle quali godeva a diversi livelli.

mancino germana

L’allora ministro degli Interni Nicola Mancino con il commissario Rino Germanà la sera dopo l’agguato mafioso

Germanà, grandissimo investigatore e profondo conoscitore della mafia del Trapanese è l’esempio, per fortuna vivente, della vera antimafia: antieroe, serio, riservato, senza etichette, che non ha  “spettacolarizzato” né mai strumentalizzato la sua vicenda umana e professionale e che non ha mai chiesto nulla: e che dallo Stato e da tutti noi ha ricevuto meno, molto meno di quello che meritava. Una vera icona, a dispetto – specialmente di questi tempi – di certa antimafia farlocca, folcloristica, parolaia, di auto blu a sirene spiegate, costruttrice di carriere, di interessi e relazioni se non anche di affari, che ha strumentalizzato storie e dolori, che cerca la vetrina, che parla di eroi per costruire le proprie fortune,  che ha fatto e continua a fare tanti danni. Ma nessuno alla mafia.

Perché non basta la celebrazione dei morti ammazzati dalla mafia se poi tutto ciò non si traduce in comportamenti virtuosi, coerenti, nella vita di tutti i giorni, perché l’antimafia non è una stella da appendersi al petto ma è fatta innanzitutto di azioni quotidiane, di sacrifici e di rinunce, di scelte spesso pesanti, di prezzi da pagare, di coraggio e di passione, di un credo smisurato nelle istituzioni e nella legalità. Penso agli insegnanti che, senza clamori, investono su cultura e conoscenza quale arma micidiale per recidere i vincoli perversi della suggestione del potere mafioso, agli imprenditori e ai commercianti che rifiutano di pagare il pizzo e che coraggiosamente denunciano, alle forze dell’ordine che con sacrificio assicurano le condizioni basilari del nostro vivere civile e ai tanti cittadini anonimi che silenziosamente assolvono ai loro doveri e si battono ogni giorno per la crescita democratica del nostro paese facendo la loro parte, piccola o grande che sia.

La mafia è sempre pericolosa, esiste, c’è, ma è pur vero che lo Stato e la società hanno vinto battaglie impensabili che l’hanno fiaccata,anche se non bisogna mai abbassare la guardia. Le stragi,mostrando a tutti, platealmente, il volto mostruoso della mafia, hanno costituito il propellente per una reazione collettiva che ha consentito di sviluppare nel tempo una vera cultura antimafiosa, specialmente nelle scuole”.

Spesso sentiamo dire, soprattutto da chi lavora nell’ambito giudiziario, giudici e non, che “come Borsellino e Falcone non ne esistono più, ci sono bravissimi giudici competenti, onesti e preparati ma come loro non ne nascono più”. Perché erano speciali?

Loro hanno operato in anni diversi, quando erano in pochi a parlare di mafia e pochissimi ad occuparsene davvero. Sono stati tra i primi ad avere capito quanto ampio e radicato fosse il fenomeno mafioso e nonostante ciò lo hanno davvero combattuto con strumenti molto più limitati rispetto a quelli che poi abbiamo avuto noi, proprio grazie al loro sacrificio. Ma Falcone e Borsellino sono stati molto di più che due grandissimi magistrati: con la loro costante dedizione al lavoro, con la loro incrollabile fiducia nelle Istituzioni, con le loro azioni giudiziarie, hanno dato risposta ad un forte bisogno di identificazione collettiva da parte della società sana, di quella parte che ha sempre creduto che il riscatto della Sicilia e del meridione passasse innanzitutto attraverso la lotta al potere mafioso. Così, sono divenuti l’emblema della lotta alla mafia e in molti si sono riconosciuti nel loro esempio, da imitare piuttosto che ammirare retoricamente”.

Lei è intervenuto alla presentazione del libro di Rosario Indelicato, L’inferno di Pianosa.Questo libro ha riaperto riflessioni profonde sul fenomeno dei collaboratori che venivano chiamati pentiti negli anni 80. Giovanni Falcone, nelle valutazioni probatorie relative al pentitismo, si esprimeva così: “Le rivelazioni dei pentiti devono essere valutate per quello che sono, spesso chiamate in correità o notizie apprese de relato, ma se non assistite da riscontri estrinseci restano un mero, equivoco indizio e non vi sono ostacoli giuridici all’utilizzazione di indizi come mezzi di prova. Il problema è valutare l’attendibilità con saggezza e oculatezza. Ma va puntualizzato che bisogna sempre adoperarsi per cercare riscontri obiettivi a tali dichiarazioni”. Questi principi espressi dal dottore  Falcone nel 1986 sono ancora attuali? Si applicano ancora oggi?

Basta leggere le più recenti massime della Corte di Cassazione per capire non solo quanto sono attuali ma soprattutto quanto innovativo fosse il pensiero di Falcone. D’altra parte egli aveva ben capito quanto fosse importante lo strumento dei collaboratori di giustizia per disarticolare Cosa Nostra, organizzazione segreta per antonomasia che fa della segretezza uno dei suoi maggiori punti di forza. Ma era al contempo perfettamente consapevole che si trattava di un’arma delicata e pericolosa, da maneggiare con cura e molta attenzione. Il tema riguarda innanzitutto la verifica, da farsi con estremo rigore,della credibilità del soggetto che rende dichiarazioni accusatorie, soprattutto se legittimamente dettate dall’interesse personale ad ottenere vantaggi e benefici (processuali, sconti di pena, economici, programma di protezione).

Si è oramai sedimentato nella giurisprudenza il percorso necessario per la loro utilizzabilità probatoria, imperniato giustamente su canoni di estremo rigore. Se un soggetto riferisce notizie riguardanti l’organizzazione mafiosa e i suoi appartenenti è regola di buon senso, prima ancora che regola giuridica, dimostrare innanzitutto che egli stesso abbia fatto parte del sodalizio o che fosse in rapporti tali con soggetti mafiosi da consentire tali confidenze. Insomma, si deve accertare se conosce effettivamente o é stato davvero nelle condizioni di potere conoscere ciò di cui parla.

Ma anche i contenuti della sua narrazione devono essere sottoposti a verifica per avere dignità di prova, attraverso il riscontro di elementi esterni idonei a confermare l’attendibilità della dichiarazione. La valutazione deve essere unitaria, dovendosi accertare insieme credibilità soggettiva e attendibilità oggettiva ma la Cassazione ha sempre ammesso che è possibile la valutazione “frazionata” delle dichiarazioni accusatorie,purché la parte della dichiarazione da valorizzare sia assistita da riscontri esterni e obiettivi mentre quella non riscontrata non deve essere tale da inficiare e compromettere la credibilità stessa del soggetto. Insomma, nelle sue dichiarazioni il soggetto può incorrere in qualche errore ma errori o dimenticanze non possono essere così macroscopici da pregiudicare la coerenza logica dello stesso racconto e con esso la credibilità del dichiarante. Se si osservano rigorosamente questi basilari canoni interpretativi si riduce il rischio di utilizzare dichiarazioni mendaci come purtroppo è accaduto, specialmente nel passato.

strage via d'Amelio

Palermo, 19 luglio, 1992: la strage di via D’Amelio

Un esempio: nel processo che si sta celebrando a Caltanissetta per la strage di via D’Amelio, sono emerse lacune gravi dal punto di vista investigativo e nella valutazione delle dichiarazioni rese dall’ex collaboratore Scarantino: quest’ultimo aveva accusato soggetti, poi condannati all’ergastolo e successivamente scarcerati in seguito alle dichiarazioni rese da un altro collaboratore di giustizia, Spatuzza,di ben altro spessore e attendibilità, che hanno dato vita al processo di revisione. E questo purtroppo non è un caso isolato”.

All’epoca della sua permanenza a Marsala, e anche dopo, ha avuto la possibilità di ascoltare alcuni collaboratori di giustizia: ha mai avuto dubbi su alcuni di essi, e se sì perché?

“Li ho avuti e, come era mio dovere, sono stato consequenziale. Mi riferisco in particolare a due soggetti,Vincenzo Calcara e Pietro Scavuzzo, che nei primi anni ’90 hanno reso dichiarazioni riguardanti Cosa Nostra in provincia di Trapani. Bisogna però fare un’importante premessa per capire cronologicamente alcuni fatti. Sino a quella data soltanto Tommaso Buscetta e pochi altri avevano parlato dell’organizzazione mafiosa ma le loro dichiarazioni avevano riguardato per lo più l’articolazione palermitana di Cosa Nostra. Nella provincia di Trapani non c’era stato mai nessun dichiarante se non negli anni ’30, Melchiorre Allegra, un medico di Castelvetrano, e negli anni ’50, tale  Luppino, che avevano dato qualche scarna notizia sulla presenza di famiglie mafiose sul quel territorio. Sul finire degli anni ’80 alcuni valentissimi investigatori della Polizia di Stato e dei Carabinieri, tra cui Rino Germanà, avevano delineato con le loro indagini il contesto mafioso in cui operavano alcuni soggetti ritenuti appartenenti alle locali famiglie, oggetto di denuncia con memorabili rapporti giudiziari.

Soltanto nel 1996 Antonio Patti, uomo d’onore della famiglia di Marsala, si apre alla collaborazione con la Giustizia accusandosi di oltre 40 omicidi, facendo per la prima volta l’organigramma e tracciando uno spaccato criminale inedito della potente mafia della provincia di Trapani. Quando Calcara e Scavuzzo rendono le loro dichiarazioni il quadro delle conoscenze su Cosa Nostra trapanese era molto limitato, sicché le loro accuse nei confronti di soggetti già denunciati alla autorità giudiziaria si configuravano quali straordinarie conferme, da una parte alle felici intuizioni degli investigatori e dall’altra alla loro stessa credibilità. Parallelamente, le chiamate di correo nei confronti di altri soggetti mai emersi prima nel panorama investigativo risultavano difficilmente confutabili ma non per questo meno credibili tanto più che, ad onore del vero, altre parti dei  loro racconti erano stati puntualmente riscontrati.

Così quando ad un certo punto Scavuzzo, che diceva di essere un uomo d’onore della famiglia di Vita, comincia a parlare di Vincenzo Sinacori quale appartenente all’organizzazione mafiosa e  ad alzare il tiro riferendo alcuni fatti riguardanti, se non ricordo male, i rapporti che questi  avrebbe intrattenuto  con un importante politico nazionale, le sue dichiarazioni apparirono credibili proprio perché Sinacori era stato denunciato perché indiziato di essere una pedina di rilievo del sodalizio mafioso di Mazara del Vallo. Però Sinacori, quando viene catturato e comincia a collaborare con la Giustizia, alle nostre contestazioni mosse sulla base delle dichiarazioni rese da Scavuzzo, risponde in modo tranciante: “Guardate che io Scavuzzo non lo conosco, non l’ho mai incontrato, non ci ho mai avuto rapporti. E vi dico di più, non solo non lo conosco, ma non è nemmeno uomo d’onore, non è nessuno. Noi mafiosi non lo conosciamo”.

Siccome queste affermazioni provenivano da un capo mafioso, reggente del potente mandamento  di Mazara del Vallo in cui era compresa la famiglia di Vita, l’unico atto che poteva dirimere il radicale contrasto tra le due dichiarazioni, consentendoci di capire chi mentiva, era quello di procedere ad un confronto faccia a faccia tra i due, con il cosiddetto confronto all’americana. Purtroppo quell’atto non è stato ripreso dalle telecamere ma mi è rimasto impresso nella memoria perché si capì subito chi era il vero mafioso e chi aveva mentito spudoratamente. Sinacori confermò le sue dichiarazioni, ribadendo di non conoscerlo; subito dopo fu fatto entrare Scavuzzo al quale leggemmo le dichiarazioni rese in precedenza, chiedendogli di confermarle. Prima che arrivasse la sua risposta, Sinacori, intimandogli di guardarlo negli occhi, lo fulminò domandogli: “Sig. Scavuzzo, ma nuiautri ni canuscemu?” [“ma noi ci conosciamo?”]E Scavuzzo, mantenendo la testa abbassata: “No, no, forse  mi sono sbagliato”. Non provò nemmeno ad abbozzare altre risposte, rimase zitto. Inesorabilmente zittito, prima ancora che dalla tranciante domanda di Sinacori, dall’eloquente  potenza rivelatrice di quell’incontro,  all’evidenza il primo!

Ancora più singolare la vicenda di Vincenzo Calcara che nel novembre del 1991 dichiara di volere collaborare con la Giustizia. Si autoaccusa di fare parte della famiglia mafiosa di Castelvetrano, di essere stato “punciuto” da Francesco Messina Denaro; accusa tanti altri soggetti di essere appartenenti all’organizzazione. Alcuni, in primis lo stesso Messina Denaro, già noti alle forze dell’ordine e alla magistratura per essere stati denunciati proprio per il reato di cui all’art.416 bis; altri, del tutto sconosciuti, almeno quali soggetti inseriti o gravitanti nel locale contesto mafioso, come per esempio Tonino Vaccarino, accusato di essere tra i capi della famiglia mafiosa castelvetranese, di essere implicato nell’omicidio dell’ ex sindaco di Castelvetrano Vito Lipari e addirittura di essere il mandante di un attentato al dott. Borsellino che avrebbe dovuto eseguire lo stesso Calcara.

Però, alcuni anni dopo, quando cominciano a collaborare con la giustizia i mafiosi “veri” (i Patti, Sinacori, Ferro, Milazzo, tutti della provincia di Trapani, o i palermitani come Brusca ed altri che avevano rapporti strettissimi con i trapanesi), interrogati sui fatti narrati da Calcara e sulle sue accuse, ma tutti all’unisono ci dicono: “Scusate, ma di che state parlando? Ma Calcara non è assolutamente nessuno, nulla sa né può sapere di cose di mafia”. Realizziamo, quindi, che Calcara non solo aveva riferito cose non vere ma soprattutto emerge subito tutta la sua profonda ignoranza – e dunque il suo mendacio – su cose essenziali riguardanti proprio l’assetto organizzativo di Cosa Nostra e cioè su informazioni basilari per uno che dichiarava di esserne un appartenente.

Matteo Messina Denaro

Un identikit del boos mafioso latitante Matteo Messina Denaro diffuso dalla polizia di stato

Un passo particolarmente significativo della sentenza,(N°9/98),  per l’omicidio di Ciaccio Montalto dal Tribunale di Caltanissetta, che motiva la sua inattendibilità soggettiva, scolpisce lapidariamente proprio questo aspetto: Calcara non è in grado di dare informazioni minimali sull’organizzazione mafiosa, non sa parlare dei mandamenti e delle famiglie mafiose della provincia di Trapani nè addirittura del suo stesso mandamento di appartenenza, Castelvetrano, dimostrando di non conoscere quali altre famiglie ne fanno parte. Ricordo che lo stesso Sinacori, quasi a volere spazzare via ogni dubbio sulla figura di Calcara, considerato ancora mafioso e conoscitore di cose di mafia, in una pausa di uno dei suoi primi interrogatori mi fa:“Scusi Dr. Russo, lei che ormai da tempo è il magistrato che meglio conosce le dinamiche di cosa nostra trapanese sa chi è il vero capo, e non soltanto  quello operativo, in provincia?”  E io: “Si, ovviamente, Matteo Messina Denaro”. E Sinacori:“Bene, e le risulta che Calcara sino ad adesso ne abbia  mai parlato?”. Con una battuta, Sinacori mise a nudo la credibilità di Calcara che, in effetti, non aveva mai parlato della persona certamente più importante e di rilievo nel panorama mafioso trapanese. Era la prova che Calcara non aveva proprio idea di chi fosse Messina Denaro Matteo e quale ruolo avesse in Cosa Nostra come emerso anche di recente nell’ambito delle intercettazioni nel carcere di Opera allorquando Riina parla di Matteo Messina Denaro come di un suo pupillo a lui affidato dal padre Francesco per farlo “crescere”, in una specie di  stage formativo mafioso! Calcara, dunque, sedicente mafioso, ha retto la parte del mafioso pentito, sapendo di non poter essere smentito da nessuno, sino a quando non sono stati i veri mafiosi a sbugiardarlo e poi qualche sentenza a demolirne la credibilità. Forse non era stato previsto che anche nella roccaforte mafiosa della provincia di Trapani arrivassero i  veri pentiti a chiarire come stavano effettivamente le cose!

Tutto questo, insieme ad altre cose, mi ha portato ad imputare Calcara di autocalunnia, per essersi  falsamente accusato di fare parte di Cosa Nostra con l’aggravante di averla agevolata avendo,  secondo l’ipotesi accusatoria, impedito o comunque ritardato con le sue false dichiarazioni – da accertarsi quanto “farina del suo sacco” e quanto eventualmente ispirato o sollecitato da altri e da chi- le indagini nei confronti dei veri appartenenti a Cosa Nostra. Successivamente non mi sono più occupato della vicenda Calcara e se non ricordo male quel processo non si celebrò in quanto frattanto maturò la prescrizione del reato”.

Lei quando ha testimoniato al Borsellino Quater ha parlato di questo attentato a Borsellino, di cui riporta la notizia perfino il Calcara e che teoricamente era stato commissionato dal Vaccarino che è stato assolto per il reato  416bis.

Devo aggiungere innanzitutto che l’imputazione nei confronti di Calcara riguarda anche il reato di calunnia nei confronti di Antonio Vaccarino che era stato assolto dal reato di cui all’art.416 bis nel processo nato dalle sue dichiarazioni accusatorie. Calcara, all’inizio della sua collaborazione, verso la fine del 1991, ad un certo punto riferisce che aveva avuto l’incarico da Vaccarino di uccidere Paolo Borsellino con un fucile di precisione. Ora, rileggendo quelle dichiarazioni con la nuova chiave interpretativa della sua inattendibilità soggettiva e delle ulteriori conoscenze investigative e processuali successivamente acquisite, il riferimento di Calcara all‘attentato al dott. Borsellino – purtroppo realmente eseguito appena pochi mesi dopo, nel luglio successivo, ma con ben altre modalità e in un contesto totalmente diverso da quello da lui evocato – appare singolare se non proprio inquietante tanto più che Patti, Sinacori e qualche altro, successivamente, hanno riferito che inizialmente l’attentato al dott. Borsellino doveva essere fatto proprio a Marsala.

All’esecuzione di questo progetto criminale, voluto direttamente da Riina, si opposero però D’Amico e Craparotta, capi della famiglia mafiosa marsalese, che nel gennaio del 1992 vennero uccisi, sempre su volere di Totò Riina che comunicò tale sua decisione ai vertici di Cosa Nostra trapanese nel corso di un pranzo durante le festività natalizie del 91. Probabilmente la ragione della loro eliminazione sta proprio nel loro rifiuto di eseguire l’attentato sul territorio marsalese.

Dunque Calcara, che non è un mafioso, dà notizie di un attentato mafioso a Borsellino, attentato effettivamente programmato dapprima a Marsala e poi realmente eseguito a Palermo ma da parte del gotha di Cosa Nostra e non certo da Vaccarino che però riemerge, investigativamente, nei primi anni del 2000 quale soggetto legato ai servizi segreti in quanto coinvolto in un’azione di intelligence per “stanare “Matteo Messina Denaro, ancora oggi  latitante, con il quale intrattiene un contatto epistolare con lo pseudonimo di “Svetonio”.

Dunque, Calcara ha mosso accuse, in parte infondate, a Vaccarino ma non anche a Matteo Messina Denaro; successivamente si accerterà che questi, con lo pseudonimo di “Alessio”, si scambierà alcune lettere con “Svetonio” Vaccarino; le lettere di “Alessio”,  seppure “ideologicamente” a lui riferibili, non risultano però manoscritte da Matteo Messina Denaro e si accerterà che sono grafologicamente riferibili alla stessa persona che con il medesimo pseudonimo di “Alessio” scrive a Provenzano nel cui covo sono state rinvenute al momento della cattura di questi.

Io credo che su questa vicenda e su quella riferita da Calcara, così come su altre sue dichiarazioni riguardanti cose oggettivamente molto più grandi di lui, per esempio l’attentato a Papa Wojtyla,  prima o poi bisognerà riaccendere i riflettori”.

Ma questa sentenza su Ciaccio Montalto di Caltanissetta, la n°9 del 1998 (che viene ammessa agli atti, per quanto riguarda il Calcara, anche nelle motivazioni del processo Rostagno, sentenza del giugno 2014), ha un altro punto notevole, dove si fa riferimento ad una deposizione del Dr. Borsellino al CSM fatta nel dicembre ’91, in cui il magistrato parla del suo convincimento su Spatola, altro pentito dell’epoca. Borsellino aveva serissimi dubbi su di lui; e poi c’è un passaggio molto importante dove i giudici scrivono che “la fuga di notizie sulle dichiarazioni dello Spatola costituiva una splendida occasione per chi, come il Calcara, voleva riferire di circostanze a lui non note”.

Quelle giornate le ho vissute! Spatola iniziò a fare delle dichiarazioni al dott.Taurisano, all’epoca sostituto alla Procura di Trapani, e accadde che prima ancora che le stesse fossero trasmesse alle Procure competenti per territorio (Marsala e credo Sciacca) i relativi verbali furono pubblicati sul settimanale “Epoca”. Spatola aveva vissuto nel sottobosco delinquenziale dove probabilmente era entrato in contatto con qualche mafioso ma Borsellino capì che le sue dichiarazioni su Cosa Nostra, specialmente quelle riferibili alla politica, non erano credibili e ne fece oggetto di una pubblica denuncia”.

Ad un certo punto, nel 1994, lei si è trasferito a Palermo e poi alla Direzione Distrettuale Antimafia. Con l’introduzione della Direzione Nazionale Antimafia, tanto voluta dal Dr. Falcone, quanto è migliorato il lavoro per combattere la criminalità?

E’ stato certamente uno strumento importante per centralizzare le informazioni e per avere una gestione unitaria delle stesse. Però va detto che il progetto della Direzione Nazionale Antimafia pensato da Falcone era ben diverso da quello effettivamente realizzato, perché prevedeva un ruolo attivo del nuovo organismo nello svolgimento delle indagini per rendere più penetranti ed efficaci le investigazioni contro le organizzazioni mafiose, avendo profeticamente intuito che le loro attività criminali erano sempre più proiettate in una dimensione nazionale ed internazionale. Da qui la necessità di un’azione di contrasto unitaria da parte di una struttura giudiziaria accentrata, ove fossero canalizzate tutte le informazioni investigative, adeguata in termini organizzativi, dotata di  appropriate risorse e professionalità: una sorta di grande pool antimafia capace di intervenire senza vincoli legati alla competenza per territorio”.

Dopo 28 anni in Magistratura ha qualche rimpianto? C’è qualche indagine che le ha fatto pensare “ma chi me l’ha fatto fare?”

“No, il “chi me l’ha fatto fare” non mi è mai passato per la testa, perché è stato un impegno civile, oltre che professionale, quello di tornare nella mia terra, dopo l’università e l’uditorato a Firenze. Il destino ha poi voluto che Falcone e Borsellino lasciassero a noi, giovanissimi magistrati, il testimone ideale di questo impegno difficile ma decisivo se vogliamo restituire alla nostra terra una dimensione civile oltre che più umana. Un impegno che si nutre non solo di coraggio ma specialmente di serietà, rigore, sacrificio ma anche di rispetto delle ragioni dell’altro, dell’imputato, della dignità del detenuto e della consapevolezza che uno stato democratico non deve scendere mai a compromessi con la mafia e che deve essere ed apparire sempre più forte ma soprattutto più giusto”.

Falcone Borsellino

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

C’è scritto in vari libri che Borsellino fosse cosciente che dopo Falcone sarebbe toccato a lui. Perché c’era questa consapevolezza?

“Perché loro costituivano la punta di diamante della lotta alla mafia e dopo il colpo sferrato allo Stato con la strage di Capaci, manifestando una potenza e una ferocia inaudita, Borsellino capì perfettamente che Cosa Nostra non lo avrebbe risparmiato. Con questa consapevolezza, in piena solitudine, andò eroicamente incontro alla morte in quel tragico pomeriggio del 19 luglio in via D’Amelio”.

Secondo lei Paolo Borsellino si poteva salvare se ci fossero state meno omissioni dello Stato?

E’ difficile rispondere. Con il senno di poi, sulla base di ciò che abbiamo appreso, probabilmente sì. E’ importante però capire quello che è successo veramente nel nostro paese tra il 92 e il 93, quando la nostra democrazia ha fibrillato ed è stata messa a dura prova da un vero e proprio progetto terroristico di destabilizzazione. E bisogna farlo ricostruendo rigorosamente gli accadimenti, per individuare le responsabilità penali senza fare voli pindarici, mettendoli rigorosamente in fila e soprattutto dimostrandoli perché una cosa sono le ipotesi e ben altra sono i processi nei quali ciò che conta sono esclusivamente le prove. Un magistrato non si deve innamorare mai delle ipotesi e meno che mai delle proprie convinzioni personali, dovendo avere sempre come bussola del suo agire professionale il processo che è l’unico luogo istituzionale e costituzionale dell’accertamento della verità processuale che si consacra nella sentenza. Che non ha surrogati né negli avvisi di garanzia né nelle misure cautelari né in altri atti delle indagini troppo spesso sbandierati sulla stampa con la pretesa di raccontare la verità, spesso una verità di comodo se non addirittura interessata!”

Qual è l‘immagine più bella che lei ha di Paolo Borsellino?

Quella sorridente del felice periodo marsalese di quando, per esempio, insieme agli altri colleghi, ci ritrovavamo a pranzo con lui sul lungomare di Marsala continuando a discutere e parlare delle nostre indagini, tra le sue battute divertenti e i suoi aneddoti. Un’immagine ben diversa da quella che Paolo Borsellino ci diede dopo il 23 maggio, quella di un uomo distrutto dalla tragedia di Capaci, gravato dalla consapevolezza della morte che si annunciava anche per lui”.

Grazie Dr. Russo, è stata una conversazione molto istruttiva e interessante. E buon lavoro.

Grazie a lei. E a presto”.

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