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Caso La Gaipa: il Movimento 5 Stelle non può essere un pretesto

La custodia cautelare a Fabrizio La Gaipa, imprenditore e candidato 5 stelle in Sicilia, fa riflettere, ma vale il principio: è innocente fino a prova contraria

Fabrizio La Gaipa, imprenditore di Agrigento e candidato nel Movimento 5 Stelle in Sicilia (Foto da: profilo Facebook)

Fabrizio La Gaipa, imprenditore di Agrigento, è risultato primo dei non eletti del Movimento 5 Stelle, nelle regionali in Sicilia. Il recente ricorso alla misura cautelare, data l’oggettiva e ineliminabile attitudine a stigmatizzare l’accusa, e a suscitare clamore, anche nel suo caso, sembra più corazzare la manifestazione di un potere supremo, che rispondere a piane necessità investigative

Fabrizio La Gaipa, imprenditore di Agrigento, 42 anni, è stato appena sottoposto a custodia cautelare nel suo domicilio; indiziato di avere consumato un’estorsione a danno di alcuni suoi dipendenti, costringendoli a sottoscrivere le loro buste-paga false: tali perché attesterebbero somme mai realmente ricevute, e comunque minori rispetto agli importi indicati sul documento.

La dimostrazione del fatto verrebbe da una video-ripresa, che la Polizia si sarebbe assicurata con apposita videocamera nascosta; oltre che dalle dichiarazioni dei dipendenti medesimi e, pare, pure di altri. Risulta sottoposto ad  indagine anche il fratello Salvatore. Fabrizio La Gaipa, alle recenti elezioni regionali siciliane, è stato candidato per il M5S, risultando, con poco più di quattromila voti, il primo dei non eletti, nella sua lista. Questa, in sintesi, la notizia.

Il cui evidente rilievo ultragiudiziario, tuttavia, non si può cogliere rimanendo al caso in sé. Il caso in sé, per chi scrive, è come sempre presto risolto: è persona presunta non colpevole, fino a sentenza di condanna definitiva. Ma questa regola è riferita all’accertamento delle responsabilità penali. Non al modo dell’accertamento. Cioè, al “potere” di accertamento e ai suoi riverberi. Di cui, invece, dobbiamo brevemente occuparci.

Già così, non è chiaro perché la misura cautelare. In genere, chiunque venga a sapere di essere indagato, si ferma: qualsiasi cosa stia facendo, compresa, ovviamente, una “cosa storta”; e non si dà alla fuga, come due più due è uguale a quattro: perché intende affrontare le contestazioni, per negarle, o per mitigarne la portata: tanto più, se, alla peggio, comunque non corre plausibile rischio di un effettivo e grave decorso penitenziario: perciò, ha un interesse preciso e diretto a rimanere dov’è; quanto alle prove, i dispositivi tecnologici, ormai impiegati dagli investigatori pressocché a tappeto, rendono tendenzialmente vano ogni eventuale tentativo manipolatorio; specie, se, come anche in questo caso, le persone informate suoi fatti, oltre alla loro dichiarazioni, conferiscono all’indagine documenti, o altri elementi di rilievo (per es., le buste paga false).

Fabrizio La Gaipa, imprenditore di Agigento di 42 anni, candidato per i 5 stelle: qui (terzo da sinistra), con Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Giancarlo Cancelleri

Sicché, il ricorso alla misura cautelare, data l’oggettiva e ineliminabile attitudine a stigmatizzare l’accusa, e a suscitare clamore, anche nel caso di La Gaipa, sembra più corazzare la manifestazione di un potere supremo, che rispondere a piane necessità investigative.

Fabrizio La Gaipa, si diceva, è stato un candidato del M5S. Il M5S rivendica la necessità di rimettere all’autorità giudiziaria, non solo ogni giudizio sul legittimo esercizio delle libertà politiche (mediante gli istituti della incandidabilità, della ineleggibilità o della decadenza, che dipendono, in varia misura, da un provvedimento giudiziario); ma, ecco il punto, anche la mera opportunità del loro esercizio: grazie alla nota categoria pre-giuridica della “impresentabilità”. Lessico vago: e suscitatore più di emozioni, o di insane passioni liquidatorie, che di giudizi o analisi.

E qui il potere giudiziario mostra di essere anche poliglotta (sappiamo trattarsi di un “Ordine”, non di un “Potere dello Stato”: ma che amministra un potere; perciò il riferimento terminologico). Conosce, infatti, il linguaggio processuale: avvia indagini, raccoglie elementi di prova, formula ipotesi d’accusa. Tutto compiutamente legittimo, s’intende. Ma conosce anche l’indicato “discorso emotivo-passionale”, sotteso a quella categoria pre-giuridica. E, ancora meglio, l’universo mentale richiamato dall’uso di una simile categoria: radicalmente diffidente, quando non ormai apertamente ostile, a tutto quanto s’intenda per esercizio della politica: il noto “i politici sono tutti ladri”, antico gutturalismo di piazza, nel tempo presente riconvalidato pure da alti magistrati. Oggi, come un secolo fa.

Poco importa che, “nel caso di specie”, l’impresentabilità non riguardi la persona considerata: giacché La Gaipa, al momento della sua candidatura, non era noto come persona indiziata di reità, se non alla Procura. E, dunque, non era “impresentabile” per “pendenza giudiziaria”, come invece altri sono stati ritenuti.

Fabrizio La Gaipa in un manifesto elettorale

Perché, si ripete, il caso in sè non ha rilievo autonomo. Rileva che, con la forza del potere giudiziario (la custodia cautelare), sia stato posto un suggello che travalica la persona, e rimanda alla qualità astratta, o di ruolo: è “un politico”. Una volta conseguito questo effetto comunicativo, e con lo stigma che la graduazione (in effetti) incontrollabile del potere medesimo consente, è di solare evidenza come il nome di La Gaipa, venga a comporre (per ora) un trittico.

La settimana scorsa, la Procura di Messina ha chiesto ed ottenuto gli arresti domiciliari per Cateno De Luca, consigliere regionale eletto per l’UDC, nella coalizione di Centrodestra (peraltro, assolto due giorni dopo, in un altro processo pendente): per un’ipotesi di indebita riduzione d’imposta; e pochi giorni fa, è stata pubblicata la notizia che la Procura di Palermo ha avviato indagine preliminare a carico di Edmondo (detto Edy) Tamajo, neo-eletto all’ARS, per il Centro-sinistra: per voto di scambio, poiché avrebbe offerto 25 Euro cadauno, per “alcuni voti”, dei circa quattordicimila ottenuti.

Perciò, non solo l’esito “percepito” complessivo del “moto giudiziario”, leggasi: la sua  sovraordinata meritevolezza istituzionale, trae alimento dalle sue parti (le singole vicende): ma, attraverso il suo stesso incalzare, si consolida l’idea della sua stessa indiscutibilità.

E non solo “indiscutibilità” nelle formali sedi del suo estrinsecarsi; essendo pacifico che i Tribunali, ormai, servano solo come luogo di raccolta dei cocci; tanto se “l’esito formale” sia una condanna: perchè lo “svolgimento processuale” è una pena silente ma esistente, e tuttavia mai computata, che moltiplica la capacità coercitiva della “giustizia in action”; quanto se sia un’assoluzione: perchè le tracce del suo “passaggio” sulla vita di un uomo, sono spesso scarnificanti pure dopo una “assoluzione”. Ma ovunque. Perché, è esattamente questo effetto di livellante afflittività, a rendere “l’accusa giudiziaria” un potere “ovunque indiscutibile”: dentro, come fuori le aule di giustizia. E torniamo al carattere poliglotta del potere giudiziario.

Dunque, “la politica” è sporca, “l’azione giudiziaria” è monda. Questo resta sul tappeto. Essendo un “moto” che si avvale di emozioni e passionalità (“tutti ladri”), nel momento stesso in cui, circolarmente, le suscita. Ogni residuo di lucidità ne è scacciato. E si può senza sforzo dimenticare che i casi di presunta mala gestio si innestano tutti sulla “democrazia in concreto”: la quale significa ripartizione di risorse e organizzazione di interessi, secondo criteri di appartenenza, e di più o meno convinta fedeltà ideale.

Per esemplare almeno una memoria di cosa sia stata “la democrazia in concreto”, basti ricordare, come tanto il sistema della Coldiretti, quanto quello delle Cooperative, furono, sin dalla loro fondazione, un vastissimo sistema per ordinare risorse, e organizzare interessi e fedeltà politiche (oggi, il contesto generale è mutato). Le irregolarità, le deviazioni, ovviamente erano tali anche allora. Ma è stato un sistema di “clientela positiva”: essendo l’alternativa, il potentato immateriale e deterritorializzato.

Se, negli anni della Prima Repubblica, in ragione di specifiche ipotesi illegali, si fosse, come per incanto, proposto di liquidare quell’intero sistema, sarebbe equivalso a proporre la liquidazione di una buona fetta di “democrazia in concreto” (o equivarrebbe, a partire dal “caso-Saguto” o da altro tratto a piacere dalle cronache, ad ordire, ad opera di chi ha mezzi e potere di propaganda disponibili, un “moto” per incalzare e sostenere l’esautoramento e, di fatto, la liquidazione dell’Ordine Giudiziario). Ed è solo un esempio.

Ogni promessa di purezza politica, tanto se più motivata “caso per caso”, nasconde i suoi effetti generali. L’alternativa generale alla democrazia in concreto, comprensiva di brutture e olezzi vari, è la tirannia in concreto: limpida, olimpica, e irresponsabile.

Che il M5S sia politicamente ottuso (non la sua leadership, che invece maneggia vite e speranze ed è, pertanto, cinica e interessata), tanto da non intendere questa elementare verità, non può essere una giustificazione o un pretesto per nessuno.

Casomai, in Sicilia o altrove, visto che la Nazionale non dà soddisfazioni, ci fosse qualcuno che oggi intendesse “festeggiare”.

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