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A New York la conferenza di ILICA sul valore dell’ospitalità nel Mediterraneo

All'incontro "Mediterranean Hospitality from Magna Grecia to the 21st Century", l'immigrazione tra difficoltà e opportunità

Da sinistra: Anthony J. Tamburri, Donna Chirico, Vincenzo Marra, Mario Gargiulo, Pino Aprile e Gianpiero Barbuto alla fine della conferenza (Foto VNY)

Alla conferenza, organizzata da ILICA , tenutasi alla John Jay School of Criminal Justice con la collaborazione del John Calandra Italian American Institute e mediata da Vincenzo Marra, sono intervenuti Donna Chirico, Anthony J. Tamburri, Mario Gargiulo, Gianpiero Barbuto e Pino Aprile. Nella conferenza, i vari volti dell'ospitalità: dall'accoglienza fino alla psicologia

Parlare di ospitalità non è semplice. E non da oggi. Le conflittualità relative a questo termine, così accogliente e ostile allo stesso tempo, e a tutto ciò che ne consegue, si trovano fin dall’etimologia stessa della parola. Fin dall’origine. Perché ospitalità deriva dal latino hospes, che a sua volta condivide la radice con hostis. E può essere inteso sia come “straniero, pellegrino”, nella sua accezione positiva, sia anche come “forestiero” e appunto “nemico”, nel suo significato più ostico.

Parlare di ospitalità e farlo rivolgendosi al Mediterraneo è ancora meno semplice. Innanzitutto perché il Mediterraneo è da sempre, nella storia, crocevia strategico di migrazioni, flussi e spostamenti, e oggi rappresenta una delle aree più a rischio e dall’equilibrio più instabile nell’intero pianeta. In secondo luogo perché per capire il Mediterraneo non sono sufficienti slogan, si deve andare in profondità. Ed è proprio con l’obiettivo di approfondire, di esplorare la densità dei contenuti, che la fondazione ILICA ha organizzato, nel tardo pomeriggio di venerdì 3 novembre, la conferenza “Mediterranean Hospitality from Magna Grecia to the 21st Century”. Un panel, in partnership con il John D. Calandra Italian American Institute – Queens College, CUNY, che si è tenuto presso la John Jay School of Criminal Justice (Moot Court) di New York, grazie alla collaborazione con l’Università della Calabria, The City University of New York, Città di Sorrento e Sorrento Fondazione.

Da sinistra: Anthony J. Tamburri. Donna Chirico, Vincenzo Marra, Mario Gargiulo, Pino Aprile e Gianpiero Barbuto (Foto VNY)

All’incontro, mediato da Vincenzo Marra (Founder and Chairman of ILICA), sono intervenuti Donna Chirico (Professor of Psychology and Dean for the School of Arts and Sciences at York College, CUNY), Gianpiero Barbuto (Manager of International Relations – Università di Calabria), Anthony J. Tamburri (Dean of the John D. Calandra Italian American Institute), Mario Gargiulo (Assessore al Turismo e allo Sport, della città di Sorrento) e Pino Aprile, giornalista e autore di numerosi libri. Ed è stato proprio Pino Aprile l’ospite di punta del dibattito, il panelist che più è emerso tra tutti. Un dibattito che, se organizzato diversamente rispetto al format – rivelatosi vincente – scelto da Vincenzo Marra, avrebbe rischiato di annoiare. Invece l’idea di concedere pochi e stringenti minuti agli interventi “frontali” degli ospiti, con l’obiettivo di coinvolgere invece il più possibile chi si trovava di fronte a quegli ospiti, non solo per ascoltarli ma anche per interagire con loro, è servito. Il risultato finale dell’incontro, infatti, è stato quello di una chiacchierata tra panelist e pubblico, in bilico tra il tono formale e quello informale, su temi seri e affrontati sempre seriamente.

In questo contesto, la conferenza ha saputo toccare vari aspetti della tematica dell’ospitalità. Pino Aprile, appunto, ha evidenziato la conflittualità etimologica del termine, ha sottolineato come “l’ospitalità sia valore” e ha marcato l’importanza del Mediterraneo, “culla di civiltà” e portatrice di “storia, che è non è altro che la somma delle civiltà del nostro pianeta”. Nel suo intervento iniziale il giornalista ha usato termini forti. Ha detto che “l’ospitalità ha un alto tasso erotico” perché modifica i contesti destabilizzandoli, ribadendo in un intervento successivo che “l’accoglienza è femmina, è donna. È da qui che nasce la vita”. Poi ha sottolineato come la sfida del Mediterraneo di oggi sia “la capacità di gestire le conseguenze dell’accoglienza” per trovare stabilità laddove stabilità è stata stravolta. E ha evidenziato che “accogliere significa essere furbi, non buoni”. Con un costante, e ripreso in più momenti, elogio al sud Italia, perché è proprio dal meridione che sono arrivati e arrivano gli esempi di accoglienza migliori: dai flussi migratori di oggi, “ai tempi del Grand Tour” di ieri, del passato, “quando il sud Italia dava ospitalità a scrittori e intellettuali aristocratici che effettuavano i loro viaggi per descriverli: anche il turismo come lo conosciamo noi oggi, del resto, ha origine da qui ed è una forma di ospitalità”.

La vista sulla città di Sorrento

Due aspetti emersi nel corso del panel sono stati proprio riconducibili a questo: turismo e formazione. “Dietro all’accoglienza c’è sempre uno stile di vita, si deve dimostrare di avere la capacità di accogliere senza pregiudizi” ha detto nel suo intervento Mario Gargiulo, assessore di una città, Sorrento, che fa 16mila abitanti ma che ne accoglie per turismo oltre 3 milioni all’anno: “Il turista, da noi, è una persona di casa: chi arriva nella nostra città ci arriva da ospite, ma se ne va con il cuore da cittadino”. Senza formazione, però, non ci può essere ospitalità. E questo lo ha spiegato bene Gianpiero Barbuto, che ha fatto dell’internazionalizzazione dell’istruzione un caposaldo della sua azione all’Università della Calabria: non è un caso quindi, come ha spiegato Vincenzo Marra nell’introdurlo, “che ci siano più studenti asiatici in Calabria che in tutti gli altri atenei del mondo”. “Il Mediterraneo è un collante. Chi vive nel Mediterraneo sa quanto siamo prossimi l’uno dall’altro: un siciliano non è così diverso da un tunisino, nei suoi modi di vivere, nelle tradizioni” ha detto Barbuto nel suo intervento. “Oggi invece – ha proseguito – si tende a creare fratture, a far sì che non si possa più dialogare, e questo tema si allarga: all’inizio non dialoghiamo tra vicini e poi magari finiamo per non dialogare nemmeno tra persone lontane, e ci allontaniamo sempre di più”. Il campus dell’Università di Calabria, oggi, conta 27mila giovani e tra questi un migliaio sono studenti provenienti da 65 Paesi diversi: dall’Asia al Sud America, fino al Medio Oriente. “La nostra università è stata fondata in modo lungimirante da un politico, Beniamino Andreatta, che ha pensato di creare proprio in Calabria, una terra considerata sottosviluppata, un polo accademico di valore. Come università dobbiamo creare opportunità per i nostri giovani e abbiamo compreso che aprirci agli altri può darci ricchezza, perché diversità culturale significa ricchezza”. Così come integrare non significa imporre: “A chi arriva nel nostro campus noi presentiamo la nostra cultura, il nostro modo di vivere. Ma la mettiamo a disposizione senza imporla: solo così potremo trovare davvero significato nell’integrazione e nell’ospitalità”.

Ovviamente, tra i temi toccati, non poteva che esserci quello della lingua. E qui a emergere sono stati gli interventi di Anthony J. Tamburri. Che prima ha espresso l’essenza dell’ospitalità “nel rafforzamento del dialogo e del legame tra due Paesi, Italia e America”, ma anche nel legame “tra due comunità: quella degli italiani nati in Italia e quella di tutti coloro che condividono i valori del Paese italiano nel mondo”, con un riferimento, forse, nemmeno troppo implicito ma mai esplicitato, all’accezione del termine “italici” già al centro del dibattito offerto dal volume di Piero Bassetti, “Let’s Wake Up, Italics!”. Non solo, secondo Tamburri, in questo contesto, sono altri due i termini su cui si deve riflettere per capire il significato dell’ospitalità, così come il valore dell’accoglienza e il legame tra comunità lontane ma al tempo stesse vicine: ci riferiamo alle parole “real” e “authentic”, reale e autentico. “’The real italians’ sono gli italiani che vengono dall’Italia, che hanno frequentato le scuole pubbliche italiane e che parlano un italiano considerato standard”. E che spesso, per questo, si considerano o vengono considerati “distanti dagli altri immigrati che arrivano in Italia”, e parlano un codice linguistico lontano dall’italiano standard. Lontano da quello che per Tamburri spesso viene definito ‘‘high-class italian”.

La domanda di Luciano Boscolo, durante il dibattito (Foto VNY)

Non lontano da quello linguistico, un altro aspetto, approfondito invece da Donna Chirico, è stato quello della psicologia dell’identità, del senso di appartenenza a un territorio. “Come ha detto Pino Aprile, ospitalità è un termine che si lega a immagini diverse, dipende da quale aspetto dell’ospitalità può essere importante per te”, ha detto la presidente di ILICA nel suo intervento. Evidenziando come uno di questi aspetti sia quello dell’industria dell’identity hospitality. Un’industria che porta certe aziende a far accomunare, agli occhi del consumatore, un insieme di valori a un determinato logo, con l’obiettivo di creare un legame artificioso tra “il rispetto del proprio senso di appartenenza” e la necessità “di acquisto di determinati prodotti”. Un meccanismo che rischia però di danneggiare, dal punto di vista psicologico, proprio il consumatore, che spesso non è altro che una persona lontana da casa, alla ricerca di un contesto simile a quello casalingo. La sfida, quindi, sta nel “creare le condizioni per permettere alle persone che si spostano da un punto all’altro nel mondo di ricostruire quel senso di casa che hanno dovuto lasciare”, nel modo più naturale e consono possibile.

Nel dibattito, a cui è intervenuta anche la conduttrice del TG1 Emma D’Aquino, sono state numerose le domande dal pubblico. E ad emergere, tra i tanti, è stato l’intervento di Luciano Boscolo (socio fondatore di ILICA) che ha evidenziato il pericolo dell’accoglienza “a priori”, quella che “rischia di dare spazio a chi la sfrutta per avere un tornaconto personale ed economico e di penalizzare le vite di chi arriva in Italia, in Europa dal Mediterraneo”. Un chiaro riferimento al business dei migranti di cui tanto si è parlato in questa stagione difficile. Un’obiezione a cui Pino Aprile ha risposto evidenziando che in effetti “l’accoglienza non mette tutti alla pari”, ma che proprio per questo apre a delle diseguaglianze, a delle diversità. Diversità che possono tramutarsi  “in speranze”, se si decide di intraprendere “nuovi percorsi comuni”. Ed è forse proprio in questa direzione che il mondo e le comunità del Mediterraneo (e non solo del Mediterraneo) dovrebbero lavorare “per trasformare l’ospitalità e l’accoglienza in una positiva opportunità di cambiamento, pur senza rinnegare tutte le difficoltà che fanno parte del processo”.

La cena di gala durante la quale sono stati assegnati gli ILICA Awards 2017, al Queens Museum (Foto VNY)

Alla conferenza sul Mediterraneo di venerdì è seguita, la sera successiva, sabato 4 novembre, l’elegante cena di gala organizzata da ILICA al Queens Museum di New York. In un contesto curato e sofisticato e nel corso di una cena a base italiana, l’occasione è stata la consegna degli “ILICA Awards 2017”.

I saluti finali, al termine dell’esibizione “Mvula Sungani Physical Dance” (Foto VNY)

Tre, in particolare, i premi assegnati: Uomo ILICA 2017 a Mvula Sungani (art director e coreografo), Donna ILICA 2017 a Francesca & Christine Tenconi (Children’s Skin Disease Foundation) e Stella Legacy Award a Michele Siracusano (imprenditore). Nel corso della cena, durante la quale sono intervenuti Vincenzo Marra, Donna Chirico e Anthony J. Tamburri, ha avuto luogo anche l’esibizione “Mvula Sungani Physical Dance“.

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