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New York, “March for Our Lives” contro le armi: quando il troppo è troppo

150.000 persone hanno marciato il 24 marzo nell'Upper West Side per il controllo delle armi da fuoco, soprattutto nelle scuole

'March of our lives' in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo of Michela Demelas)

Un movimento così forse non si vedeva dalla guerra in Vietnam. Nelle principali città statunitensi ha sfilato circa un milione di persone dai più svariati background. A New York anche Paul McCartney, con bambini, ragazzi, adulti e anziani che si sono uniti per urlare tutti insieme, a squarciagola, “enough is enough”. Ad un certo punto, però, sbucano i contro-manifestanti sostenitori di Trump

Il 24 marzo è arrivato, e con se ha riportato in città il vento di protesta che sta investendo gli Stati Uniti già da qualche tempo. This is what democracy looks like, il motto è sempre lo stesso, questa volta inneggiato contro le armi nelle scuole.

Dopo la strage di San Valentino, infatti, sono aumentate le proteste in tutto il Paese contro la politica delle armi spinta dalla NRA e appoggiata dall’amministrazione Repubblicana capeggiata da Donald Trump.

‘March of our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo by Michela Demelas)

Così nelle principali città statunitensi ha sfilato circa un milione di americani, non americani, europei, bambini, ragazzi, adulti e anziani, tutti a urlare a squarciagola “enough is enough”, quando è troppo è troppo. Solo a New York, hanno marciato 150.000 persone, e l’hanno fatto con quel ritmo di tamburi, di solidarietà, condivisione e gioia che caratterizza le marce americane.

Paul McCartney and his wife Nancy Shevell during the ‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. March For Our Lives was organized in response to the 14 February shooting at Marjory Stoneman Douglas High School in Parkland, Florida. The student activists demand that their lives and safety become a priority, and an end to gun violence and mass shootings in schools. EPA/ALBA VIGARAY

Cori e cartelloni hanno invaso l’Upper West Side e Central Park. I manifestanti dovevano “ritrovarsi” sulla 72nd street, al lato del parco, e costeggiarlo verso sud fino a Times Square. Tra la folla c’era anche Paul McCartney, in onore dell’amico John Lennon, assassinato a New York. E non dalla folla, ma sostenendo quest’iniziativa con forza, anche Obama si è espresso in merito.

Tra i centinaia di migliaia di manifestanti, c’era chi ricordava le vittime dei massacri con foto, fiori e cronache. “L’ultima uccisione 4 giorni fa”, dice un cartello, “quanto tempo ci vorrà ancora?”. “Cosa vogliamo? Il controllo delle armi. Quando lo vogliamo: serviva già ieri”, urla la folla, “basta armi! Non sei John Wayne e questo non è un film”, scrive un manifestante.

Altri messaggi erano puramente rivolti a Donald Trump e alla NRA. Di mezzo c’è passato anche il Congresso, visto che, come sappiamo, l’amministrazione attuale non è l’unica responsabile. Di responsabile, per incidenti e non, causati da armi da fuoco, c’è anche la cultura, che va indirizzata con un’effettiva legislazione.

‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo by Michela Demelas)

“Come può un diciottenne coprare un fucile ma non una birra?”, dice un cartellone, proponendo una domanda che ci siamo fatti tutti almeno una volta; da molto prima che Trump entrasse in politica.

Ammosexual, così li definisce un cartellone, gli “americani che danno più importanza al loro feticismo verso le armi che alla vita degli altri americani”. E ancora il Paese sembra lontano dal miglioramento. “Le armi non ammazzano le persone, il Congresso sì” dice un altro cartellone. E la folla risponde “Vote them out! Vote them out” (‘Votiamoli fuori’, letteralmente).

‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo by Michela Demelas)

Ancora, “nella nostra lotta contro la violenza delle armi, questo è solo l’inizio”, e un altro dice: “Caro Congresso, il sangue è nelle vostre mani”, e “politici passivi, il tempo è scaduto”.

Ma allo stesso tempo, forse quello che ha dimostrato la marcia di oggi è che almeno i giovani americani stanno sempre più prendendo consapevolezza del loro compito.

Senza parole (Foto VNY)

“Penso che questo evento sia favoloso, e che se i bambini non ci salvano, niente potrà farlo. Sembra che nessuno muova il proprio sedere. Se fosse stato per me, tutti loro sarebbero sulla strada”, ci ha dichiarato una donna ‘senior’, puramente newyorkese, riguardo ai repubblicani, “e se tutti fossero come me, qualcuno si sarebbe già occupato di Trump molto tempo fa. Sai, faccio parte di quel tipo di generazione. E le persone più giovani non sono più attiviste come lo eravamo noi. Ma penso che i bambini hanno l’energia necessaria”.

‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo by Michela Demelas)

Ma ha ancora senso, nel XXI secolo, essere attivisti? “Certo che ha ancora senso essere attivisti e lottare personalmente per le cose che pensi giuste e combattere le ingiustizie, e oggi siamo qui per questo.”

Tutt’altra età e provenienza ha invece la studentessa di Trinidad, giunta a New York per frequentare l’università. “Penso che questo evento sia davvero speciale. Ormai sono qui da un anno. Sto studiando anche io, quindi per me significa tanto questa marcia, e spero che porti ad un cambiamento e che si possa arrivare ad una nuova tappa”.

‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo by Michela Demelas)

Una marcia, insomma, che riparte dai giovani, soprattutto dai più piccini. I bambini hanno infatti animato l’evento. Organizzavano autonomamente cori (“bambini contro le armi”), avevano cartelloni personalizzati tipo “disarmiamo l’odio”, “amo il mio mondo, per favore tenetelo sicuro”, “quanto vale la mia vita?”, “sono io il prossimo?”, ed erano i protagonisti della scena. La marcia era loro, e per loro.

“Ho il diritto di sentirmi al sicuro e essere al sicuro nella mia scuola, mentre proseguo con la mia educazione”, o ancora “siamo stuenti, siamo vittime, siamo cambiamento”, “dovrei scrivere il mio essay del college, non le mie ultime volontà” si poteva leggere nei messaggi, invece, degli studenti più grandi.

‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo by Michela Demelas)

Ma c’erano anche gli adulti, a ricordare ai più vulnerabili che non sono stati del tutto abbandonati. “Credo che i bambini siano il nostro futuro”, “cari studenti, oggi siete voi i maestri, grazie”, “soldi per l’educazione, non per armare i maestri”, “NRA: il vostro feticismo sta ammazzando i nostri bambini”, “proteggete i bambini, non le armi”, “marcio per tutti quelli che non possono più farlo”, “se i bambini sono abbastanza grandi da essere sparati, sono anche grandi abbastanza per avere un’opinione”, “i leader si stanno comportando da bambini quindi, bambini, comportatevi da leader”, si legge ancora.

Tra la folla, anche le maestre, colpite personalmente dalle nuove proposte del governo Trump. “Sono un’insegnante, armatemi con amore, pazienza, supporto, fondi… Non con fucili!” dice un cartello. “Never again”, urla la folla.

‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo by Michela Demelas)

‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo by Michela Demelas)

Perché la facilità con cui in America può essere comprato un fucile, non lascia nessuno indifferente. “E’ più facile avere un fucile che organizzare le tasse”, “il dress code è più regolato che le armi”, si legge per le strade dell’Upper West Side.

E di questo, una buona fetta di americani e americane ne è stanca. Sia delle contraddizioni culturali che delle ingiustizieistituzionali. “Posso comprare un’arma ma ‘Dio’ mi proibisce di comprarmi il controllo del mio corpo”, dice un cartellone; “se mettessi una pistola nel mio utero, lo regolereste lo stesso?” dice un altro.

‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo by Michela Demelas)

Quasi alla fine del corteo, a Columbus Circle, sono sbucati i contro-manifestanti che inneggiavano a Trump e un futuro, eventuale, doppio mandato. “Vergogna, vergogna”, urlavano loro i manifestanti che, passando davanti alla Trump International Hotel & Tower, tiravano fuori il dito medio e lo innalzavano verso il grattacielo.

‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018. (Photo by Michela Demelas)

“Sono una democratica che letteralmente vuole portarvi via le vostre armi”, scrive una ragazza sul suo cartellone. E inizia così un movimento rivoluzionario la cui portata, forse, non si vedeva dai tempi del Vietnam. “Non siamo contro la caccia, siamo contro l’essere cacciati”, dice un altro messaggio.

The editor of La Voce di New York, Stefano Vaccara. ‘March for our lives’ in New York, New York, USA, 24 March 2018.

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