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“La libertà di essere artisti”: la New York di Marceau Kollie

Oggi tu, New York, ti chiami Marceau Kollie. Sei un attore, un trasformista. Una chitarra, da bambino, ti ha trasformato in Jimi Hendrix

Marceau Kollie .

Come tanti artisti di New York, ti dividi tra la disperazione dei momenti più bui e l’eccitazione di una audizione andata bene. Tu sei bravo, sei un artista completo, sei un New Yorker, e calpesti le vie tra Brooklyn e Manhattan con l’appeal del divo. Sei un divo sempre, anche quando non lo sai

Oggi tu, New York, ti chiami Marceau Kollie, ma potresti chiamarti anche in altro modo. Oggi sei un umano e hai un nome proprio di persona. Sei un attore e sei un trasformista, riesci a entrare nel ruolo del Romeo o di Otello, ma puoi anche interpretare una Giulietta rivisitata e senza veli. Sei un artista a tutto tondo. Racconti di aver preso una chitarra in mano quando eri piccolissimo e che, senza avere mai studiato musica, ti sei sentito così libero tra le note da sentirti Jimi Hendrix.

Il suono di un clacson ti fa ballare, perché ti esprimi anche in strada, mentre cammini con la tua Puppy adorata, la cagnolina che ti segue nei passi e nella tua ombra che si riflette sul pavimento di un bar jamaicano.

Sei nato in Francia e cresciuto a New York e così sei diventato un New Yorker. Si diventa così New Yorker, standoci.

Vivi nell’armonia del tuo disordine, una grande stanza piena di strumenti musicali e dipinti appesi alle pareti. Vedo subito un pianoforte, tre chitarre, un quadro di un artista sudamericano che si chiama Fernando, ma anche bicchieri semipieni sparpagliati a terra, cibo non consumato. E c’è sempre la tua Puppy a seguirti fedele.

Tu reciti il tuo amato Shakespeare davanti a un audience che sa già chi sei, ma anche al tavolo di un ristorante: qui declami il monologo di Amleto, e improvvisi una poesia sulla pioggia, quella pioggia newyorkese così energica e fastidiosa che nelle tue parole diventa musica. “Pioggia vieni a me, pulisci la mia anima.”

Come tanti artisti di New York, ti dividi tra la disperazione dei momenti più bui e l’eccitazione di una audizione andata bene. Tu sei bravo, sei un artista completo, sei un New Yorker, e calpesti le vie tra Brooklyn e Manhattan con l’appeal del divo. Sei un divo sempre, anche quando non lo sai.

Dormi in una piccola via di Bushwick, quella Bushwick che è ancora piuttosto abbandonata, ma non hai paura. La tua stanza è piena di te e naturalmente delle tue cose, le cose dell’arte con cui ti senti protetto. Forse, a volte, in quella viuzza ti senti solo, abbandonato, ma poi senti il rintocco delle campane e ti svegli dal torpore del pessimismo. Le campane di New York…

È il destino dell’artista, dici. È il destino chi fa arte a New York: esserci e non esserci.

Una cosa conta sempre: insistere a costo di mettere a repentaglio le sicurezze di sempre, insistere anche a costo di separarsi da una famiglia che non comprende il senso della libertà. Tu sei così. Non molli perché non fai l’arte, tu sei arte. Sei arte a Broadway e sei arte nel teatro della strada, da Uptown a Downtown.

“La libertà di essere artisti, innanzi tutto. Non avere paura di credere in se stessi, non avere paura della città gigante che spesso mette gli uni contro gli altri, che crea guerre tra chi contava ieri e chi conta oggi.” Questo dici.

Oggi va così. Oggi appare la New York più crudele, quella che separa invece di unire, quella che disegna i destini con cinismo e indifferenza. Quella New York che sa essere amica ma anche un demiurgo laico e senza cuore.

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