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Anche New York ha la sua Africa, tra musica, bellezza e solitudine

Tu, Joshak Phenix, sei uno dei tanti africani e newyorkese d’adozione, artista, umano alla ricerca di una identità fatta di passato ma anche di nuova cultura

Joshak Phenix.

Tu, Joshak, sei un musicista e, come tanti newyorker, viaggi ore e ore dall’alba alla sera per andare a lavorare. Devi arrivare in quel ristorante di Midtown, e devi attraversare un’infinità di miglia per guadagnarti il pane

Adesso sono con te, ed è con te che vedo lei, la città che ci accoglie con il sottofondo di sempre. Sirene e martellamenti, trapani, trivelle, cavi elettrici intrecciati.

Tu sei uno dei tanti africani e newyorkese d’adozione, artista da sempre, umano alla ricerca di una identità fatta di passato ma anche di nuova cultura. Mi ritrovo un po’ nella tua storia, e attorno alla tua casa vedo tanto filo spinato e vecchi cancelli ossidati dal tempo.

Eri in Virginia, ma prima ancora eri in Africa. Ora sei qui, in questo mondo di adesso, un mondo sempre più vicino ma anche sempre più lontano. Sei innamorato di lei, perché tu sei un artista, sei un musicista: ami questa New York che vivi soprattutto nel Bronx, tra la ferraglia dei vecchi ponti e le botteghe con le tende penzolanti e scolorite.

Qui l’Africa, nel grande grembo di New York intendo, si sente a casa. O forse no, si sente sfruttata e  si sente offesa. Ci sono momenti in cui, di certo, essere neri qui, è come essere neri in Senegal o in Togo. Anche a New York l’Africa ha creato linguaggi, una marea di linguaggi, a partire dalla musica.

È il tono della protesta, ancora, che fonde gli animi. Peccato che la rabbia,  spesso, finisca per dividere. Lo dici anche tu, Joshak Phenix, tu che sei un musicista e che, come tanti newyorker, viaggi ore e ore dall’alba alla sera per andare a lavorare. Devi arrivare in quel ristorante di Midtown, e devi attraversare un’infinità di miglia per guadagnarti il pane.

La giornata va avanti così nella tua New York, una città che, come tanti newyorker, conosci poco, sicuramente meno del passeggiatore occasionale.

Arriva la sera e, a questo punto, non hai più la forza di metterti a fare musica, la tua creatività è costretta a fermarsi. Magari continua nella tua testa, ma si blocca nel corpo. Dal Bronx a Midtown, alle quattro del mattino, e poi da Midtown, la notte, verso il Bronx.

Quando decidi di fermarti da qualche parte per ascoltare un po’ di jazz, house, soul o afrobeat, scendi nella 125th strada, ad Harlem, dove sei sicuro di trovare quello che cerchi. Note, note che qui sono nate e qui crescono. Sei a meta’ strada tra il tuo posto di lavoro e casa tua ora: ad Harlem sei tra Midtown e il Bronx. Certo, in questo quartiere dalla lunga storia musicale ti senti un po’ a casa. Qui soddisfi il tuo agognato bisogno di libertà, almeno per qualche ora. Libero di librare nella musica.

Quando tornerai nel Bronx tu, Joshak Phenix, sarai stanco ma pronto a suonare e a cantare, perché New York, nel bene e nel male, ti ha offerto il confronto, il confronto con musicisti di tutto il mondo e di ogni colore.

Oggi il tuo flusso creativo si muove, non si blocca nel corpo.

Una canzone in francese o in spagnolo, o in portoghese, in broken English o in wolof.

Ti accorgi, camminando, che anche gli homeless spesso cantano con voci soavi e ballano sinuosi. Qui la musica è in ogni dove, in ogni strada, esce dal finestrino di ogni macchina. Con la musica si vivono giorni pieni di bellezza e di tristezza, giorni irrespirabili, di afa e di fame, e pure pieni di quel dolore dato dall’eterna solitudine.

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