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Quando, Milano, i tuoi teatri saranno di tutti come accade a New York?

Ci sono luoghi in cui vedi la miscela di esseri umani, luoghi in cui vedi invece la separazione degli uni dagli altri

Un murales di New York.

In quella grande sala che contiene più di mille posti, il mio amico Musta era l’unico nero. Eppure a Milano, appunto, non abbiamo tutti la pelle color avorio. A spettacolo concluso, quando siamo usciti, abbiamo rincontrato Ahmed con i suoi libri. Lo abbiamo salutato di nuovo e proprio in quel momento ho notato lo sguardo di una signora su di me. Non so cosa stesse pensando, ma credo abbia trovato strano che una bianca chiacchierasse così disinvoltamente con due ragazzi neri, di cui, addirittura, uno era un venditore ambulante.

Uno degli spettacoli più belli a cui ho assistito è quello della compagnia Alvin Ailey. L’ho visto a New York. Ho amato quell’esibizione non solo per la qualità degli artisti, musica, emozioni, costumi, canti drammatici e gioiosi assieme. L’ho amata anche per il suo pubblico. Tra le poltrone del teatro, pelli bianche, pelli nere, pelli gialle, pelli originarie di Haiti, pelli irlandesi, pelli d’oriente. Sto parlando di pelli umane…

Un ballo e un canto raccontavano assieme la storia della schiavitù, la fatica sui campi di cotone. Una storia ancora vicina, presente.

Domenica scorsa ero in un teatro milanese, il Dal Verme. Lo spettacolo: un concerto di musica jazz.

– Ho due biglietti per uno spettacolo. Ti va di venire? – ho chiesto al mio amico Musta. – Sì, bello! – Il mio amico era contento di poter ascoltare un po’ di musica dal vivo con me.

Eccoci davanti al teatro. Ahmed sta vendendo dei libri. Musta lo saluta. – Lo conosci? – gli chiedo. – Sì, certo – fa lui. – È arrivato dal Senegal cinque anni fa. Proprio come me. –

Io, Musta e Ahmed scambiamo qualche parola. Parole così: Come stai, come vanno le vendite.

Poi mi Musta mi dice: – Milano è strapiena di senegalesi. Anzi, di africani. E anche Novara, Brescia, Pescara, Palermo. – Sì, lo so. Li vedo. –

Harlem.

Lo spettacolo sta per cominciare, e abbiamo salutato Ahmed, Ahmed che se ne sarebbe rimasto fuori a vendere i suoi libri. Mentre ascoltavo un sassofonista meraviglioso, non nascondo di aver pensato a chi dentro un teatro non ha mai messo piede. A chi non si è mai trovato davanti a un palcoscenico a ridere o godere di note e parole recitate. Persone come Ahmed che quel teatro lo ha sempre visto da fuori, perché per lui un teatro è un luogo in cui si raccolgono grosse manciate di spettatori che potrebbero diventare potenziali clienti.

In quella grande sala che contiene più di mille posti, il mio amico Musta era l’unico nero. Eppure a Milano, appunto, non abbiamo tutti la pelle color avorio.

A spettacolo concluso, quando siamo usciti, abbiamo rincontrato Ahmed con i suoi libri. Lo abbiamo salutato di nuovo e proprio in quel momento ho notato lo sguardo di una signora su di me. Non so cosa stesse pensando, ma credo abbia trovato strano che una bianca chiacchierasse così disinvoltamente con due ragazzi neri, di cui, addirittura, uno era un venditore ambulante.

Ecco, io sono entrata a teatro. Musta è entrato con me. Da solo non ci sarebbe mai andato. Me l’ha detto lui. Ahmed è rimasto fuori.

Questo avviene a Milano, la città dell’ultima Esposizione Universale. Per fortuna, esiste anche un’altra Milano, che si vede poco ma che c’è, ed è fatta di gente che viene da questa parte e dall’altra parte del mondo, gente varia che si vuole confrontare e vuol conoscere gli altri. Una Milano che magari, un giorno, apparirà di più, apparirà meglio, e riempirà i suoi teatri alla maniera di New York. E, pensando a quella frase di Seneca, molte cose non è perché sono difficili che non osiamo farle, ma è perché non osiamo farle che sono difficili.

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