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L’atroce guerra civile in Burundi che il mondo ignora

Migliaia i torturati, i loro corpi gettati in fosse comuni. Un genocidio diventato realtà quotidiana

Pierre Nkurunziza Ban ki moon

23 Febbraio 2016: Il Segretario Generale dell'ONU Ban-Ki-moon accolto dal Presidente del Burundi Pierre Nkurunziza nella capitale Bujumbura. (Ph. ONU/Eskinder Debebe)

Nonostante le costanti accuse sulle violazioni dei diritti umani, con stupri, torture e omicidi di massa, la maggioranza delle rappresentanze diplomatiche estere continuano a riconoscere Pierre Nkurunziza come presidente della Repubblica. Forse perché in questo sfortunato paese non manca l'oro, i diamanti, l'uranio...

Piccolo paese, il Burundi: una “macchia” sulla carta geografica dell’Africa, meno di 28mila chilometri quadrati incastonato tra Ruanda, Congo, Tanzania. Qualcosa ne so perché spulcio i bollettini di Amnesty International, Nessuno tocchi Caino, Medici senza frontiere… Perché in paesi come il Burundi si consumano conflitti dimenticati, colpevolmente ignorati.

Dieci milioni circa, gli abitanti del Burundi. Fame e miseria la fanno da padrone; la capitale, un nome impronunciabile, Bujumbura, è un enorme ghetto; il presidente, Pierre Nkurunziza un losco figuro, personaggio da brivido, tipo Idi Amin, Bokassa, Mugabe; una maledizione insomma.

Da mesi migliaia di oppositori o presunti tali, sono vittime della metodica follia di un regime che vuole mantenere il potere ad ogni costo. Migliaia i torturati, i loro corpi gettati in fosse comuni. Un genocidio diventato realtà quotidiana.

In questo oceano di orrore, una donna simbolo: si chiama Chimene Kaneza, incinta da sei mesi. Un giorno i poliziotti la prelevano a forza da casa sua, è il 9 maggio; per giorni e giorni Chimene viene tenuta prigioniera nel carcere di Musaga; la sua “colpa” è di essere  sposata con un “ribelle”. Il marito è ricercato con l’accusa di terrorismo e atti eversivi contro il Presidente. Chimene è in carcere per “convincere” il marito a consegnarsi.

E’ una storia che si “perde” nella più generale tragedia in cui precipita in paese. Quante sono le Chimene di cui si ignora nome, esistenza?  In Burundi la violenza esplode quando Nkurunziza, crudele comandante di una sanguinaria milizia, ma al tempo stesso devoto cristiano rinato, annuncia, contro la Costituzione, di volersi candidare per un terzo mandato. Scoppiano proteste di massa, seguite da una brutale repressione che si trasforma in uno stato permanente di violenza e brutalità. Nel 2016, in media, un migliaio di persone al giorno sono fuggite oltre il confine con la Tanzania. Profughi che raggiungono gli altri 250mila che hanno trovato rifugio in Tanzania, Ruanda, Uganda e Congo. La crisi è ormai cronica. Il regime è sorretto dai suoi principali alleati: i terroristi ruandesi del FDLR e l’immancabile Francia. L’opposizione è frammentata su basi etniche. Nel frattempo il genocidio continua. In accordo con la principale forza politica militare del Paese, i terroristi ruandesi FDLR, Nkurunziza ordina veri e propri stermini su basi etniche, e in particolare contro la minoranza tutsi. Giornalisti burundesi (in clandestinità) e fonti diplomatiche occidentali informano del sistematico sterminio di tutsi, una media di un migliaio di vittime ogni mese. 

 “Il sangue scorre ovunque in Burundi, le cose stanno così”, uno dei 250mila “fortunati” che sono riusciti a lasciare il paese. Arrotola i pantaloni e le maniche della camicia, mostra i segni dei tagli e dei lividi. Ha 27 anni, non sa cosa farà domani, sa cosa non vuole: “Voglio dimenticare tutto del Burundi, anche i nostri nomi”. E’ con la sorella sedicenne, ha guadato il fiume che segna il confine portandola sulle spalle, la ragazza è incinta, in seguito a uno stupro.

Entrambi hanno seppellito con le mani un’altra sorella, uccisa mesi fa da un soldato.

Una tragedia di dimensioni bibliche. David Miliband è il presidente dell’International Rescue Committee. Al britannico “Guardian” dice: “Dobbiamo prepararci al peggio, una crisi della durata di diversi anni con persone che continueranno ad arrivare”. Ha appena visitato il campo di Nyaruqusu in Tanzania, per dimensioni il terzo campo profughi più grande del mondo: una baraccopoli che ospita più di 150mila persone.

Un altro profugo, Ndiyo racconta di essere stato ammanettato, picchiato e ferito in viso con un coltello. Un poliziotto gli urla: “Non osare guardarmi in faccia”, e lo colpisce. Ndiyo alza le mani per cercare di difendersi, viene colpito in testa, poi sviene. Quando riprende conoscenza si ritrova in una minuscola cella con altri otto prigionieri; sono sicuri di non uscire vivi da lì. Di notte due vengono prelevati, non fanno più ritorno. La notte successiva un altro, stessa fine… Ndiyo è fortunato, un parente ricco e influente riesce a comprare la sua libertà e lo fa subito espatriare. I suoi compagni di cella, dice Ndiyo, sono di sicuro tutti morti.

Nonostante le critiche sulle violazioni dei diritti umani, la maggioranza delle rappresentanze diplomatiche estere continuano a riconoscere Nkurunziza come presidente della Repubblica. Anche la Cina, dopo una presa di distanze nel novembre 2015 per timore di compromettersi con un genocidio, sta riprendendo i rapporti con il regime.

Paese poverissimo, il Burundi, e tuttavia regione che si presta a essere crocevia ricchissimo di materie prime: diamanti, oro, argento, uranio. Paese “dimenticato”, e tuttavia terreno di incontro e scontro di tanti, inconfessabili, interessi, americani, francesi, cinesi. E si riesce a capire la relazione.

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