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Pina Maisano Grassi, donna forte e mite, una cittadina normale

E' morta Pina Grassi: quando la mafia uccise il marito Libero, continuò a lottare per la libertà di tutti

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Pina Maisano Grassi davanti al portone di casa a Palermo, dove la mafia uccise il marito Libero, imprenditore che si ribellò al pizzo e fu lasciato solo dallo Stato (Ph. Mike Palazzotto-ANSA)

“Libero? No, non mi piace che lo si chiami eroe”, diceva Pina Maisano Grassi. “Mio marito era una persona normale che ha fatto la cosa normale che dovrebbero fare tutte le persone che si sentono cittadini, e non sono disposti a subire prepotenze ed angherie”. Il ricordo del presidente del Senato Pietro Grasso

A molti il nome di Pina Maisano Grassi forse non dice molto. Una ragione in più per ricordarla, e onorarla, ora che se n’è andata “altrove”. Pina è una donna forte; una donna coraggiosa e mite; una donna anche determinata, come sanno essere le donne. Non è retorica, è il giusto modo per “descriverla”. E’ morta martedì notte, a Palermo: un malore improvviso, e l’età, non più “verde”, 87 anni portati con “leggerezza” sempre 87 sono, c’è poco da fare. Il ricovero, pur tempestivo, a villa Sofia non è stato sufficiente; così Pina se n’è andata.

Una donna forte. Raccoglie il “testimone” lasciato dal marito Libero, ucciso da Cosa Nostra la mattina del 29 agosto del 1991; e prosegue l’impegno antimafioso. Una donna coraggiosa, perché fin dal primo momento condivide la scelta del marito: il primo imprenditore che a Palermo, lasciato solo, sopportato con fastidio nel suo stesso ambiente, e con lui decide di non pagare il “pizzo”, di  resistere alle intimidazioni. Un “NO” urlato, letteralmente, con una lettera aperta pubblicato sul “Giornale di Sicilia” in cui si annuncia il rifiuto a cedere al ricatto e si denunciano gli estorsori, straordinario atto di ribellione e di dignità contro l’arroganza e la prepotenza della mafia. Libero per questo viene ucciso, un agguato alle 7,30, a pochi passi dal portone di casa; i boss del quartiere San Lorenzo, i  Madonia lo condannano a morte, ed è il figlio del “don” a incaricarsi di ucciderlo: colpevole di essere un “cattivo esempio” per gli altri imprenditori e commercianti.

“Libero? No, non mi piace che lo si chiami eroe”, dice Pina. “Mio marito era una persona normale che ha fatto la cosa normale che dovrebbero fare tutte le persone che si sentono cittadini, e non sono disposti a subire prepotenze ed angherie”. Semplice, chiaro, cristallino; e senza dubbio “pericoloso”. Pensate se tutti si decidesse, un giorno di essere “persone normali”, di essere cittadini che dicono “NO” ai prepotenti e agli arroganti, una “tranquilla” resistenza a chiunque si sente in diritto di opprimerci.

Una donna, Pina, determinata e mite, perché serena non china mai il capo; e come altre donne di Sicilia colpite dalla vendetta mafiosa, giura di raddoppiare il suo impegno; e lo fa, con il Partito Radicale di cui è stata militante e dirigente; e in Parlamento, al Senato, eletta dai Verdi.

Un impegno mantenuto lungo tutti questi 25 anni, tra l’altro presidente onorario dell’associazione antiracket “Libero-futuro”. Il presidente del Senato Pietro Grasso, che l’ha conosciuta quando era con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino magistrato di punta del pool antimafia, la saluta come “protagonista di una storia che contribuisce a cambiare intere città e influenza centinaia di persone, sacrifici che gettano le basi di un cambiamento profondo e duraturo”.

Fino a quando ci saranno persone come Libero e Pina si può e si deve sperare.

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