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A Dacca, Baghdad, Istanbul… Riconoscere i veri nemici!

Lo ripetiamo: i morti non valgono in maniera diversa, secondo il continente o la città dove sono stati uccisi

Baghdad bomba

L'attentato terroristico a Baghdad, ha causato oltre 200 morti, in maggioranza donne e bambini musulmani. (Ph. AP/Hadi Mizban)

L’Islam non è una religione di violenza e sopraffazione, ma esiste una minoranza rumorosa e sanguinaria, che usa l’Islam e che potrebbe utilizzare qualunque altro simbolo o pseudo-idea per comportarsi in questo modo. Continuare nella narrazione di un fantomatico Islam violento che non prende le distanze dai tagliagole e che ci vorrebbe conquistare, non solo è sbagliato, ma è anche molto pericoloso

Le immagini di Dacca, come quelle di Baghdad o di Istanbul, è inutile negarlo, fanno tremare. Fanno paura a chi le vede da casa, fanno tremare i polsi ancor di più a chi tra gli espatriati, tra quelli che viaggiano per lavoro, tra quelli che un bar lo trovano sempre anche nella giungla, ci sono stati. Il ristorante di Dacca poteva essere tranquillamente un ristorante di qualunque angolo del mondo. Era il ritrovo degli espatriati, di quel mini-mondo variopinto fatto di lavoratori, imprenditori, umanitari o pseudo tali, avventurieri, faccendieri e chi più ne ha più ne metta. Quel mini-mondo che, costretto volente o nolente a stare a contatto con altre culture magari in zone a rischio, ogni tanto cerca un tocco di occidente, magari in un ristorante o in un bar.

Ve ne potrei enumerare una serie, dal nord Kivu in Congo, fino a Baghdad, passando per Erbil, Beirut, Damasco e tanti altri posti. Questi attentati vogliono andare a colpire certi luoghi proprio perché incarnano un certo tipo di stile di vita, di mentalità, di ricchezza. Ma non è una guerra di civiltà. Non bisogna cadere in questo tranello. A gennaio 2015, dopo gli attacchi a Parigi, scrivevo per La Voce un articolo proprio su questo. Nei bar di Beirut, tra espatriati e colleghi libanesi, ne abbiamo discusso a lungo: terrorismo e violenza erano per noi un argomento drammaticamente quotidiano, avendo a qualche decina di chilometri gruppi armati che si richiamavano chi ad al-Qaeda chi al sedicente califfo dell’ISIS. Eravamo tutti concordi sul fatto che l’equazione “terrorismo uguale Islam” ci avrebbe portato su una strada senza ritorno. E ancora, eravamo sicuri che il doppio trattamento dei media occidentali davanti alle stragi avrebbe solo rinfocolato le fila del terrorismo: i morti non valgono in maniera diversa, secondo il continente o la città dove sono stati uccisi. E infine, le statistiche parlavano (e parlano) chiaro: le prime e le maggiori vittime del terrorismo sono i musulmani stessi.

E’ passato un anno e mezzo da quell’articolo, da quelle chiacchierate libanesi, da quegli scambi di visioni non solamente occidental-centriche, ma la situazione non sembra essere molto migliorata, anzi tutt’altro. E allora proviamo a tornare a quello che è successo nelle ultime ore tra Istanbul, Dacca e Baghdad per analizzare e proporre qualche idea per rimediare a una situazione ormai molto, molto difficile.

Per prima cosa, l’aspetto culturale. L’Islam non è una religione di violenza e sopraffazione, anzi tutto il contrario. Esiste una minoranza, purtroppo molto rumorosa e sanguinaria, che usa l’Islam come scusa e che potrebbe utilizzare qualunque altro simbolo o pseudo-idea per comportarsi in questo modo. Continuare nella narrazione di un fantomatico Islam violento che non prende le distanze dai tagliagole e che ci vorrebbe conquistare, non solo è sbagliato, ma è anche molto pericoloso. Da una parte non rende giustizia alle centinaia di Imam, di comunità, di leader religiosi, di nazioni islamiche che hanno condannato da sempre senza se e senza ma il terrorismo. Dall’altra, regala risentimento e rabbia alle possibili giovani leve del terrore. Se mettiamo nell’angolo i fedeli all’Islam, puntandogli il dito contro e non capendo che invece sono i nostri primi alleati nella lotta al terrorismo, faremo un gravissimo errore culturale e strategico.

Gli italiani assassinati dai terroristi islamisti a Dacca: Adele Puglisi, Marco Tondat, Claudia Maria D'Antona, Nadia Benedetti, Vincenzo D'Allestro, Maria Rivoli, Cristian Rossi, Claudio Cappelli e Simona Monti. Quest'ultima , 33enne di Magliano Sabina (Rieti), era incinta

Gli italiani assassinati dai terroristi islamisti a Dacca: Adele Puglisi, Marco Tondat, Claudia Maria D’Antona, Nadia Benedetti, Vincenzo D’Allestro, Maria Rivoli, Cristian Rossi, Claudio Cappelli e Simona Monti. Quest’ultima , 33enne di Magliano Sabina (Rieti), era incinta

Secondo, l’aspetto comunicativo. Io capisco che la morte dei nostri connazionali faccia più colpo sulla famosa “casalinga di Voghera”. Ma non possiamo dedicare prime pagine di giornali, edizioni speciali, pagine e pagine di approfondimento ai fatti di Dacca e non fare la stessa cosa, se non di più, davanti agli oltre 120 morti di Baghdad. Lo sdegno deve essere uguale davanti alle vittime del terrorismo, non possiamo avere un doppio standard davanti ai morti di Parigi e Istanbul o Dacca e Baghdad, in base al passaporto che avevano in tasca o al luogo dell’attentato. Anche questo genera confusione e risentimento e regala nuovi argomenti a chi fa proselitismo in nome dell’odio.

Terzo, l’aspetto economico-sociale. Una buona volta dovremmo smetterla di considerarci il centro del mondo. L’Europa e l’Occidente in generale sono solo una parte di un mondo sempre più multi-polare. Se non agiamo anche sulle cause del risentimento e quindi sull’iniquità sociale, avremo dei gravi problemi nel fermare la spirale di violenza. Esiste una maggioranza nel mondo che vive nella povertà, che è costretta a migrare per la violenza o i cambiamenti climatici, che non ha più una casa perché gli è stata distrutta da una guerra. Nel nuovo millennio le guerre aumentano, invece di diminuire. Terre potenzialmente ricchissime vengono ancora depredate dall’Occidente creando ulteriore risentimento. Ci vuole tanto a capirlo?

Quarto, l’aspetto strategico e militare. Non venite a dirmi che dobbiamo rinunciare alla nostra libertà per la sicurezza. Il terrorismo si batte con la prevenzione, l’intelligence, lo sviluppo e la cultura. Non ci servono nuove leggi o nuove guerre. Serve solo che l’Occidente tolga la testa dalla sabbia e guardi in faccia alla realtà. Ci sono una serie di pasticci creati anche da noi in giro per il mondo ed è arrivato il momento di invertire la tendenza, prima che sia troppo tardi. Magari ricordandosi anche che chi combatte sul terreno la soldataglia targata ISIS sono siriani, iracheni, iraniani, curdi e in parte i russi. L’Occidente invece sostiene quegli stati come Qatar, Arabia Saudita e Turchia da cui o partono proprio i rifornimenti per il sedicente califfato o partono gli aerei che bombardano quelli che combattano l’ISIS, come i curdi.

Certo, la situazione è molto difficile. Eppure basterebbe per un attimo uscire dalla retorica e dai luoghi comuni e magari farsi una chiacchierata in un bar dell’altra parte del mondo per capire che alcuni passi si potrebbero fare. Servirebbero leader coraggiosi che sappiano cambiare passo. Andrebbero trovati politici che invece di soffiare sulla rabbia e sui pregiudizi, sappiano prendere per mano popoli e nazioni per fermare una nuova spirale di violenza.  Già, andrebbero trovati. Ecco, questo effettivamente mi preoccupa molto.

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